Donnet, buona la prima

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di Anna Messia

Ora l’attesa del mercato è che Generali possa addirittura superare l’obiettivo dei 5 miliardi dei dividendi cumulati promessi agli azionisti entro fine 2018. I dati del bilancio 2016 comunicati dal gruppo assicurativo giovedì 16 sono andati oltre le stime, tanto che il giorno dopo sono arrivati una serie di giudizi positivi e di indicazioni di rialzo dei prezzi obiettivo del titolo. Kepler Cheuvreux, sottolineava per esempio che il miglioramento della qualità del business potrebbe portare a superare le promesse sulla cedola. Mentre Banca Imi prevede una cedola di 0,85 euro per azione, destinata a salire a 0,95 euro sul bilancio 2018, portando così i dividendi cumulati nel periodo 2015-2018 a 5,2 miliardi. Del resto dei 5 miliardi indicati come obiettivo all’investor day di maggio 2015, quando al vertice del gruppo c’era ancora Mario Greco, ne sono già stati distribuiti 2,4 miliardi, considerando appunto gli 80 centesimi staccati a valere sul bilancio 2016, in crescita rispetto ai 72 centesimi dell’anno prima. C’è insomma in atto un’accelerazione sul piano e quel che è certo è che Philippe Donnet, che con il 2016 ha firmato il suo primo bilancio come group ceo di Generali (dopo essere stato per tre anni amministratore delegato di Generali Italia), ha superato l’esame a pieni voti. L’anno si è chiuso con un risultato operativo di 4,8 miliardi, in crescita dello 0,9%, il dato più alto nella storia del gruppo mentre l’utile netto è stato di 2,1 miliardi (+2,5%) nonostante i minori profitti da realizzato e le svalutazioni del 52% della quota di Atlante, su sui il Leone aveva puntato 150 milioni.

Un importante segnale di crescita arrivato in un momento complicato per il mercato assicurativo alle prese con bassi tassi d’interesse e con l’inversione del trend positivo che aveva caratterizzato il mercato Rc Auto negli ultimi anni. Ma probabilmente ancora più complicato per Generali chiamata ad un doppio test. Da una parte dimostrare con i numeri che la staffetta interna al vertice, tra Greco e Donnet, era stata la mossa giusta e dall’altra dare segnali che la compagnia ha le spalle forti per resistere ad eventuali attacchi esterni. I piani di Intesa Sanpaolo che a febbraio aveva fatto sapere di avere allo studio un’operazione sulla compagnia (salvo poi fare un passo indietro) hanno infatti inevitabilmente lasciato un fianco scoperto in Generali . E Donnet, sottolineando comunque che non c’è nessuna minaccia sulla compagnia, né dall’Italia né dall’estero, ha fatto chiaramente intendere che la miglior difesa per la società è accelerare sullo sviluppo e sul piano industriale. Come avvenuto nel caso dei taglio dei costi nei mercati maturi che in questi mesi è stato più rapido del previsto (pari a 70 milioni), tanto che l’obiettivo di una sforbiciata di 200 milioni è stato anticipato di un anno, al 2018. Non solo. Donnet ha puntualizzato che la compagnia non ha bisogno di un aumento di capitale (che era stato richiesto dalla rete degli agenti) visto tra l’altro che il regulatory solvency ratio è del 194%.

La scommessa di Generali per i mesi a venire passa però tutta per l’estero. Prima di tutto perché si attendono notizie dal piano di dismissione delle partecipate che non sono più funzionali al gruppo, affidato a Frederic de Courtois, capo Global Business Lines & International di Generali . La novità dell’ultimo investor day di novembre scorso è stato infatti l’annuncio di cessioni di società in 13-15 Paesi nel mondo dalla cui vendita dovranno arrivare almeno 1 miliardo di euro da reinvestire sulla crescita. In ballo c’è il 4% dei 70 miliardi dei premi complessivi del gruppo. Quindi circa 2,8 miliardi di premi sparsi tra Olanda, Irlanda, Belgio, Tunisia o Colombia ed Ecuador. E benché il group ceo abbia detto che l’interesse del mercato per questi asset è molto ad oggi non sono ancora state firmate cessioni. Ma da tenere sotto controllo è anche il riassetto in atto in Europa. A partire dalla Francia che sta dando segnali di miglioramento ma che continua avere bassi margini sia nel Danni sia nel Vita. Nel Paese il combined ratio (che misura la profittabilità del Danni, e più basso meglio è) si avvicina ancora al 100% (99,4%) contro il 92,5% medio del gruppo. Mentre il new business margin (che rappresenta invece la profittabilità del Vita) è pari appena al 9,6% contro il 27,2% dell’Italia e addirittura il 38,8% della Germania che nel 2016 ha registrato la crescita più forte (+15,7%) nonostante i bassi tassi d’interesse nel Paese. In Francia, paese guidato da Eric Lombard, è in atto la rinegoziazione di molto degli accordi distributivi con cui il gruppo distribuisce nel mercato, per renderli più profittevoli. Ma in ogni caso nel 2016 tutte le partecipate, Francia oompresa, hanno distribuito dividendi alla capogruppo in crescita. I risultati migliori arrivano ancora una volta dall’Italia, con un dividendo lordo di 1 miliardi (+11%), e subito dopo c’è la Germania, guidata da Giovanni Liverani, che ha staccato una cedola di 425 milioni, in crescita del 36%. Altri 285 milioni (+24%) sono arrivati dall’Europa dell’Est e 415 milioni (+27%) da Asia e mercati emergenti. Dalla Francia 250 milioni (+8%).
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