Previdenza complementare, una buona abitudine, ancora troppo rara

In un mondo orientato a bellezza e rapidità, la vecchiaia non è tra gli argomenti di riflessione preferiti; eppure, la capacità di riflettere sul proprio futuro è una delle più grandi fonti di benessere in sé, dato che permette di portare a proprio vantaggio uno dei più potenti alleati (o nemici) di sempre: il tempo.
Negli ultimi 200 anni la vita media dell’uomo si è allungata in modo sorprendente. Nel 1863 l’età probabile di morte si situava a 49,29 anni; nel 1881 si arriva a 54 anni, quasi 60 nel 1891, 62,46 nel 1901, 71,11 del 1951. Oggi, la speranza di vita per un bambino italiano è di 80,6 anni per i maschi e 85,1 anni per le femmine (Dati Istat storici e Indicatori demografici – Stime 2017): una crescita esponenziale spaventosa (e meravigliosa). Va da sé che se la vita si allunga, si allunga anche la vita in pensione, che oggi rappresenta circa un terzo dell’età adulta, un periodo lunghissimo da progettare oggi e da inaugurare con cura.
Ogni lavoratore, single, sposato, convivente, con figli o senza figli, ha di conseguenza dei buoni motivi per pensare alla sua vita in pensione. E dovrebbe farlo subito. Occorre quindi essere certi che il denaro che verrà percepito a partire dalla fine del lavoro sia più che sufficiente per vivere tranquilli. Secondo l’ultimo rapporto Inps, la pensione media degli uomini ammonta oggi a 1.761 euro lordi al mese, quasi un terzo in più rispetto ai 1.245 euro delle donne. Questi importi, tuttavia, riflettono ancora vecchi sistemi di calcolo, più generosi di quelli attuali, che sono equi ma non regalano (né possono farlo) nulla. L’importo delle nostre future pensioni pubbliche è legato al reddito da lavoro, all’andamento dell’economia e alla speranza di vita. Eventi per nulla rari, come precarietà lavorativa, Pil in diminuzione e longevità in aumento, potrebbero quindi abbassare nel continuo l’importo delle nostre pensioni e le stime sulle prestazioni future lo dimostrano.
I dati sulle coperture pensionistiche pubbliche mostrano, da tempo, l’inadeguatezza degli importi rispetto a condizioni di vita sostenibili. Eppure, anche se i lavoratori italiani iscritti ai fondi pensione sono in aumento, c’è però ancora una forte resistenza ad aderire, causata soprattutto dalla mancanza di conoscenza sul tema o dalla continua procrastinazione delle scelte di iniziare il proprio piano pensionistico. Le adesioni sono ancora residue rispetto al bacino potenziale dei lavoratori occupati ed i motivi, secondo molti, sono proprio di ordine psicologico, legati alla difficoltà di prendere decisioni di previdenza che riguardano il lungo termine, in un tempo nel quale la riflessione sul futuro appare davvero scarsa. Così, per metà vita non pensiamo alla pensione perché è troppo presto, e per l’altra metà ci rammarichiamo di aver iniziato a pensarci troppo tardi. Il welfare aziendale, operando come motore di consapevolezza e di informazione, può davvero rendere la vita delle persone a fine lavoro «diversa e migliore» da quella verso la quale ci si incammina in assenza di decisioni. Per fare questo, bisognerebbe aiutare i lavoratori a immaginare il loro pensionamento, simulare la situazione futura, adottare strategie coerenti. Sapendo che la previdenza complementare ha, nel welfare aziendale, ogni genere di vantaggio economico. La previdenza è un mezzo per passare una buona vita in pensione. Il tempo, i mercati finanziari e i contributi (sia in termini di risparmio sui costi che di investimenti datoriali) dell’azienda non vanno davvero sottovalutati. Le aziende sanno bene che il tema della fine lavoro è un nervo scoperto dei lavoratori di oggi e sempre più spesso si adoperano ad offrire servizi. Questi comprendono spesso convenzioni con forme pensionistiche e più raramente analisi e simulazioni volte a sensibilizzare i lavoratori sulla necessità di pianificare il proprio futuro. Anche qui, c’è molto spazio di riflessione ed azione. (riproduzione riservata)
Fonte:
logoitalia oggi7