Catena di blocchi, crescono i progetti

Per il 2018 si registra un aumento del 76% a livello internazionale. Italia sul podio Ue
Pagina a cura di Antonio Longo

Progetti di blockchain: nel 2018 si è registrato un incremento del 76% a livello internazionale, l’Italia si piazza al terzo posto del podio europeo ma si tratta di un mercato ancora tutto da scoprire. Hanno raggiunto quota 579 le iniziative avviate o annunciate nel triennio 2016/2018, ammontano a 328 le progettualità sviluppate da aziende e governi soltanto nello scorso anno, nonostante il crollo delle criptovalute in termini di capitalizzazione. A delineare gli scenari in materia è il rapporto «L’Universo dell’Internet of Value, tra le galassie della Blockchain», elaborato dall’Osservatorio blockchain & distributed ledger della School of Management del Politecnico di Milano.

II panorama internazionale. La tecnologia della «catena dei blocchi» ha fatto registrare, durante lo scorso anno, la crescita degli annunci di nuove iniziative, con un +94% rispetto ai 12 mesi precedenti, ma sono in aumento anche i prototipi e i progetti già operativi che, congiuntamente, hanno segnato un incremento del 56%.
Sono le imprese che operano nel settore finanziario quelle più attive in termini di sperimentazione, con 280 progetti nel triennio, a seguire si collocano le pubbliche amministrazioni con 59 casi, gli operatori logistici con 44 progettualità, le aziende dell’agroalimentare con 31 iniziative, i media con 29 casi, le utility con 25 progetti, le imprese di altri settori con 111 casi.
Relativamente alle applicazioni concrete, la blockchain trova spazio soprattutto nelle attività di pagamento, nella gestione documentale, nella tracciabilità di filiera e nel mercato dei capitali. A livello geografico, è l’Asia l’area in cui si colloca la più alta densità di casi di applicazione nell’ultimo triennio, con il 32% dei progetti, al secondo posto l’Europa (27%), a seguire America (22%) e Oceania e Africa (5%), mentre il restante 14% è costituito da progetti che spaziano su più continenti. Gli Stati Uniti guidano la classifica dei paesi con più progetti (17%), seguiti da Giappone (oltre il 7%), Cina (7%), Regno Unito (4%) e Corea del Sud (4%).

Lo scenario italiano. Interessanti fermenti si registrano anche in Italia, paese che si posiziona al terzo posto in Europa, per numero di progetti, alle spalle di Regno Unito e Germania.
Nello specifico, 19 progetti hanno avuto visibilità mediatica ma, in base agli esiti della ricerca, considerando anche le attività di formazione e di consulenza strategica, per comprendere modalità e ambiti applicativi dell’innovativa tecnologia, si supera la soglia dei 150.
In particolare, si tratta di 50 progetti avviati da imprese che devono ancora orientarsi sul tema, di 80 consulenze per conoscere le diverse piattaforme e sviluppare progetti pilota, di dieci progetti operativi e di dieci iniziative avviate da parte di startup. Numeri interessanti ma all’interno di un mercato ancora tutto da decifrare.
Il 59% delle aziende ha avviato sperimentazioni o è in procinto di avviarne, il 35% ha delle sperimentazioni iniziate e il 21% ha intenzione di attivarle nei prossimi 12 mesi. Il restante 41% non ha ancora lanciato progetti, ma il 31% di queste si sta informando per capire cosa fare.
Soltanto il 3% delle grandi imprese ha avviato progetti che si possono considerare a tutti gli effetti operativi.
L’indagine sottolinea che per cogliere i vantaggi della nuova tecnologia è necessario lavorare sulle barriere che, allo stato attuale, ne limitano l’uso, ossia la mancanza di competenze, la scarsità delle risorse a disposizione e la difficoltà nel valutare i benefici attesi.
La maggior parte delle aziende non ha previsto un budget e un team dedicato alla blockchain.
Il 59% delle imprese non ha stanziato risorse per questa tecnologia nel 2018, il 30% ha un budget inferiore a 100 mila euro, il 7% ha preventivato risorse comprese tra 100 mila e 500 mila euro e solo il 4% ha investito più di 500 mila euro.

Oltre un’impresa su tre non ha nessuna figura in organico impegnata sul tema (36%), il 17% ha più persone ma non in modalità strutturata, il 39% delle aziende ha affidato il compito al team innovazione e solo l’8% ha un delle figure dedicate.
In base alle risposte fornite da 61 chief innovation officer di grandi imprese italiane emerge che la conoscenza sull’argomento sia ancora scarsamente diffusa: il 26% dichiara una conoscenza elevata della «catena dei blocchi», il 31% non sa ancora cosa sia; soltanto per il 32% sarà una rivoluzione e appena il 2% dei cio la considera una priorità. Anche le aspettative sugli impatti sono ancora ridotte, infatti solo un’azienda su tre ritiene che la nuova tecnologia rappresenterà una rivoluzione, per il 61% si limiterà a migliorare soltanto alcuni processi e per il 7% non ci sarà alcuna influenza di rilievo.
Se si restringe il campo al proprio settore di appartenenza, solo il 16% del campione prevede un forte impatto, per il 54% l’effetto sarà medio, il 30% ritiene che avrà un’influenza piuttosto limitata. In base alle risposte fornite, i settori che saranno più trasformati sono la finanza (36%), la logistica (30%) e la gestione dei diritti di proprietà (18%).
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