Occupazione e riforma Fornero frenano il deficit pensionistico

Pagine a cura di Bruno Fioretti

L’aumento dell’occupazione e l’ultima riforma pensionistica del 2011 cominciano a dare i primi frutti frenando il deficit sulla spesa pensionistica. Per l’insieme dei fondi pubblici e privati del sistema previdenziale obbligatorio, infatti, la spesa totale per pensioni è stata nel 2016 di 253,731 miliardi di euro, vale a dire 211 milioni in meno rispetto al 2015. In termini percentuali, si tratta di una lieve diminuzione pari allo 0,083%, che si distingue però dai due anni precedenti in cui si sono registrati rispettivamente aumenti dello 0,6% e dell’1,8%.
Sempre nel 2016, le entrate da contribuzione sono state di 196,52 miliardi di euro, con un aumento di 5,18 miliardi rispetto all’anno precedente.
Sono questi i numeri utili che potranno far riflettere i partiti politici che, durante la campagna elettorale, hanno annunciato la volontà di abrogare la Riforma Fornero del 2011. Da un lato, ritenuta penalizzante per il mondo lavorativo per via dello slittamento in avanti dell’età pensionistica ma, dall’altro, di fondamentale importanza per rallentare o, come nel 2016, arginare la crescita del debito pubblico.
Il tradizionale appuntamento del Centro studi di Itinerari previdenziali con la presentazione del rapporto (arrivato alla sua quinta edizione) sul bilancio previdenziale italiano quest’anno è caduto a cavallo delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Pertanto, il documento rappresenta una cartina di tornasole per avere contezza, nonostante i miglioramenti dell’anno scorso, degli squilibri esistenti all’interno del bilancio dell’Inps fino ad oggi ripianati dalla fiscalità generale. Escludendo la gestione dei parasubordinati (Inps2) e le Casse di previdenza dei professionisti che hanno una loro sostenibilità strutturata, nella gestione pubblica è quella dei dipendenti privati, di gran lunga più numerosa, che ha cominciato a beneficiare degli effetti citati con un incrementato dei contributi versarti (che passano dall’80,4% all’83,4%). Qualche altro miglioramento si registra anche in altre gestioni (si veda tabella). Ma nel complesso la strada verso la sostenibilità del bilancio previdenziale è ancora lunga. Vediamo perché.

I dipendenti pubblici. Tenendo conto dello squilibrio pro capite e della numerosità degli assicurati delle diverse categorie è nell’insieme dei fondi dei dipendenti pubblici (oltre 3,3 milioni di lavoratori attivi e quasi 2,9 milioni di pensioni) la situazione più critica del nostro sistema previdenziale. Anche in questo caso, c’è un elemento strutturale che genera uno squilibrio crescente nel fondo, dato dal rallentamento del turnover conseguente al blocco delle assunzioni iniziato già negli anni precedenti alla crisi (2008). Una parte della diminuzione dei contribuenti attivi è stata compensata dall’innalzamento dell’età pensionabile. Tutto ciò, però, se ha dapprima limitato l’aumento del numero di prestazioni da erogare, successivamente, ha avuto anche l’effetto di far salire, per il maggior numero di anni di anzianità, il valore medio delle prestazioni da erogare ai nuovi pensionati.

Artigiani e commercianti. Il fondo degli artigiani presenta invece una situazione squilibrata che non si è quasi modificata nei ultimi quattro anni. Il miglioramento del saldo negativo, da -26,9% a -23,5%, è infatti interamente dovuto al maggior peso dei trasferimenti pubblici che sono saliti di 3,3 punti percentuali, mentre la quota di contribuzione sul totale della spesa è rimasta invariata, appena sopra il 60%. Diversa la situazione del fondo dei commercianti, che vede un significativo incremento della quota già alta di spesa finanziata dalle contribuzioni (da 92,1% a 97,3%), una quasi stabilità della percentuale di finanziamento derivante dai trasferimenti pubblici e, quindi, un conseguente miglioramento del saldo, pari al +9,3% della spesa per prestazioni.

Agricoli. Molto più squilibrata risulta la situazione degli agricoli che, a causa di un rapporto molto elevato tra pensioni erogate e numero di contribuenti attivi presenta entrate contributive che superano di poco il 15% della spesa totale per prestazioni e un saldo negativo sopra il 34% della stessa spesa, nonostante il fondo abbia ricevuto nel 2016 trasferimenti pubblici ancora superiori al 50% sempre relativamente al totale della spesa.

I sorvegliati speciali. Il Fondo Volo risente sia della pesante crisi del settore aereo sia delle pessime performance del vettore principale, Alitalia, la cui crisi è stata posta spesso a carico della collettività. Nel 2016 il fondo presentava un differenziale di 176 milioni derivante da 124 milioni di entrate per contributi e 300 milioni di uscite per prestazioni. Il Fondo Clero (gestione per l’assicurazione generale obbligatoria per la vecchiaia, invalidità e superstiti dei sacerdoti secolari della religione cattolica e dei ministri di culto delle confessioni diverse dalla religione cattolica) presenta una situazione di squilibrio strutturale, anche se con un peso in termini economico-finanziari assai contenuto nel quadro dell’intero «sistema». Alla fine del 2016 le pensioni in pagamento erano 13.152 e gli iscritti 17.900 con un rapporto di 1,36 attivi per pensionato. Nel 2016 per il Fondo si evidenziano entrate contributive per 31 milioni a fronte di 100 milioni di uscite per pensioni, sempre al netto della quota a carico della fiscalità generale, con un disavanzo di 70 milioni, mentre il disavanzo patrimoniale ha raggiunto 2.274 milioni di euro.
La nuova gestione pensionistica del Fondo Dipendenti Poste e Telefoni (ex Ipost) che era già in deficit prima del passaggio all’Inps evidenzia ogni anno un pesante squilibrio gestionale ripianato mediante trasferimenti pubblici a carico dello Stato (4.157 milioni nel 2011, 4.164 nel 2012, 4.246 nel 2013, 4.151 nel 2014, 4.072 nel 2015, 4.786 nel 2016).
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