Con l’acqua alla gola

Il sistema industriale italiano ora chiede al governo di poter tornare a lavorare perché si rischiano perdite per 100 miliardi al mese E bisogna farlo in tempi rapidi, mettendo i lavoratori in sicurezza

di Andrea Montanari
L’allarme lo ha lanciato il presidente uscente di Confindustria. Nei giorni scorsi Vincenzo Boccia ha dichiarato che per il lockdown delle aziende che non rientrano nei parametri previsti (i codici Ateco) delle attività essenziali indicate dal governo Conte si perderanno 100 miliardi al mese. Mentre Confcommercio ha reso noto che la pandemia del coronavirus avrà un impatto negativo sui consumi di 52 miliardi. Una cifra superiore agli stanziamenti previsti dall’esecutivo con i decreti Cura Italia di marzo e aprile (in arrivo). La conferma di queste previsioni è data dagli indici di fiducia di consumatori e imprese calati a marzo, rispettivamente a 101 punti (da 110,9) e a 81,7 punti (da 97,8). A ciò si va a sommare la previsione di Goldman Sachs, che ha stimato come il pil italiano possa crollare dell’11,2% su base annua.

La pandemia sta avendo un impatto rilevante sul sistema produttivo, come dimostrano le chiusure per alcune settimane delle fabbriche di Pirelli, Brembo, Luxottica e Fca. Quest’ultima ha deciso di convertire parte della linea di montaggio alla produzione di mascherine e lo stesso hanno fanno gli stilisti Armani e Herno. A ciò si aggiungono le notizie relative al ricorso alla cassa integrazione-Covid19 prevista dal governo: Lottomatica, il principale operatore del settore gaming&betting del Paese (gruppo Igt, famiglia De Agostini) dal prossimo 6 aprile metterà 1.450 dipendenti in cigs, mentre Coca-Cola ha fatto altrettanto per 300 lavoratori. Vi è poi un altro rischio: se al momento l’esecutivo ha deciso per la serrata forzata fino al 3 aprile, nel mondo imprenditoriale si sostiene che tutto non ripartirà prima del 14 aprile. «Come imprenditori siamo consapevoli che la priorità del Paese sia la tutela della salute, oltre al rallentamento del contagio. Ma lo Stato necessita dei versamenti da parte delle imprese. L’Inps che tesoretto ha? E fino a quando potrà garantire l’erogazione delle pensioni? Poi servono le rimesse dello Stato per sostenere questo esborso: rimesse che devono arrivare dalle aziende», commenta Enrico Carraro, alla guida dell’omonimo gruppo di famiglia nato nel padovano nel 1932, nonché presidente di Confidustria Veneto. «Vanno trovati standard di sicurezza per le regioni che presentano i focolai più importanti, per permettere alle aziende di tornare a operare. Noi abbiamo chiuso, ci mancherebbe altro. E come associazione territoriale ci siamo adeguati. Ma me lo deve dire l’Istituto superiore di sanità, non i sindacati che insieme al governo hanno definito i settori strategici», continua Carraro, a capo del gruppo che produce sistemi di trasmissione per trattori e veicoli off-highway con un giro d’affari di 600 milioni di euro e stabilimenti in Italia, Sud America e India (tutti chiusi) che occupano 3.500 dipendenti. Inizialmente tutti i lavoratori hanno fatto ferie, poi per chi non può fare smart working è scattata la cigs-Covid19. Mentre lo stabilimento in Cina da una decina di giorni ha ripreso l’attività. «Tutto ciò che è stato fatto finora dal governo è in logica emergenziale. Poi ci sarà un problema di credito, di mantenimento in vita delle aziende. Abbiamo bisogno di iniziative molto importanti. Chi esporta deve avere linee di credito preferenziali. Ma bisogna far ripartire il mercato interno. C’è linfa vitale nel Paese (negozi, ristoranti) che oggi è chiusa». Carraro chiede mosse urgenti, liquidità e garanzie per gli imprenditori. Perché «non ci sono le risorse per mantenere gli operai a casa per 2-3 settimane, su base nazionale. È necessario selezionare le aziende che hanno mercato, che producono sotto attenta vigilanza medica e che possono riavviare il ciclo».

Da Padova a Parma la sostanza non cambia. Il problema è poi decifrare e districarsi tra i cavilli dei vari decreti. «Abbiamo avuto problemi interpretativi seri», lamenta Alessandro Merusi ceo della quotata Cft di Parma produttrice di macchine per l’industria alimentare e per il packaging con un fatturato di 150 milioni e mille dipendenti tra Italia, Ucraina, Germania e Spagna. «Quando il premier ha fatto la videoconferenza sabato 21 marzo dopo le 23 era stato indicato un elenco di codici Ateco inibiti. E noi eravamo ricompresi. Avremmo dovuto chiudere l’azienda lunedì. La domenica è stata una giornata campale, per capire le prospettive. Invece in serata il nostro codice è stato reinserito in lista tra gli essenziali e quindi noi eravamo operativi. Sono passati tre giorni: è stato fatto un aggiornamento sulle attività essenziali con l’eliminazione di alcuni codici. Un nostro codice primario è stato cancellato. Ma noi siamo aperti. Perché facciamo anche altre attività. Andare avanti così è complicato. C’è un caos normativo e interpretativo tale che è davvero difficile venirne a capo. Mentre dobbiamo garantire lavoro e dare segnali di fiducia ai dipendenti. Non abbiamo chiuso per garantire l’operatività ai clienti, ma stiamo operando con qualche rallentamento perché dobbiamo salvaguardare la salute, attenendoci alle norme igienico-sanitarie».

