La brusca frenata economica si rifletterà sui conti delle Casse

Pagine a cura di Bruno Fioretti
Gli effetti della crisi sanitaria del Coronavirus non risparmiano i professionisti e quindi le loro Casse di previdenza. Con un’economia che ha rallentato il suo già non spedito andamento (la crescita del Pil del 2020 era stimata a +0,3%) fino quasi a fermarsi, infatti, gli iscritti agli ordini stanno assistendo in queste settimane a un crollo dei loro fatturati. Tant’è che molti enti autonomi di categoria hanno prontamente sospeso i termini di tutti i versamenti e degli adempimenti previdenziali dei loro iscritti. Da qui e dagli ulteriori interventi che le Casse prenderanno, nei limiti dei regolamenti interni, non è difficile immaginare quale ripercussione avrà questa situazione su un comparto che negli ultimi anni ha contato su saldi sempre positivi +1,88% fra il 2017 e il 2018; +12,47 fra il 2014 e il 2018; addirittura +39,58% dall’indomani della grande crisi del 2008 al 2018. L’andamento positivo fino ad oggi si evince dal report n. 7/2020 del Centro Studi Itinerari previdenziali dal titolo «Il bilancio del sistema previdenziale italiano».
La solidità del sistema della previdenza privata. In base all’ultima rilevazione del Centro Studi fondato da Alberto Brambilla, le 19 Casse privatizzate, al 31 dicembre 2018, registrano complessivamente un attivo patrimoniale pari a 72,5 miliardi di euro. La crescita rispetto all’anno precedente è stata di circa 4,3 miliardi, un trend che segue quello dell’anno precedente. Il risparmio previdenziale accantonato dagli istituti pensionistici dei professionisti, quindi, continua a crescere in termini sensibili con un aumento in assoluto di circa 3,9 miliardi di euro e in percentuale del 5,7%. Le entrate degli enti, come evidenziato in tabella, nel 2018 sono state pari a circa 8.907,54 milioni di euro con un aumento del 3,6% rispetto al 2017 (+2,7% l’anno precedente).
La spesa per pensioni, invece, ha raggiunto i 5.231,6 milioni di euro con un incremento del 4,9% sul 2017 (+4,2% lo scorso anno). Se ne ricava un saldo tra le entrate contributive e la spesa per pensioni di circa 3,68 miliardi di euro con un incremento percentuale dello 1,9% (+0,76% lo scorso anno). Il rapporto tra le entrate contributive e la spesa per pensioni, si legge nel rapporto, mette in luce alcune situazioni di criticità. Come il permanere delle difficoltà della Cassa dei Giornalisti (Inpgi) all’interno della quale i contributi versati non coprono le spese per le prestazioni. La situazione, sia pur lievemente, peggiora ancora rispetto al passato anche se beneficia di un rallentamento sia della crescita della spesa per pensioni (+3,14 contro +5,07) sia della riduzione dei contributi (+0,57 invece del -3,71) quali primi effetti della riforma, partita nel 2017.
Dottori commercialisti, veterinari e avvocati presentano al contrario un buon rapporto entrate/uscite, con valori vicini o superiori a 2, cioè con entrate contributive più che doppie (2,9 volte per Cnpadc) rispetto alle prestazioni pensionistiche.
Notai e medici (Cnn ed Enpam) presentano un saldo (1,41 e 1,77 rispettivamente) in crescita rispetto allo scorso anno (+0,60 e +1,59%) mentre Consulenti del Lavoro (Enpacl) e Ingegneri e Architetti (Inarcassa), pur con un rapporto sostenibile (1,49 e 1,62 rispettivamente), arretrano. Negli enti di nuova generazione, il rapporto entrate/uscite è generalmente molto positivo, anche se fisiologicamente in diminuzione con l’invecchiamento degli iscritti e della relativa maturazione dei requisiti pensionistici.
Il finanziamento della spesa previdenziale. Anche se il prossimo bilancio attuariale dovrà tenere conto dello scossone del 2020, il sistema previdenziale dei professionisti è dunque in equilibrio. Anzi, osservando la tabella, si evince che è praticamente l’unico a riuscire a pagare le pensioni con i contributi versati e a poter contare su buone riserve (anche per far fronte a situazioni imprevedibili). Merito delle riforme adottate in questi anni (soprattutto a partire dal 2011) per garantire un equilibrio a 50 anni. Nel dettaglio, il contributo medio annuo relativo all’anno 2018 è stato pari a 6.718 euro con un incremento percentuale del 3,05% rispetto al 2017. In un sistema «ormai» contributivo se ne deduce che l’aumento dei contributi pagati è il riflesso di un incremento dei fatturati da parte degli iscritti. Si deve, però, rilevare, si legge nel rapporto in commento, che le aliquote contributive in applicazione (12-15%) sono inferiori a quelle del sistema pubblico dove i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti e imprenditori agricoli) versano il 24% in media, i parasubordinati oltre il 27% e i lavoratori dipendenti il 33%. Diversi Enti, tuttavia, hanno in cantiere un progressivo aumento delle aliquote per i prossimi anni.
La pensione media nel 2018 è stata pari a 12.876 euro (praticamente il doppio del contributo medio) registrando un aumento dello 0,92% rispetto al 2017. Quanto al rapporto pensionati/attivi i dati migliori li evidenziano la Cassa dottori commercialisti (solo 11,63 pensionati ogni 100 attivi), seguita da Cassa Forense (11,89) e Inarcassa (20,25); più problematico comincia a essere il rapporto per Inpgi (64,95 pensionati ogni 100 attivi), Enpam (59,66) e Cassa del Notariato (52,82). Solo gli Enti di farmacisti, veterinari e notai sono riusciti a migliorare, seppur di poco, il rapporto rispetto al 2017 (da 26,64 a 26,06, e da 53,14 a 52,82 rispettivamente). «La tendenza al peggioramento del rapporto», precisa il Centro Studi Itinerari Previdenziale, «è chiaramente ascrivibile all’invecchiamento della popolazione o a situazioni contingenti quali i pensionamenti del Servizio Sanitario Nazionale per i medici di base non adeguatamente sostituiti».
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