La previdenza ha fame di pir & c.

di Anna Messia
I fondi pensione italiani sono pronti a investire nell’economia reale e chiedono un rafforzamento degli interventi decisi nella legge di Stabilità 2017, alzando la soglia dell’attivo patrimoniale potenzialmente coinvolto dal 5 al 15% ed estendendola ad altri strumenti rimasti esclusi. Il nuovo presidente di Assofondipensione, Giovanni Maggi, eletto lo scorso dicembre, vuole accelerare le manovre, consapevole della potenza di fuoco dei 31 fondi negoziali da lui rappresentati, i quali gestiscono complessivamente 46 miliardi di euro. Ieri Maggi, intervenuto al convegno organizzato dalla Febaf sul tema del sostegno alla crescita economica, ha sollevato la questione perché ormai i fondi pensioni sono maturi e consapevoli che devono rivedere i propri investimenti, concentrati oggi sui titoli del debito pubblico, prevalentemente italiano. I fondi, insomma, sono costretti a guardare altrove per cercare rendimenti appetibili e vogliono fare la loro parte nel sostegno alla ripresa dell’economia italiana . Tanto che Maggi è arrivato a chiedere un rafforzamento delle misure già previste nella legge di Stabilità 2017. «Abbiamo apprezzato gli interventi della legge di Bilancio 2017, che ha mostrato attenzione sul tema della previdenza complementare dopo i segnali contradditori arrivati dalla politica negli ultimi anni», sottolinea il presidente di Assofondipensione. Il riferimento è appunto alle norme che hanno previsto incentivi fiscali per casse e fondi pensione che investono nell’economia reale, con l’esenzione della tassazione sui capital gain in caso di investimenti in azioni o quote di imprese residenti in Italia o in Stati dell’Ue, o aderenti all’accordo sullo Spazio Economico Europeo con stabile organizzazione in Italia. Come nel caso dei Pir, i piani individuali di risparmio, «l’incentivo si applica a condizione che l’investimento sia detenuto per almeno cinque anni», spiega Maggi, «e non deve neppure superare il 5% dell’attivo patrimoniale del fondo». Soglia, quest’ultima, che secondo Maggi dovrebbe essere elevata al 10-15%, per aumentare l’entità delle risorse che i fondi pensione potranno apportare appunto per il rilancio dell’economia. Non solo. «Nell’attuale formulazione l’incentivo spetterebbe anche qualora l’ente previdenziale decidesse di investire esclusivamente in azioni di imprese quotate», aggiunge, «trascurando l’investimento in asset alternativi, quali private equity e venture capital», che pure potrebbero avere un ruolo importate. Ed è rimasto fuori anche l’importante asset alternativo del private debt, «visto che la norma non prevede che il beneficio fiscale si applichi agli investimenti in titoli di debito delle imprese», sottolinea il presidente di Assofondipensione, come pure«agli investimenti in infrastrutture che erano invece considerati tra quelli che avrebbero dovuto beneficiare del credito d’imposta che era stato introdotto dalla legge di Stabilità 2014 e abrogato, perché difficilmente utilizzabile in assenza di chiare indicazioni applicative». I fondi pensione, dopo le riflessioni degli anni passati, sono insomma pronti a passare ai fatti e l’Associazione ha in programma momenti di approfondimento e confronto per agevolare le valutazioni sulle diverse opportunità che il mercato propone. Il 21 marzo si riunirà la Consulta dei Presidenti proprio per discutere del Piano di attività 2016-2019 che contempla iniziative sul tema investimenti e verrà presentato pure un Progetto del Fondo Italiano di Investimento finalizzato a convogliare il risparmio previdenziale verso l’economia reale. (riproduzione riservata)
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