Chi ha paura di Vanguard

di Paola Valentini
Non è un caso se proprio ora abbia deciso di scendere nell’arena del mercato italiano del risparmio Vanguard, il più grande asset manager al mondo con masse per 3.777 miliardi di dollari finora rimasto alla finestra lasciando entrare in Italia decine di gestori di piccola e media taglia, ma anche grandi taglie del calibro di Fidelity e Blackrock che collocano i propri fondi nel Paese ormai da diversi anni. Il problema è che l’attuale debolezza del sistema creditizio italiano sta lasciando spazio a capitali stranieri, che cercano di cogliere al volo l’occasione per conquistare a prezzo stracciato imprese e banche e di conseguenza quote rilevanti del risparmio degli italiani. Un allarme lanciato addirittura dai servizi di sicurezza nazionale nella loro relazione annuale al Parlamento, come ha scritto MF-Milano Finanza l’8 marzo scorso. Per gli 007 in questo periodo, «l’integrità e la solidità del sistema bancario sono bersaglio in qualche modo di operazioni acquisitive da parte di campioni stranieri in grado di drenare all’estero quote significative del nostro risparmio». L’attività di intelligence ha mantenuto alta l’attenzione anche «per le strategie adottate dai grandi fondi di investimento o da istituzioni finanziarie estere al fine di individuare comportamenti lesivi degli interessi nazionali ed eventuali minacce alla stabilità sistemica». Ma in Italia c’è anche un altro aspetto che deve affrontare chi vuole entrare nel mercato del risparmio gestito, ovvero la struttura della distribuzione. Che a differenza di quanto accade in Paesi come Usa o Regno Unito, è saldamente in mano alle banche e alle reti di consulenti finanziari. I quali per collocare i fondi di case terze ricevono dalle società di investimento laute commissioni di retrocessione prelevate dalle commissioni di gestione. Il che rende complicato far scendere il costo medio di gestione dei fondi. A questo proposito l’ultima Indagine sui Fondi e le Sicav Italiani di Mediobanca evidenzia che in confronto con l’industria finanziaria americana i fondi italiani sono costosi. Gli oneri medi dei fondi statunitensi nel 2015 (stando ai dati Ici) sono stati pari allo 0,68% negli azionari (0,70% nel 2014, 0,83% nel 2010, 0,99% nel 2000 e nel 1990) e allo 0,54% negli obbligazionari (0,57% nel 2014, 0,64% nel 2010, 0,76% nel 2000, 0,88% nel 1990), mentre i monetari sono intorno allo 0,13% come nel 2014 (0,26% nel 2010). In Italia invece, afferma l’Ufficio sudi di Mediobanca , sui fondi azionari gravano oneri che solo nel 2015 sono stati più di quattro volte superiori (erano poco più di una volta e mezzo nel 1990 e nel 1995). L’incidenza dei costi addebitati agli azionari è tornata al massimo storico toccato nel 2013 (2,9%), mezzo punto percentuale in più rispetto al 2014, principalmente per il maggior peso delle provvigioni di incentivo. Mentre gli obbligazionari costano in media l’1,1% oltre il doppio rispetto agli Usa (massimo storico, era 1,1 volte nel 1990) e i fondi di mercato monetario lo 0,4%, tre volte di più (nel 2006 il rapporto con i costi dei fondi Usa era pari a 1,6 volte).

E anche la Mifid II in arrivo dal prossimo anno non ha sciolto il problema dato che ha introdotto un modello in cui l’attuale struttura, basata sulla retrocessione delle commissioni, potrà convivere con un regime in cui il collocatore viene pagato a parcella. Non solo. In questo inizio 2017 in Europa si assiste a un’inversione di tendenza della raccolta dei fondi attivi. Se nel 2016 negli indicizzati erano entrati 77 miliardi di euro a fronte dei 45 miliardi sui fondi attivi, sorpasso visto solo nel 2008 e 2011 quando però gli attivi erano in raccolta negativa (si veda grafico in pagina), a gennaio 2017, secondo le rilevazioni di Morningstar «i fondi azionari sembrano essersi lasciati alle spalle i forti deflussi che hanno caratterizzato il 2016 (-86 miliardi) causati dall’uscita dalle gestioni attive». Un inizio che, se confermato, prefigura tempi più difficili per i gestori passivi. Che nell’ultimo anno sono stati i veri protagonisti della raccolta.
