Inizia la stima dei danni: fino al 15% delle aziende è rischio

 di Tancredi Cerne

Fino a 15 imprese su 100 potrebbero chiudere i battenti in Italia a seguito del coronavirus. E questo, a causa del calo della profittabilità e del peggioramento della struttura finanziaria. L’allarme lanciato da Cerved Rating Agency all’indomani della diffusione del Covid-19 in Italia, è frutto di una valutazione dei possibili mutamenti nella solidità dei conti delle imprese. Fatta eccezione per quelle finanziarie. «In uno scenario macroeconomico domestico e internazionale già caratterizzato da un rallentamento generalizzato della crescita, gli effetti del virus sulla produzione cinese hanno comportato, nelle scorse settimane, una netta frenata del comparto manifatturiero, con conseguenze a catena non trascurabili sullo stato di salute dei mercati mondiali», hanno avvertito gli esperti del Cerved. Quello a cui si è assistito, in altre parole, sono state le tipiche manifestazioni di fenomeni di crisi, come il calo del valore delle principali materie: il petrolio, il rame e il gas naturale, i cui prezzi si sono mossi in maniera speculare rispetto a quelli dell’oro. Ma cosa attendersi per i prossimi mesi? Secondo l’analisi del Cerved, nel caso più favorevole, la crisi sanitaria potrebbe perdurare fino a metà anno, con un’eco non trascurabile sulla solidità finanziaria delle aziende già investite dalla crisi. Ma esiste uno scenario ben più allarmante secondo cui la diffusione del virus potrebbe tradursi in una vera e propria pandemia con effetti globali duraturi e deleteri destinati a durare almeno fino alla fine del 2020.Per capire come queste due ipotesi di evoluzione del coronavirus potrebbero impattare sul sistema produttivo italiano, gli esperti del Cerved hanno applicato un modello predittivo a un campione di 25 mila rating emessi di recente, rappresentativo del comparto delle aziende italiane. E i risultati sono stati tutt’altro che rassicuranti. «Per l’evoluzione del valore e del costo della produzione, principali voci di bilancio, prevediamo un calo (con alcune eccezioni per il settore farmaceutico) derivante dalla riduzione dei volumi di produzione e di contrazione della domanda», hanno spiegato i ricercatori del Cerved. «Analogamente, prevediamo un peggioramento generalizzato del capitale circolante netto e un aumento dei debiti finanziari a breve». Queste ipotesi possono determinare una generale involuzione delle dinamiche economico-finanziarie che influenzano la performance economica, la struttura finanziaria e l’andamento dei pagamenti. «Le imprese già a rischio aumenterebbero dell’8% nel caso di una evoluzione soft dei contagi e addirittura del 26% nel caso hard, con conseguenze quasi imprevedibili per il tessuto economico locale e nazionale, inevitabili fallimenti e chiusure delle aziende coinvolte», hanno avvertito gli esperti. Senza contare l’impatto atteso sulla marginalità. In questo caso, le stime del Cerved sembrano delineare un quadro allarmante per i settori maggiormente impattati come il manifatturiero tessile, i trasporti e il turismo, per il quale si prospettano addirittura dei livelli di marginalità negativi nello scenario peggiore. «Non tutte le imprese sembrano destinate a soffrire allo stesso modo», hanno avvertito gli esperti. «Il deterioramento di merito creditizio ipotizzato, insieme agli effetti negativi derivanti dall’innalzamento del livello complessivo di indebitamento finanziario a breve termine, sarebbero particolarmente rilevante per comparti più esposti come il turismo e le aziende del manifatturiero che presentano interconnessioni maggiori con la Cina, soprattutto per quanto riguarda l’importazione delle materie prime».

I settori più (e meno) toccati dalla crisi. Che sia soft o che sia hard, l’impatto del coronavirus sembra destinato a lasciare una cicatrice indelebile sul tessuto economico italiano. Soprattutto in alcuni settori più esposti al rischio pandemia o meno strutturati per poter far fronte a una situazione prolungata di crisi.

In cima alla lista, il turismo, i trasporti e la ristorazione. In questi casi, il crollo delle prenotazioni si dovrebbe tradurre in un forte calo dei flussi di cassa tali da condurre a una instabilità finanziaria delle attività. Le previsioni parlano chiaro. In caso di una pandemia estesa fino alla fine dell’anno, il livello atteso di fallimenti in questi settori dovrebbe più che raddoppiare rispetto ai valori standard passando dal 5,3% all’11,7% per le imprese turistiche. Situazione ancora più grave tra i ristoratori e gli albergatori. In questo caso, infatti, il tasso di default potrebbe salire addirittura al 13,4% dal 7,4% di oggi, mentre sul fronte dei trasporti le attese sono per una crescita dei fallimenti all’11,2% del totale dal 4,8% previsto prima della diffusione del coronavirus. Ma esistono anche altri comparti a forte rischio pandemico nonostante la scarsa eco mediatica ricevuta fino ad ora. Si tratta, per esempio, del settore delle costruzioni e di quello delle utilities. Nel primo caso, a pesare sul comparto potrebbe essere la scarsa propensione all’acquisto di una abitazione in un momento di instabilità economica da parte delle famiglie. Fattore che andrebbe a braccetto con l’alto ricorso alla leva finanziaria da parte delle imprese attive nel settore che potrebbe condurre al fallimento i soggetti più esposti e meno solidi. A questo si aggiunga il peso dei costi fissi di queste attività che in un momento di contrazione delle vendite andrebbero a erodere i margini operativi traducendosi in un fardello troppo pesante per i bilanci più traballanti.

Per questo, gli esperti del Cerved hanno previsto che il livello di fallimenti tra le imprese di costruzioni potrebbe arrivare addirittura a interessare il 15,4% del totale delle imprese attive in Italia se la crisi del coronavirus dovesse prolungarsi fino alla fine dell’anno. Le cose non andrebbero tanto meglio nemmeno tra le utilities per cui si attende una crescita del tasso di default dal 4,7% al 13,8%. In questo caso, a pesare sui conti dovrebbe essere la contrazione del prezzo delle materie prime legate a una riduzione dei consumi che andrebbe a erodere significativamente i margini in un comparto ad alta intensità di capitale. Ma esiste anche un’altra faccia della stessa medaglia, fatta di imprese che stanno traendo beneficio economico dalla diffusione del coronavirus. Si tratta di un ristretto numero di aziende attive nel settore farmaceutico, unico comparto a registrare un innalzamento delle vendite e delle quotazioni in uno dei periodi più bui della storia economica italiana. «Nel contesto delle imprese valutate costituiscono un’eccezione le aziende del settore farmaceutico, sia per la produzione sia per il commercio al dettaglio di medicinali, per le quali è ragionevole attendersi un miglioramento della marginalità e una riduzione moderata dei profili di rischio», hanno avvertito gli esperti del Cerved. Il livello di ebitda per le imprese farmaceutiche è salito infatti, nelle stime realizzate dagli esperti, dal 12,4 al 13,6% a seguito della diffusione del coronavirus mentre per il comparto delle farmacie e parafarmacie si prevede un incremento della marginalità dal 6,1 al 7,5% entro la fine dell’anno.

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