Coronavirus: il quadro geopolitico globale

L’ANIA ha pubblicato uno speciale dedicato al tema Covid-19 (Coronavirus), di cui proponiamo una parte.

Il quadro geopolitico globale è peggiorato notevolmente con lo scoppio di numerosi focolai di contagio della malattia denominata COVID-19 (comunemente, ma erroneamente, detta Coronavirus) al di fuori del territorio cinese.

L’11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS) ha ufficialmente dichiarato la diffusione della malattia una pandemia.  Al momento, il focolaio locale di dimensioni maggiori si trova nel nostro paese ed è partito il 22 febbraio scorso dalla provincia del Lodigiano, in Lombardia, estendendosi rapidamente nel resto della regione, in Veneto e in Emilia Romagna, dove sono formati ulteriori importanti focolai. Nelle settimane successive sono scoppiati ulteriori focolai, di minori dimensioni, anche nelle regioni del Centro-Sud. 

I dati della Protezione civile aggiornati al 15 marzo civile riferiscono di quasi 25.000 persone che sono risultate positive alla malattia, più di 1.800 decessi (in attesa di conferma da parte dell’Istituto Superiore di Sanità) e oltre 2.300 guariti. Circa la metà dei casi positivi (escludendo cioè i guariti e i deceduti) è ospedalizzata e, di questi, circa un sesto in terapia intensiva.  L’età media delle persone decedute, per tre quarti di sesso maschile, è di poco superiore a 80 anni, la maggioranza con patologie pregresse. 

Secondo gli esperti la malattia sarebbe asintomatica o con sintomi lievi nell’80% dei casi, con complicazioni nel 15% e con complicazioni gravi che possono portare alla morte nel restante 5%.  Il tema della letalità è complesso.

L’OMS riporta che la proporzione tra decessi e casi positivi accertati è del 3,4%, ma questo rapporto non può essere considerato indicativo, dato che non include né i casi non confermati e né gli eventuali decessi collegati con la malattia, ma non considerati tali.

Un indicatore considerato più affidabile è di tipo probabilistico ed è denominato Case Fatality Rat io (CFR). Si tratta di un rapporto con a denominatore la stima dei contagiati e a numeratore la stima dei decessi. Il vero numero a numeratore può essere, per costruzione, solo uguale o maggiore, mentre quello a denominatore può essere anche sottostimato, dato che, come detto, alcuni decessi provocati dalla malattia possono non esservi stati collegati. 

Uno studio pubblicato da Med – Archive , un archivio on-line per articoli scientifici preliminari, stima il CFR nell’intervallo 1,4%-1,8%, ed è correlato con età e condizioni pregresse (il CFR dell’influenza stagionale oscilla tra 0,01 e 0,03). Ma altri studiosi invitano alla cautela, ricordando il caso dell’epidemia della SARS (anche questo un Coronavirus) del 2003, per la quale il CFR, inizialmente stimato al 4%, è risultato essere in realtà vicino al 10%.  Un altro parametro di grande importanza, denominato R0, è dato dal numero medio di persone sane che una persona malata può contagiare. In questo caso – ma siamo ancora in una fase iniziale, è bene ricordarlo    spesso – questo numero è compreso tra 2 e 3. Per avere un termine di paragone, l’R0 è, mediamente, uguale a circa1,3 nell’influenza stagionale, mentre quello del morbillo è vicino a 20.  Per definizione, un’epidemia che si espande con un parametro R0 inferiore a 1 è destinata ad esaurirsi rapidamente. Nel caso della COVID-19, in assenza di interventi continuerebbe ad espandersi in progressione geometrica fino a quando la proporzione della popolazione divenuta immune (nella migliore delle ipotesi, in alcuni casi l’immunità non si acquisisce ammalandosi) perché già infettata sia sufficientemente grande da diminuire in modo endogeno il numero medio di contagi per persona, facendo decrescere il parametro R0 autonomamente. Si stima che l’esaurimento del contagio della COVID-19 avverrebbe quando tra il 40%e il 70% della popolazione abbia contratto la malattia e ne sia divenuta immune. Si tratta di un numero enorme, che farebbe collassare qualunque sistema sanitario, innalzando il tasso di mortalità, compresa quella non collegata alla malattia. Ed è a questo punto che le autorità devono mettere in campo misure di mitigazione che, comprimendo R0, allontanino il picco del contagio e lo abbassino sotto una soglia di gestibilità da parte del sistema sanitario, dando inoltre più tempo alla ricerca medica di lavorare su terapie e vaccini, e al sistema sanitario di adeguare la sua capacità. 

Si tratta delle cosiddette misure di distanziamento sociale: chiusura delle scuole, dei luoghi di assembramento, dei negozi, incentivazioni allo smartworking, imposizione di quarantene e isolamenti. In Cina, dopo un’iniziale gestione giudicata carente e inefficace, tutti questi dispositivi sono stati posti in essere con fermezza in tutta la regione dello Hubei e in altre parti del paese. Dopo circa due mesi sembra che stiano avendo gli effetti desiderati: il 15 marzo i nuovi casi sono stati, in tutto il paese, 66, di cui 39 (24 solo a Shanghai) ancora da confermare. 

Da qualche settimana sono stati disposti provvedimenti di questa natura anche in Italia, inizialmente nelle zone dei primi focolai e successivamente su tutto il territorio del paese, nella speranza di ottenere gli stessi risultati. Si tratta di misure molto dure che, oltre ad incidere pesantemente sulla qualità della vita della popolazione, sono destinate a rallentare notevolmente l’attività economica del paese. I primi segnali sono venuti dai mercati finanziari internazionali e nazionali che hanno anticipato l’impatto sulla produzione dell’introduzione di questi provvedimenti (perché sono le misure, e non la malattia, almeno a questo stadio, a incidere negativamente sull’attività economica).

Anche i mercati delle materie prime hanno mostrato forte volatilità, con il prezzo del petrolio in picchiata e quello dell’oro, bene rifugio simbolo, in salita. Al momento è difficile stimare le ripercussioni di questa situazione sull’economia reale. I canali di trasmissione sono molteplici. Il lockdown imposto dalla Cina nella regione dell’Hubei, che è un centro di produzione globale di prodotti intermedi che entrano nella supply – chain di virtualmente tutti i beni manufatti, ha già inciso sui livelli di produzione di alcuni comparti, come quello automobilistico globale. In Italia e in Francia il comparto del lusso, che ha in Cina il suo mercato più importante, ha cominciato a risentire della crisi già dall’inizio dell’anno. È prevedibile che nel prossimo futuro anche i settori del turismo, dell’aviazione civile, della ristorazione, e molti altri ancora, entrino in sofferenza.

Quanto al settore assicurativo, è prevedibile un impatto sia sul fronte delle attività sia su quello delle passività.  Sul fronte degli investimenti, gli effetti potrebbero essere conseguenti a un ulteriore diminuzione dei tassi di interesse, a cali significativi nei mercati azionari e, con riguardo specifico all’assicurazione italiana, un ampliamento dello spread. Per quanto riguarda le passività, è difficile stimare gli impatti effettivi, che dipendono dall’ampiezza delle coperture previste nei rami specifici di attività. In linea di massima, si può prevedere un impatto per quanto concerne i settori vita, malattia, business interruption , assistenza. Va aggiunto l’effetto depressivo della propagazione del virus su ampi settori di attività economica, il che comporta una riduzione della domanda di assicurazione soprattutto da parte delle aziende più colpite.

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