Gli ostacoli all’ops di Intesa su Ubi Banca

Angelo De Mattia

Che non fosse una passeggiata l’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca lo avevamo scritto subito e ora se ne potrebbe avere la conferma se effettivamente il fronte del no all’Offerta, composto da singole, autonome associazioni, dovesse arrivare a sfiorare complessivamente il 30% del capitale della stessa Ubi. Secondo quanto emerge dalle cronache, al Car e ai Mille potrebbero aggiungersi gli azionisti bresciani cosicché, nel complesso, il fronte dell’opposizione all’Offerta potrebbe arrivare intorno alla suddetta percentuale. Qualche ulteriore passo in avanti impedirebbe, sempreché l’assemblea di Ubi confermasse questi pesi, l’incorporazione di quest’ultima in Intesa, secondo la prioritaria intenzione dell’offerente mirante a conseguire la proprietà dei due terzi. Ovviamente, sarebbe assai difficile, se non impossibile, impedire che si realizzi l’altro esito che Intesa ha previsto in via subordinata, l’adesione, cioè, all’Ops superiore al 50%. Questa percentuale darebbe alla prima banca italiana il controllo di Ubi, ma non la facoltà di incorporarla e di realizzare altre eventuali operazioni che richiedano un particolare quorum deliberativo. Sarebbe un successo solo a metà, che potrebbe lasciare prevedere una gestione non facile della partecipazione, se le posizioni degli azionisti restassero quelle che oggi si delineano e, come accennato, avessero avuto un riscontro favorevole in assemblea. D’altro canto, accettare un’adesione al 50% più un’azione deve essere un obbligo per Intesa, una volta reso pubblico. Ricordo che, in occasione della proposta di Opa di AbnAmro sulla Popolare di Lodi, si escluse che l’eventuale acquisizione del 50% venisse lasciata all’estrema discrezionalità dell’offerente, il che fu condiviso dal legale della banca olandese, un autorevole giurista. Ma si tratta di una strategia, quella degli azionisti, volta ad andare fino in fondo, ancorché separatamente, oppure siamo nel campo di una tattica, certamente avveduta, ma pur sempre tattica, con l’obiettivo di prendere tempo e magari indurre Intesa, nonostante che l’ad Carlo Messina abbia spesso confermato l’intangibilità del prezzo proposto per l’Ops, a rivedere proprio quest’ultimo, magari secondo una logica mediatoria che salvi capra e cavoli? E’ troppo presto per incamminarsi per queste previsioni che potrebbero essere suggerite da una, eventualmente sopravvenuta, visione realistica dei rapporti di forza, ma potrebbero pure essere scartate per andare fino in fondo e, semmai, negoziare dopo avere dimostrato le difficoltà di governare una banca con una minoranza forte e decisa a evitare che vengano meno, nonostante la promessa istituzione di direzioni regionali, i caratteri della vocazione al territorio di Ubi, sia pure compatibile con la figura di istituto di livello nazionale. Non si possono neppure escludere scelte diverse e, almeno in via teorica, delle controfferte. Forse una riflessione sulla via imboccata da Intesa (l’offerta non concordata che, per gli azionisti che la respingono, diventa ostile) e sull’avere escluso a priori l’ipotesi dell’opzione consensuale. (riproduzione riservata)

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