Mi do al private banking

Il lancio di una sgr e di una nuova piattaforma di consulenza indicano con chiarezza il percorso di crescita imboccato dalla banca multicanale. Che non teme gli scossoni sui mercati, assicura l’ad Foti
di Andrea Cabrini
Il futuro di Fineco è sempre più legato al private banking. Con 27 miliardi di masse su un totale di 69, il banking per la clientela più facoltosa cresce del 16% e per accelerare ancora la banca guidata da Alessandro Foti punta su una nuova sgr e a una nuova piattaforma di consulenza globale. In questa intervista a ClassCnbc Foti fa il bilancio dei primi tre mesi dell’anno e anticipa le novità in cantiere.
Domanda. Partiamo dal trimestre che si sta concludendo: che cosa è cambiato sui mercati?
Risposta. È finita una anomalia. L’anno scorso abbiamo vissuto condizioni senza precedenti. E io ora dico: bentornata volatilità! Non perché facciano piacere sedute come le ultime di questa settimana, ma perché la situazione è tornata normale e non ci vedo nulla di drammatico.
D. Come si dovrebbero comportare ora gli investitori?
R. Se mi chiede dove andranno i mercati, le rispondo che non ne ho la più pallida idea. Anzi, suggerisco di diffidare di chi ha questa ricetta magica. Sicuramente il 2018 si presenta come un anno diverso rispetto da quello passato e ai nostri clienti diciamo di pensare agli investimenti in un’ottica di pianificazione e non di trading.
D. È stato anche il primo trimestre di applicazione di Mifid2. Come vi siete mossi?
R. Su due fronti. Mifid2 comporta una compressione dei margini a medio e lungo termine per l’industria, che richiede uno sforzo di efficientamento operativo. Inoltre introduce la sfida della product governance: oggi devo garantire che i prodotti che offro ai clienti siano allineati con i loro interessi. Fineco lo fa attraverso un controllo più diretto della catena operativa dell’attività di gestione.
D. È pronta la nuova sgr?
R. Fineco Asset Management sarà pienamente operativa entro giugno. Sarà basata in Irlanda e gestita da un gruppo di 25 persone circa.
D. Saranno gestori?
R. No, non ci metteremo a fare i gestori di portafoglio. Fineco si è sempre caratterizzata per essere una piattaforma aperta, una delle più ampie in Europa, con più di 7 mila fondi e 74 case di investimento. Questo rimarrà come prima.
D. Quindi cosa cambierà?
R. Fineco Asset Management dovrà costruire fondi di fondi e i blocchi costitutivi delle nostre soluzioni di consulenza. In buona sostanza, se fino all’altro giorno utilizzavamo fondi retail dalla nostra piattaforma aperta, adesso utilizzeremo sempre l’expertise di questi gestori, che però gestiranno per conto nostro i nostri fondi. I fondi rimarranno gli stessi, però noi ne avremo la gestione operativa e ciò ci permetterà di recuperare efficienza e dare risposte migliori ai clienti e al mercato.
D. E poi?
R. Nella riunione dei nostri top banker a Montecarlo abbiamo annunciato che a giorni rilasceremo un nuovo servizio di consulenza. Si chiama «Plus», perché crediamo sia di assoluta eccellenza, e ha l’ambizione di permettere ai clienti di ricevere una consulenza a 360 gradi su tutti i loro asset finanziari grazie anche a strumenti di diagnosi, reportistica e monitoraggio.
D. Avete iniziato a informare i clienti sui costi ex ante della gestione?
R. Certo. Pensiamo che si debba anticipare l’effetto dell’arrivo dei rendiconti finali del 2018. Noi siamo sempre stati caratterizzati da un approccio estremamente trasparente verso i clienti e da un sistema di prezzi allineato alle migliori pratiche europee. È innegabile però che sarà un passaggio delicato, in quanto i clienti scopriranno costi che prima non sapevano di dover sostenere. Ricordiamo infatti che il mercato in passato è stato sempre caratterizzato da una prevalenza di commissioni implicite.
D. Come reagiranno i risparmiatori?
R. Valuteranno qualità del servizio e trasparenza. Noi abbiamo lanciato nel 2008 la consulenza fee only che esplicita con chiarezza le commissioni. In quel periodo molti erano scettici, pensavano che gli italiani non avrebbero mai accettato di pagare una parcella sulla consulenza. Invece oggi abbiamo più di 8 miliardi di euro gestiti in questa forma e questa evoluzione va nella stessa direzione.
D. Mercati più volatili e investitori più prudenti comportano meno commissioni: fine della crescita boom anche per voi?
R. La nostra crescita è spinta da trend strutturali che stanno cambiando profondamente la nostra società. Per esempio, gli italiani si sono resi conto che la gestione del risparmio è sempre più importante. La crisi è stata una grande lezione di educazione finanziaria. Come conseguenza oggi c’è una gigantesca richiesta di consulenza e questa continuerà nonostante gli eventuali rallentamenti dovuti alla volatilità del mercato. Il secondo trend è la digitalizzazione del Paese, che sta rendendo il risparmiatore italiano sempre più guidato nelle sue scelte dalla qualità dei servizi e sempre meno dal concetto di prossimità, che lo faceva entrare nella filiale sotto casa. Incontrando questo mese gli investitori negli Usa, inoltre, abbiamo riscontrato forte apprezzamento per il nostro modello «one stop shop», una sola banca che risponde a tutte le esigenze del cliente, dalla transazione agli investimenti private. Per questo rimaniamo ottimisti sul futuro di crescita di Fineco .
D. È altrettanto ottimista sul futuro della consulenza?
R. I consulenti hanno una straordinaria opportunità, visto che il mercato si sta ampliando notevolmente. Hanno quindi la possibilità di fare molto più business, ma a due condizioni. La prima è che l’azienda sia efficiente e permetta loro di gestire al meglio il tempo. Mi spiego: il consulente finanziario deve fare il suo lavoro e non l’amministrativo o il backoffice. La seconda condizione è un aumento della produttività, che vuol dire lavorare in maniera più organizzata ed efficiente. In tal caso i consulenti riusciranno a guadagnare addirittura di più in un contesto caratterizzato da un margine unitario probabilmente più basso. (riproduzione riservata)
ha collaborato Giulio Regina
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