Rete delle cose a rischio cyber-criminalità

di * delegato italiano alla Proprietà intellettuale CONTATTI: mauro.masi@consap.it

Si potrebbe dire «da che pulpito viene la predica»; al Salone CeBit 2017 (uno dei più grandi eventi mondiali dedicati alla rivoluzione digitale) che si è tenuto dal 20 al 24 marzo ad Hannover è intervenuto in videoconferenza Edward Snowden, l’ex agente della Nsa (l’agenzia Usa per la sicurezza nazionale in particolare di quella informatica) che ha rivelato i controlli segreti di massa sulla rete e sul traffico telefonico da parte di autorità di governo.

Snowden, parlando chissà da dove ma sicuramente con cognizione di causa, ha sottolineato come si sia di fronte al rischio di un enorme salto di qualità della cyber-criminalità e del cyber-spionaggio perché «entro il 2020 oltre 20 miliardi di soggetti saranno connessi in rete e di questi circa il 40% saranno dispositivi connessi in reti aziendali; i produttori dovranno rapidamente introdurre meccanismi di sicurezza che rendano più costose le operazioni di spionaggio e/o criminali». «Se il prezzo da pagare per bucare un dispositivo supera il valore delle informazioni che si possono raccogliere, questo è il miglior rimedio possibile contro le intrusioni». Così Snowden. E ha ragione. Il suo riferimento è all’esplosione ormai imminente di Internet of things (Internet delle cose, secondo la definizione introdotta da Kevin Ashton del Mit nel 2009) che sta abilitando miliardi di oggetti fisici ad interagire attraverso canali digitali creando nuove sottoreti e quindi nuovi mercati. I settori maggiormente toccati da questa ennesima rivoluzione tecnologica trainata dalla rete sono i più diversi ma tutti molto incidenti sui nostri living standard: si va dalla gestione intelligente dei flussi di mobilità come quelli delle zone a traffico limitato attraverso videocamere; alle centraline che rivelano con particolari sensori online i tassi d’inquinamento all’interno delle aree urbane; alla tracciabilità delle merci; alla gestione efficiente dei rifiuti orientata dai flussi di raccolta; alla razionalizzazione delle reti di distribuzione dell’energia. Le potenzialità di questa «rete delle cose» sono straordinarie; secondo International Data Corporation entro il 2020 gli oggetti connessi saranno oltre 26 miliardi con un valore del mercato di riferimento di 7.100 miliardi di dollari. Tutto bene quindi? No, niente affatto. Internet of things può portare sicuramente tanti vantaggi ma al prezzo, come dice Snowden, di un crescente e rovinoso rischio per la sicurezza. Niente può escludere, anzi ad oggi lo si deve ritenere molto probabile, che il computer che controlla la nostra lavatrice, o il frigorifero, venga in futuro compromesso attraverso la rete e, che so, mandi spam e-mail o faccia da sponda a siti pornografici o siti di iperviolenza; o che la nostra autovettura venga controllata da un punto oscuro o remoto della rete e mandata deliberatamente a schiantarsi; o che il nostro tostapane si trasformi in una trasmittente che manda in rete ogni nostro dato sensibile. È quindi imperativo che insieme alla crescita di «Internet delle cose» cresca in parallelo l’impegno delle istituzioni e del mercato per alzare le protezioni tecniche e legali contro gli hacker e i cybercrime. È curioso che ce lo ricordi una spia ricercata in mezzo mondo e che vive nascosto forse in un remoto angolo della Russia, ma è proprio così.

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