Le imprese resteranno a secco

Inizia la conta dei danni sul sistema produttivo italiano. Ripartenza sempre più spostata
Attesi fatturati in calo di 650 mld e fabbisogno di 45 mld
Pagina a cura di Tancredi Cerne

Un calo del fatturato di 650 miliardi di euro e un fabbisogno finanziario di 45 miliardi nel 2020. Due numeri emblematici delle ripercussioni del coronavirus sul sistema produttivo italiano. «Questa pandemia senza precedenti richiede un livello di attenzione simile a quello del Piano Marshall, e una visione simile a quella del New Deal, ma su scala globale», ha avvertito il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria. «Sebbene le severe misure in corso di attuazione siano essenziali per contenere il virus, la situazione sta spingendo le economie in uno stato di congelamento profondo senza precedenti, dal quale la ripresa non sarà diretta o automatica». Bene dunque il taglio dei tassi, l’iniezione di miliardi di euro nel sistema messo in atto dai governi. E bene anche l’aumento del debito pubblico così come richiesto dall’ex governatore della Bce, Mario Draghi, dalle pagine del Financial Times. Al di là degli interventi macroeconomici, esiste tuttavia un mondo fatto di imprese, piccole o grandi che siano, alle prese con gli spettri di una crisi prolungata. Se i più ottimisti, replicando la timeline di Wuhan, ipotizzano una ripresa entro l’estate, c’è chi si muove in maniera prudenziale spostando all’autunno la ripartenza delle attività. Ma con quali conseguenze sul mondo economico italiano? Le prime previsioni sembrano catastrofiche. Secondo una analisi condotta dal Cerved sulla base dei bilanci di circa 750 mila aziende, infatti, le imprese italiane potrebbero arrivare a perdere tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel biennio 2020-2021. Una forbice che varia a seconda della durata dell’epidemia e della velocità di reazione che avrà il nostro sistema. «Nel caso in cui l’emergenza sanitaria dovesse concludersi a maggio 2020, le imprese italiane perderebbero il 7,4% dei propri ricavi nell’anno in corso, per poi riprendersi nel 2021 (+9,6%) riportando così il giro d’affari di nuovo oltre i livelli del 2019». A conti fatti, dunque, rispetto a uno scenario senza epidemia, la perdita complessiva per il sistema sarebbe comunque molto rilevante e pari a 220 miliardi nel 2020 e a 55 miliardi nel 2021. «Quasi la metà della perdita del 2020 sarebbe concentrata tra le imprese lombarde (-62 miliardi) e del Lazio (-47 miliardi), ma in termini percentuali la caduta sarebbe più pesante per la Basilicata (-11,1%) e per il Piemonte (-9,6%), penalizzate dalla specializzazione nella filiera dell’automotive», hanno avvertito gli analisti. E a livello settoriale? Secondo il Cerved, le perdite maggiori ricadrebbero su alberghi, agenzie di viaggio, strutture ricettive extra-alberghiere, trasporti aerei, organizzazione di eventi, produzione di rimorchi e allestimento di veicoli, concessionari auto, che vedrebbero una riduzione di oltre il 25% dei propri ricavi. In controtendenza, invece, alcuni settori che potrebbero beneficiare dell’emergenza, come il commercio online (+26,3%), la distribuzione alimentare moderna (+12,9%) e gli apparecchi medicali (11%).
Ma esiste, purtroppo, un secondo scenario ben più pessimistico, che prevede la durata dell’epidemia fino alla fine del 2020. In questo caso, la caduta dei ricavi delle imprese arriverebbe a toccare il -17,8%, con una perdita di 470 miliardi rispetto a uno scenario senza epidemia. L’inversione di tendenza si avrebbe soltanto nel 2021 con un rimbalzo del 17,5%. Non abbastanza per recuperare i livelli del 2019 e comunque in perdita di altri 172 miliardi rispetto alla stima tendenziale portando così oltre i 650 miliardi di euro le perdite complessive del sistema produttivo italiano. «I settori più colpiti sarebbero gli stessi individuati nello scenario base, ma con impatti in alcuni casi drammatici», hanno avvertito dal Cerved. «Gli alberghi perderebbero quasi il 75% dei propri ricavi nel 2020, le agenzie di viaggi e le strutture extra-alberghiere quasi due terzi, l’automotive e i trasporti circa la metà». Ma come far fronte a questo stato di emergenza? Con una pioggia di nuovi finanziamenti. Secondo l’osservatorio sul Working Capital realizzato da Cribis su un campione di 84 mila piccole e medie imprese, nei prossimi tre mesi l’emergenza sanitaria avrà un impatto sul capitale circolante delle pmi italiane stimato tra i 10 e i 19 miliardi di euro su un totale di 342 miliardi di crediti e debiti commerciali. Mentre il fabbisogno finanziario complessivo per tutto il 2020, inclusi i rimborsi del debito finanziario in scadenza e gli investimenti, potrebbe arrivare a 45 miliardi. Di questi, quasi il 50% riguarderà le imprese di Lombardi, Veneto ed Emilia-Romagna. Non solo. Dalle simulazioni realizzate dal Cribis è emerso un allungamento fino a 20 giorni dei tempi di incasso su 190 miliardi di euro di crediti commerciali e di 10 giorni su 152 miliardi di euro di debiti verso fornitori. Mentre l’impatto stimato indica un aumento dei crediti compreso tra 30 e 41 miliardi e tra 10 e 19 miliardi per il capitale circolante netto. «Ipotizzando un aumento fino a 20 giorni nei tempi di incasso, l’Osservatorio ha riscontrato una crescita dei crediti verso i clienti di circa 41 miliardi di euro, pari al 22% del monte crediti in essere», ha sottolineato Marco Preti, numero uno di Cribis. Allo stesso tempo, l’aumento dei giorni di pagamento ai fornitori determinerebbe una crescita dei debiti commerciali di 22,6 miliardi, pari al 15%. «La gestione del capitale circolante non consentirà ampi margini di manovra, comportando ulteriori assorbimenti di cassa connessi all’allungamento dei tempi di incasso dei crediti commerciali», ha aggiunto Simone Mirani, general manager operations di Crif Ratings. In questo scenario, la principale leva per generare cassa nel breve termine, specie per le aziende operanti in settori ad elevata intensità di capitale, sarà il contenimento degli investimenti. Ma quest’azione non potrà essere sufficiente a coprire per intero il fabbisogno di circa 45 miliardi di euro di liquidità.
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