Bando alle pretestuose polemiche sull’uscita di Rossi da Bankitalia

di Angelo De Mattia

Appare infondato rilevare, come pure alcuni fanno, che la dichiarazione di Salvatore Rossi sull’indisponibilità ad accogliere un’eventuale richiesta di conferma nella carica di direttore generale, alla scadenza del mandato il prossimo 9 maggio, sia stata, in effetti, una conseguenza dell’essersi sentito vittima sacrificale, non si sa bene di quale operazione e da chi promossa. Del resto, non è mai stato un trauma, a Palazzo Koch, l’uscita di personaggi di grande, se non eccezionale, rilievo che occupavano la stessa carica di Rossi: basti pensare a Rinaldo Ossola, a Lamberto Dini e, prima ancora, ad Antonino Occhiuto, sia pure vice direttore generale, ma con una grande influenza e una straordinaria capacità innovativa nell’organizzazione e nelle funzioni della Banca. Costoro, tra l’altro, lasciarono silenziosamente Via Nazionale.
In tutti vi è sempre stata, al fondo, l’orgoglio di aver potuto servire l’Istituto in posizioni molto delicate e di avere anche appreso molto, riconoscenti, al di là delle disparità di vedute che possono verificarsi nella vita lavorativa, nei confronti di coloro che tale possibilità avevano offerto loro. La mancanza del carattere traumatico è dovuta, innanzitutto, al fatto che le risorse professionali e di competenza, nell’Istituto, sono elevate e numerose; poi anche alla non brevissima permanenza nel Direttorio e nell’Istituto degli interessati, circostanza che ricorre anche per Rossi, poi all’impegno in altri versanti già definito o in via di definizione. Soprattutto trova la sua ragione negli apprezzamenti ricevuti e custoditi come un singolare patrimonio per la loro opera che, però, come tutte le cose umane, ha un inizio e una fine, non potendosi peraltro mai presupporre l’assoluta indispensabilità di se medesimo.

Insomma, non sembra possibile trasformare l’apprezzabile gesto del direttore generale, che piacerebbe osservare come compiuto «nel superiore interesse dell’Istituto», ma senza che egli si sia per nulla avvertito come un «sacrificato», in un’uscita di altro tipo costellata di quei caratteri che si manifestano quando, invece, vi sia qualcosa da recriminare, anche solo nel «foro interno». Ora, piuttosto, bisogna attendere gli sviluppi, avvicinandosi le previste scadenze e rimanendo ancora nel limbo il rilascio del parere non vincolante del governo sulla conferma di Luigi Federico Signorini, sottoposta ad approvazione da parte del Capo dello Stato, e sulla proposta formulata dal governatore Ignazio Visco riguardante la conferma di un componente il consiglio dell’Ivass.
Non è per nulla immaginabile che Visco sia condizionabile nella formazione di proposte per il Consiglio superiore ai fini della composizione del Direttorio, geloso come notoriamente è dell’autonomia e indipendenza della Banca, delle sue proprie prerogative istituzionali esercitate con rigore e della sua autonomia di pensiero e culturale. Ciò rappresenta una vera salvaguardia per i valori, la tradizione e il futuro dell’Istituto.
Allora, sarebbe veramente strano se, anziché valutare criticamente le pretese del governo manifestatesi nelle scorse settimane e da un po’ di tempo attutite (ma non si capisce fino a quando) ci si dovesse concentrare su analisi di comportamenti immaginando motivazioni e dietrologie che, qualora fossero effettivamente esistite, sicuramente sarebbero state espresse in tutta trasparenza. Chi è in difetto nella vicenda delle decisioni riguardanti il vertice di Palazzo Koch è il governo: è un punto che non va dimenticato, perché diversamente si capovolgono responsabilità e si trascura di rilevare la tenace tenuta di una rigorosa linea istituzionale. (riproduzione riservata)

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