Nel 2016 Vanguard ha raccolto la bellezza di oltre 1 miliardo di dollari al giorno. Ma il gruppo di Malvern (Pennsylvania) avrà in Italia lo stesso successo riscosso negli Usa? Il colosso dei fondi indicizzati (fondi passivi ed Etf che per loro natura sono a basso costo perché replicano un indice di mercato senza affidarsi alle scelte di un gestore in carne e ossa) ha messo nel mirino il nostro Paese dove è in procinto di sbarcare. L’asset manager americano infatti, pur essendo uno dei maggiori investitori istituzionali nell’indice Ftse Mib di Piazza Affari (è esposto per 6,1 miliardi secondo i dati della Borsa italiana), non ha mai portato i suoi fondi sul mercato tricolore. Ma ora ha deciso di provarci. E stando ad alcune indiscrezioni, Ugo Loser, attuale amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, sarebbe in pole position per la guida di Vanguard Italia. È quanto ha appreso Mf-DowJones da una fonte vicina alle trattative, che spiega come il nome di Loser sia in cima alla lista degli head hunter incaricati di individuare la guida della società sul mercato tricolore, per seguire il quale è prevista a breve l’apertura di una sede a Milano.
Sulla carta l’arrivo del gruppo fa molta paura perché lo scorso anno ha sbaragliato tutti i concorrenti. Nel 2016 Vanguard è stato il protagonista assoluto della raccolta perché ha beneficiato del boom che ha interessato le strategie passive. In un anno, la società ha raccolto 317 miliardi di dollari, laureandosi dominatore assoluto a livello mondiale dal momento che la raccolta dell’intera industria nel suo complesso è stata pari a 728 miliardi di dollari, peraltro in calo rispetto ai mille miliardi del 2015, mentre Vanguard ha visto gli afflussi di fondi aumentare dato che nel 2015 la sua raccolta netta era stata di 251 miliardi (fonte Morningstar).
La stessa Morningstar, nell’ultimo Global Asset Flows Report 2016, afferma: «Sembra che Vanguard non possa sbagliare un colpo. Il gigante non solo ha mantenuto, ma ha anche consolidato la sua posizione come leader indiscusso dell’industria globale dei fondi grazie alla crescente popolarità delle strategie indicizzate e alla sempre maggiore sensibilità degli investitori alle commissioni». Colpisce inoltre, rileva Morningstar, che Vanguard abbia attirato flussi non soltanto sui fondi passivi ma anche su quelli attivi. «La società si conferma la preferita dagli investitori perché continua a mantenere la promessa di produrre rendimenti competitivi a costi bassi», spiega Morningstar.

Al secondo posto della classifica mondiale della raccolta netta 2016 si colloca BlackRock/iShares con 154 miliardi, terzo è il gruppo State Street con 61 miliardi. Non è un caso se ai primi posti si piazzino gestori passivi (Blackrock è proprietaria di iShares, specializzata in Etf, e State Street possiede gli Etf Spdr). «In linea generale tutte le società che hanno ampliato l’offerta per includere anche fondi a gestione passiva low-cost hanno registrato flussi positivi, mentre nell’ambito dei gestori attivi alcuni grandi operatori hanno patito deflussi importanti, come Franklin Templeton che nel 2016 ha subito perdite nette pari a 72 miliardi di dollari», sottolinea il Global Asset Flows Report 2016. Dal quale emerge che BlackRock-iShares, grazie alla brillante raccolta, lo scorso anno è riuscita a superare un big come Fidelity diventando a fine 2016 il secondo maggiore gestore al mondo (considerando sia i fondi attivi sia i passivi). Non a caso nel giugno 2016 Fidelity ha ridotto i costi di 27 suoi fondi passivi domiciliati negli Usa, una mossa che ha cominciato ad avere effetti positivi nei mesi successivi. Un’altra mossa messa in campo dagli asset manager attivi per arginare la pressione dei fondi indicizzati è la crescita per fusioni o acquisizioni. Come dimostra l’ultimo deal concluso in settimana, la fusione tra Standard Life e Aberdeen, che creerà uno dei maggiori gestori nel Regno Unito con masse per più di 660 miliardi di sterline. Proprio Aberdeen si era fatta avanti per rilevare l’italiana Pioneer, che poi nel dicembre dello scorso anno è finita ad Amundi. Mentre in ottobre sempre nel Regno Unito Henderson ha comprato il rivale americano Janus.

I motivi dell’enorme successo delle gestioni passive, lo scorso anno, è legato ai forti deflussi che hanno colpito i fondi azionari attivi: 390 miliardi di dollari sono confluiti nelle strategie indicizzate azionarie e 423 miliardi sono risultati in uscita da quelle attive. «Il 2016 è stato un anno di crescita debole in tutto il mondo, su cui ha pesato l’incertezza dovuta anche agli straordinari eventi politici. Gli investitori hanno reagito a questo contesto volgendo lo sguardo verso le attività meno rischiose, in attesa di un aumento dei tassi di interesse e uscendo dai fondi azionari, nonostante l’andamento positivo delle borse», spiega Alina Lamy, Senior markets analyst di Morningstar.