È in lockdown la quotata Clabo (mobili per negozi e uffici) che ha ricavi per 53 milioni con tre stabilimenti (Italia, Usa e Cina) e impiega 400 persone. «Fino a qui siamo arrivati. Ma non sappiamo cosa ci riservi il futuro. Vendendo banchi e vetrine a bar, pasticcerie, ristoranti e alberghi, attività che non saranno lo prime a riaprire, per noi è tutto bloccato. I nostri sono beni durevoli e l’acquisto slitta, non viene annullato. Ma per quanto potremo resistere?», si domanda Pierluigi Bocchini, presidente dell’azienda di Jesi. «Si è gestita l’emergenza economica in maniera poco efficace e con provvedimenti che riguardano poche categorie. E non in modo risolutivo». Ma il caso di Clabo è particolare. E non è l’unico in Italia. È considerata una pmi ma tecnicamente non lo è, avendo più di 250 dipendenti. «Nel decreto Cura Italia si è data attenzione alle piccole aziende, ma il mid market è stato totalmente trascurato. È stato dimenticato il polmone industriale di questo Paese. Capisco l’emergenza sanitaria, alla quale devono lavorare gli scienziati, ma i politici devono pensare alla ripresa del mercato», sottolinea Bocchini che dal 23 marzo ha messo tutti i dipendenti italiani in cigs. «Mi sarei fermato ugualmente, non siamo un’attività essenziale. Negli Usa andiamo avanti lentamente. Mentre in Cina abbiamo riaperto e stiamo evadendo gli ordini. Lì i ristoranti sono tornati a riempirsi».

Le preoccupazioni degli imprenditori veneti, emiliani e marchigiani vengono condivise anche a Como, sede della Maspero Elevatori, azienda da 60 milioni di fatturato che esporta in 66 paesi. «Il provvedimento del governo è sbagliato. Fermare l’industria è stato un errore. Avevano già limitato il contagio chiudendo il terziario. Non si bloccano le industrie neppure in guerra. Come dice Mario Draghi: va iniettata liquidità al sistema affinché esso riprenda», si inalbera Andrea Maspero, ad del gruppo e vicepresidente con delega per l’internazionalizzazione di Anie Confindustria. «Un altro fatto grave è che all’estero non stanno a guardare. La domanda a livello globale non si è spenta del tutto. Nei mercati dove c’è competizione saremo sostituiti dai competitori stranieri».

Il settore calzaturiero è fermo, come l’abbigliamento: la moda non è essenziale. Ma le società hanno gli stessi problemi. «Non dovevano far chiudere le aziende che operano in sicurezza come la nostra: mascherine cambiate ogni quattro ore, nebulizzazione del corpo, rotazione della produzione e dei dipendenti», sostiene Massimiliano Sandri, titolare della Mosaicon Shoes di Vigevano, 12 milioni di ricavi e 70 dipendenti. «Il danno economico è enorme. E se non ci fanno riaprire il 6 aprile ma martedì14 voglio capire come gestiremo i flussi di cassa del periodo. Avremo un problema di liquidità. Copriremo il circolante con mutui o finanziamenti che le banche erogheranno alle pmi virtuose». La soluzione per Sandri? «Chiudere le fabbriche che non operano in sicurezza. E obbligare gli over 60 a stare a casa, anche se lavoratori». Dalla Lombardia di nuovo nelle Marche. Sempre tra produttori di calzature. «Stiamo perdendo fatturato che per una pmi come la nostra è linfa. Lo Stato non lo vediamo presente. Promettono incentivi alle aziende, ma sono sicuro che non arriveranno. Ci lasceranno soli come sempre», lamenta Daniele Gironacci della maceratese Moma, 10 milioni di ricavi e 50 dipendenti. « Gli operai mi chiamano e mi chiedono quando iniziamo. La cigs può essere applicata per 2-3 mesi ma gli operai sono preoccupati. Licenziarli non si può: è un problema etico serio, come fanno a fare la spesa queste persone? Finanziariamente siamo tranquilli per 12-18 mesi. Ma ci vuole la presenza dello Stato che mi deve garantire mesi di fatturato. Perché poi come faccio a pagare quelle tasse (700 mila euro) che ora mi congelano?», si domanda ancora Gironacci che poi conclude: «Il premier Conte è un avvocato. Non credo che un avvocato possa capire le aziende e la vita delle imprese».

Un settore non è stato considerato essenziale ma è invece vitale perché se le scuole sono chiuse l’attività didattica prosegue. Ma le cartolerie sono chiuse e in tanti supermercati non si può acquistare cancelleria. Un problema serio per milioni di famiglie. «Abbiamo molto rispetto per le istituzioni impegnate in questo difficile momento e per le decisioni prese», commenta Massimo Candela, ad della quotata Fila, la storica azienda fiorentina da 687 milioni di ricavi. «Fatichiamo però a comprendere, visto che le attività didattiche di scuole e università stanno proseguendo in formato digitale, perché si è deciso di privare le famiglie della possibilità di acquistare penne, quaderni e colori presso le insegne della grande distribuzione, visto che ciò non comporterebbe nessuna ulteriore implicazione in termini di traffico nei supermercato? Permettere l’acquisto di questi beni consentirebbe alle famiglie di organizzare al meglio il tempo e le attività dei bimbi». Tanto più che dalle valutazioni del ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non trapela ancora una data per la possibile riapertura delle scuole di ogni ordine e grado. (riproduzione riservata)

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