Fondi, chi rende (e costa poco)

di Paola Valentini
Quello dei costi dei fondi d’investimento è un argomento sempre più al centro dell’attenzione. I prodotti low cost, come gli Etf, negli ultimi tempi stanno registrando brillanti risultati di raccolta perché i risparmiatori sono diventati molto più sensibili al fattore commissioni rispetto alle performance. D’altra parte in una fase di tassi ai minimi, i costi addebitati possono avere un peso notevole sul rendimento finale dell’investimento. Un fenomeno evidente soprattutto negli Usa dove, non a caso, due gestori specializzati nei prodotti passivi a basso costo come Vanguard e BlackRock (con gli Etf di iShares), hanno conquistato il vertice della raccolta di fondi ed Etf nel 2016 (stando ai dati di Morningstar) con, rispettivamente, 277 miliardi di dollari (di cui 257 nelle gestioni passive) e 100 miliardi (118 sono andati ai prodotti passivi, mentre gli attivi hanno visto riscatti superiori alle sottoscrizioni). Vanguard e BlackRock sono i due maggiori gestori al mondo. Considerando soltanto i fondi retail e gli Etf, al primo posto c’è Vanguard con masse gestite per 3.773 miliardi, e al secondo BlackRock (2.077 miliardi). Aggiungendo le gestioni istituzionali quest’ultima conquista la vetta con 5.100 miliardi (di cui quasi 1.300 miliardi in Etf). In Italia invece il mercato resta per ora dominato da una struttura distributiva basata sulle retrocessioni delle commissioni al collocatore, cosa che fa lievitare il costo finale per chi investe in fondi. La concorrenza dei fondi passivi o di quelli a basso costo comincia comunque a farsi sentire. Ma per ora poche società di gestione italiane hanno sposato la via del low cost per i comparti a gestione attiva. Uno dei pochi esempi arriva da AcomeA che nel 2015 è stata la prima sgr italiana a quotare propri fondi in borsa, una modalità di collocamento che ha permesso alla sgr di scontare le commissioni di circa il 50% rispetto alla classe tradizionale dato che non c’è il servizio di consulenza del distributore.
Per Morgan Stanley la pressione alla riduzione delle commissioni, che finora ha interessato i due estremi del mercato, ovvero le gestioni passive e gli hedge fund, si estenderà anche ai fondi attivi (si veda box). Tale tendenza è provocata da performance poco brillanti e dalle crescenti pressioni normative. Su questo ultimo fronte in Italia per esempio c’è il tema delle esose commissioni di performance delle sgr basate all’estero che dovranno essere limitate su richiesta dell’Ue. Fatto sta che la gestione attiva, a detta di molti osservatori del mercato, è destinata a tornare in auge dopo una fase di dominio degli investimenti agganciati all’indice. «Riteniamo che le eccezionali manovre espansive delle banche centrali negli ultimi anni abbiano fortemente contribuito allo sviluppo di questi trend», afferma Guglielmo Manetti, vice direttore generale di Intermonte Advisory e Gestione. Ma quest’anno le correlazioni consolidate da anni sono venute meno. «Turbolenze politiche, scenario di reflazione e crescita economica globale sincronizzata hanno prodotto una significativa dispersione di performance tra le principali asset class da inizio anno», aggiunge Manetti. Le conseguenze?
«In un mondo in cui le correlazioni più sicure entrano in crisi, si ritiene che la gestione attiva sia in grado di meglio interpretare i cambiamenti del mercato», conclude Manetti. Proprio per capire quanto i sottoscrittori di prodotti che si dicono attivi hanno pagato lo scorso anno, MF-Milano Finanza ha analizzato i costi raccolti dalla società di analisi finanziaria Fida sui documenti informativi di 1.150 fondi comuni di diritto italiano. In media nel 2016 le commissioni prelevate dal patrimonio dei prodotti di diritto italiano sono state dell’1,62%, in base al Ter (Total expense ratio), mentre le spese correnti sono state pari all’1,58% a fronte di una performance media 2016 di pochissimo superiore allo zero (0,03%). Le spese correnti comprendono i costi per il possesso di un fondo, quali le commissioni di gestione, di amministrazione e revisione e della banca depositaria. Non includono, invece, quelle di performance e sono escluse anche le commissioni di intermediazione legate alla compravendita dei titoli in portafoglio, le commissioni di ingresso e di uscita dai comparti (questi ultimi sono a carico dei singoli investitori e sono a discrezione del collocatore), oltre che gli oneri fiscali. Le spese correnti sono indicate nel Kiid (il documento introdotto dalla normativa comunitaria) che sintetizza le spese sostenute ogni anno dal fondo e, quindi, dai sottoscrittori. Ma proprio perché queste non includono le commissioni di incentivo, Fida le ha aggiunte alle spese correnti calcolando il Ter, in modo da avere un dato che tenesse conto anche di queste. Che sono appunto prerogativa dei gestori attivi perché remunerano la maggiore performance ottenuta dal fondo rispetto al parametro di riferimento scelto, il benchmark. Con un’avvertenza: spesso i Ter più bassi sono quelli delle classi per gli istituzionali e i costi dipendono dalla categoria (gli azionari o i flessibili di solito sono più cari). Inoltre, sono sempre più numerosi i fondi che decidono di non ancorarsi a un benchmark, così il calcolo della commissione di performance risulta meno oggettivo. Detto questo, cosa emerge?

In cima alla lista dei fondi più cari del 2016 c’è Gestielle Obiettivo East Europe con un Ter del 5,35% per via della commissione di performance che ha fatto lievitare le spese correnti pari al 2,22%, con un rendimento che è stato comunque del 25%. Ma ci sono anche casi in cui a fronte di un risultato negativo il Ter risulta tra i più alti. Come nel caso di Consultinvest Multimanager High Volatility che ha perso il 3,3% e ha prelevato una commissione del 5,06%. Mentre sul fronte dei meno cari, guardando alle singole categorie, tra gli azionari spicca AcomeA America classe A2 (0,99%), la quale non a caso è la classe self service che, al pari di quella in borsa, ha un costo di gestione annuo più che dimezzato rispetto alla scelta tradizionale perché non prevede la remunerazione per la consulenza di un banker (è acquistabile online sul sito della sgr). La performance di questo fondo, un azionario America, nel 2016 è stata del 26%, battendo la media dei fondi di categoria che ha fatto l’11,8% (indice Fideuram). Tra i bilanciati spunta un altro fondo di AcomeA, Patrimonio Prudente A2, con un Ter dello 0,87% e un rendimento del 13,39%. Nel 2016 l’indice Fideuram dei bilanciati ha fatto il +2,4%. Sul fronte dei flessibili, Soprarno Reddito & Crescita è quello che tra i meno cari ha reso di più: il suo Ter è dello 0,78% e la performance del 2,84%, contro lo 0,95% dell’indice Fideuram. Infine tra gli obbligazionari flessibili, una specializzazione di gran moda negli ultimi anni, si mette in evidenza il Mediolanum Flessibile Valore Attivo con un Ter dello 0,9% e un rendimento del 2,72% rispetto all’1,9% registrato in media dalla categoria. (riproduzione riservata)
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