L’Italia è una meta per curarsi

Il saldo è negativo, ma il fenomeno genera già 2 miliardi
Pagina a cura di Federico Unnia

La salute, e con essa la scelta delle cure migliori al prezzo più sostenibile, saranno sempre più al centro dell’attenzione di operatori della sanità, imprese di assicurazioni e consumatori e il nostro Paese, forte anche della leadership raggiunta sia nei trattamenti operatori e curativi sia nella capillarità del sistema ospedaliero (pubblico e privato) vuole giocare un ruolo sempre più centrale.

In discussione, infatti, stando agli ultimi dati disponibili, un fenomeno che a livello globale potrebbe raggiungere 100 miliardi di dollari di valore e interessare 10 milioni di pazienti. Disposti a sostenere viaggi e spese pur di accedere ai sistemi di cura più avanzati.
Una recente ricerca della Commissione trasporti e turismo dell’Unione europea, che ha fatto il punto sul fenomeno, rivela che all’interno dei 28 stati dell’Unione sono stati registrati 56 milioni di arrivi nazionali e poco più di 5 milioni internazionali. Di questi, il 4,3% era legato a motivi di salute (quasi il 6% degli arrivi nazionali e poco più dell’1% di quelli internazionali), con un valore globale di 47 miliardi di euro, il 4,6% del fatturato dell’intero comparto turistico europeo. Più elevata l’incidenza della salute nella motivazione dei viaggi in entrata da paesi extra Ue, che arriva al 6% del totale.
Secondo le stime dell’Osservatorio Ocps-Sda Bocconi l’Italia genera oggi un valore pari a 2 miliardi di euro, che secondo gli osservatori internazionali potrebbe arrivare a 4 miliardi, implementando l’offerta di servizi sanitari e turistici offerti agli stranieri. Il saldo per ora è ancora negativo, con circa 350 mila italiani che vanno oltre confine cercando, prevalentemente, prestazioni meno care in chirurgia dentale, estetica e ricostruttiva, trapianto dei capelli. Solo 5 mila gli stranieri arrivati in Italia, principalmente da Paesi Arabi, Russia, Svizzera, Balcani, spinti però dalla ricerca di trattamenti ad alto tasso di specializzazione in neurologia, cardiochirurgia, oncologia, chirurgia bariatrica e ortopedia. Questo si riflette sulla spesa media che oscilla tra i 20 e i 70 mila euro, senza calcolare le spese generate dal corollario turistico.
Quali sono i motivi di questo svantaggio? Secondo Alessandro Santambrogio, fondatore di Intercare, la prima fiera italiana di Turismo medicale e di Destination Health, società di advisory sull’internazionalizzazione della salute, «tutte le destinazioni al top del settore hanno un coinvolgimento diretto dei governi e delle istituzioni. Se guardiamo ai cinque fattori principali che influenzano la scelta di dove andare a farsi curare (costo, tempi di accesso, disponibilità della cura, qualità delle strutture sanitarie e dei medici e qualità del luogo) almeno quattro sono legati alla destinazione e sono influenzabili da precise scelte legislative. Ecco perché non si può prescindere da una collaborazione tra pubblico, privato e istituzioni se si vuole disegnare una strategia competitiva efficace».
Proprio su questo fronte, la possibilità per i pazienti esteri di recuperare l’Iva è una delle principali richieste avanzate dagli operatori italiani per non essere penalizzati sullo scenario internazionale. Un trattamento medico è una prestazione erogata in Italia di cui il paziente gode una volta tornato a casa e in alcuni Paesi come la Germania, questo principio è riconosciuto, ma non Italia. Oggi uno straniero può recuperare l’imposta su una borsa o un paio di scarpe ma non su una protesi d’anca.
Un aiuto allo sviluppo del turismo medicale potrebbe arrivare dalle istituzioni europee se solo trovasse una completa applicazione la direttiva 24/2011 sulle cure transfrontaliere che nasce per assicurare ai cittadini europei il diritto di scegliere dove farsi curare, nell’ambito Ue, ricevendo poi il rimborso per la prestazione sanitaria dal proprio Ssn. Promulgata nel 2011 avrebbe dovuto essere recepita nel 2013 ma nel 2018 c’è ancora molto da fare: in Italia è entrata nel nostro ordinamento solo nel 2014, con il decreto legislativo n. 38, ma in altri Stati non è ancora avvenuta la stessa cosa. Manca chiarezza su cosa viene rimborsato, in alcuni paesi solo le cure e in altri anche il viaggio, e le tempistiche sono lunghe. Ci sono anche problematiche nei Punti di contatto nazionali, a cui è demandata l’applicazione della direttiva, che dovrebbero gestire pazienti e documentazione in lingue diverse dalla propria e, infine, la frammentazione della normativa in Italia, di competenza regionale, non aiuta.