Il fenomeno è particolarmente eclatante negli Stati Uniti, il mercato dell’asset management più sviluppato al mondo dove Vanguard ha la maggior parte degli asset. Lo scorso anno l’industria dei fondi Usa ha attratto 288 miliardi di dollari (Europa e Asia hanno avuto flussi, rispettivamente, pari a 103 e 134 miliardi di dollari). Di questi, ben 492 miliardi sono stati attratti dagli index fund (fondi indicizzati). Per contro, quelli gestiti attivamente hanno visto defluire 204 miliardi di dollari. Ebbene è stato proprio grazie a Vanguard che il mercato Usa lo scorso anno ha registrato una raccolta positiva: nel Paese il gruppo ha avuto flussi per quasi 300 miliardi di dollari, mentre il resto dell’industria ha subìto riscatti per oltre 100 miliardi di dollari. E questo è accaduto anche nel 2015 (vedere grafico in pagina).Non non è tutto. Ironia della sorte, nonostante la sua notorietà per le gestioni passive, Vanguard negli Usa in alcuni mesi del 2016 è stato l’unico gruppo tra i primi dieci ad avere una raccolta positiva nelle sue gestioni attive (che rappresentano circa un quarto delle sue masse totali). «Quello che è successo dimostra che non è solo questione di gestioni attive contro passive, ma piuttosto il tema è ottenere rendimenti accettabili a costi bassi», osserva l’analisi di Morningstar. Fino alla crisi finanziaria del 2000, i fondi più costosi attiravano flussi rilevanti, poi la sensibilità degli investitori alle commissioni è via via aumentata alimentando l’interesse per i prodotti più economici. I fondi più cari, tuttavia, erano riusciti a difendere i rispettivi flussi di raccolta, ma con la successiva crisi del 2008, la tendenza ha avuto un’accelerazione, al punto che il triennio 2014-2016, sempre secondo i dati rilevati da Morningstar, ha visto aumentare nettamente la fuga dai fondi più costosi verso i fondi low cost. Alla luce di questi dati, Morningstar afferma che oggi la questione non è tanto che «la morte della gestione attiva, ma piuttosto la morte della gestione attiva offerta a costi esorbitanti», dal momento che i fondi attivi a basso costo stanno ancora attirando denaro. Proprio come Vanguard che ha fatto della economicità la sua bandiera. Il colosso americano fondato nel 1975 da John C. Bogle è diventato famoso per la sua offerta a prezzi abbordabili, resa possibile perché la società gira i profitti ottenuti con le economie di scala ai sottoscrittori dei suoi fondi sotto forma di commissioni più basse. Man mano che le masse in questo trentennio sono cresciute in modo esponenziale, il gruppo ha quindi tagliato i costi medi dei suoi fondi dallo 0,89% del 1975 allo 0,38% del 1990 fino all’attuale 0,18%, meno di un quinto rispetto alla media dell’industria che è pari all’1% (dati Vanguard). E a partire dagli anni 90, visto il crescente successo di raccolta, Vanguard è stato imitata da diversi concorrenti, che hanno cominciato ad abbassare le commissioni nel timore di perdere quote di mercato.
In tutti questi anni il management del gruppo è rimasto stabile. Il presidente e ad William McNabb è al timone dal 2008. La struttura dell’azionariato è originale: Vanguard è posseduta dai suoi fondi, che a loro volta sono di proprietà dei suoi investitori. L’offerta comprende 180 fondi distribuiti negli Usa più altri 175 collocati in mercati esteri. E conta più di 20 milioni di investitori distribuiti in 170 Paesi, mentre i dipendenti sono 14 mila in totale.
Il gruppo si è spinto fuori dai confini statunitensi per la prima volta nel 1996 quando ha aperto una sede a Melbourne in Australia. Negli anni seguenti l’espansione internazionale è proseguita con l’apertura di nuovi uffici, incluso il quartier generale europeo a Londra cui si aggiungono Amsterdam, Zurigo e Parigi. Amsterdam è il punto di riferimento per il mercato dei fondi pensione, e Zurigo serve ad aggredire gli asset delle assicurazioni, mentre in Italia fa gola l’enorme ricchezza finanziaria privata. Che è superiore ai 4 mila miliardi (stando ai dati Banca d’Italia a fine 2015). Di questi circa 1.200 miliardi sono investiti in fondi o prodotti assicurativi e previdenziali. Ci sono quindi circa 2.800 miliardi di risparmio privato aggredibili. E su questi oggi si gioca la sfida tra gli asset manager. (riproduzione riservata)
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