Non sorprende, quindi, se solo il 10% dei cittadini europei dichiara di essere informato di questa potenzialità a fronte del 49% che afferma di essere disposto a curarsi all’estero.
Per sviluppare questo comparto, un modello cui anche in Italia si guarda è quello della Spagna che ha, da tempo, creato SpainCares, un cluster che raggruppa le associazioni degli ospedali, delle terme e degli albergatori insieme a enti pubblici di promozione regionale. Lo scorso anno l’ente ha ricevuto oltre 140 mila pazienti da Germania, Francia, Russia, Regno Unito ed Emirati Arabi, con una spesa di 500 milioni di euro, alla ricerca di cure legate soprattutto all’ortopedia, alla riproduzione assistita o all’oftalmologia. La collaborazione tra settore privato e pubblico è stata fondamentale per sviluppare questo mercato, in particolare nelle attività di marketing che includono la partecipazione a eventi di settore, comunicazione on e offline, l’invito di giornalisti e di operatori a visitare gli ospedali spagnoli.
E in Italia? Inutile dire che anche in questo settore la Lombardia marcia a una velocità maggiore di altre regioni. Infatti, oltre a essere un fiore all’occhiello del sistema sanitario italiano, è anche un distretto biomedicale con 56 dipartimenti universitari di medicina, 19 Irccs che producono il 58% delle pubblicazioni mediche, 32 Centri di ricerca, 700 aziende biomedicali che rappresentano il 47% del fatturato italiano del settore.
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Enormi potenzialità della direttiva Ue
«È fondamentale che il governo italiano riconosca l’enorme potenziale della direttiva europea 2011/24/EU e si impegni a migliorare innanzitutto le informazioni disponibili per i pazienti e per gli operatori sanitari. La direttiva stabilisce la creazione di Punti di contatto nazionali (Ncp) che aiutino pazienti, ospedali e medici in tutte le tappe della erogazione/fruizione della prestazione sanitaria, dalla prescrizione alla continuità delle cure e a eventuali procedure di ricorso. Nel caso dell’Italia l’Ncp coincide con il ministero della salute, ma purtroppo le informazioni disponibili sul sito web sono incomplete, non chiare e ben lontane dal promuovere una effettiva cooperazione in materia di assistenza sanitaria tra gli Stati membri». Parola di Ilaria Giannico, segretario generale Uehp, Unione europea degli ospedali privati. È innegabile che la frammentazione regionale italiana non favorisca l’implementazione della direttiva e questo è un problema comune a molti Stati membri dell’Unione. È necessario fare sistema e agire a livello nazionale, superando la cosiddetta ottica dei «silos», secondo la quale ciascuno guarda solo alla propria realtà. Ci sono regioni che fanno meglio di altre e che sono capaci di attrarre pazienti dall’estero, fornendo loro servizi sicuri e di alta qualità. È il momento di prendere esempio da queste regioni ed estendere le loro competenze anche alle regioni che attualmente fanno più fatica, per agire come «Sistema Paese» ed essere competitivi a livello internazionale. «Sicuramente le assicurazioni giocano un ruolo preminente nella partita della mobilità sanitaria, poiché possono, da un lato, organizzarsi come società di mutuo soccorso e dall’altro come soggetti in grado di prevenire i rischi assunti. In particolare, le assicurazioni possono raccogliere informazioni sulla mobilità transfrontaliera dei pazienti e quindi creare prodotti e servizi innovativi che siano competitivi e che aiutino l’Italia a guadagnare una posizione più attrattiva sul mercato, rispetto alla domanda di cure sanitarie all’estero».

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