La recente approvazione della delega fiscale e il dibattito in corso sulla opportunità di rivedere la tassazione delle rendite finanziarie offrono lo spunto per qualche riflessione anche in materia di previdenza complementare. Nella fitta agenda che il neo premier Matteo Renzi ha anticipato è auspicabile sia considerata anche l’esigenza di un deciso rilancio dei fondi pensione, soprattutto considerando le esigenze in termini previdenziali delle giovani generazioni.

Con l’applicazione del metodo contributivo, i vuoti dovuti a precarietà, rallentamento dell’economia e retribuzioni in media più basse rispetto alle generazioni precedenti, rischiano di produrre nel tempo livelli di copertura del sistema obbligatorio alquanto ridotti. Diventa quindi indispensabile per i giovani accedere alla previdenza complementare, che va assolutamente rilanciata. I recenti dati sulla disoccupazione, specie giovanile, richiedono però un deciso rilancio del mercato del lavoro. La previdenza complementare è una forma di risparmio finalizzato, e per stimolarne la capacità è necessaria a monte una fonte di reddito. Va poi avviato un serio e costante percorso di educazione previdenziale, tramite le istituzioni e le associazioni di categoria. Non è sufficiente attendere come una manna la tanto annunciata «busta arancione» (su cui si aspetta l’opinione del nuovo ministro del Lavoro Giuliano Poletti) che potrebbe anche funzionare da deterrente considerando il rischio di produrre una percezione di impotenza di fronte a un gap previdenziale particolarmente accentuato. I fondi pensione, come testimoniato dalla recente indagine Censis/Covip, sono ancora percepiti come una «nebulosa informe» nell’immaginario collettivo e, quando le condizioni economiche lo consentono, si ricorre ancora troppo spesso a forme di «welfare fai-da-te». Va poi ripreso il tema fiscale rivitalizzando i benefici previsti in chiave europea. Più nello specifico, i principali schemi di tassazione utilizzati in Europa sono tre. Il più diffuso è il Modello Eet (Esenzione, esenzione, tassazione), che individua il momento della tassazione unicamente nella fase dell’erogazione della prestazione. I contributi e i rendimenti sono esenti nella prima e nella seconda fase e sono tassati al momento i erogare la prestazione, dato che essa è formata dai contributi versati dagli iscritti e dai rendimenti conseguiti dal fondo. È adottato da 18 Paesi (tra questi Belgio, Bulgaria, Estonia, Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia) su 27 Stati Ue. La maggior parte dei Paesi membri europei si sta orientando verso questo tipo di sistema, a seguito del previsto aumento atteso del tasso di dipendenza degli anziani. C’è poi il Modello Ett (Esenzione, tassazione, tassazione) attualmente adottato in Italia (insieme a Svezia e Danimarca), che individua due diversi momenti di imposizione fiscale. Sono assoggettati sia i rendimenti (all’11%) nel momento in cui vengono realizzati, che le prestazioni nel momento della erogazione. I contributi sono esenti nella fase del versamento ma sono tassati al momento dell’erogazione della prestazione pensionistica. Ulteriore possibilità è quella del Modello Tte ( Tassazione, tassazione, esenzione). Questo modello individua i momenti di imposizione fiscale nella fase del versamento dei contributi e nella fase del conseguimento dei rendimenti. Di conseguenza, le prestazioni risultano esenti da tassazione. È adottato da Lussemburgo e Ungheria e in parte dalla Germania.

Per rendere più appetibile il risparmio previdenziale nel nostro Paese è auspicabile che il modello italiano Ett evolva verso un più europeo Eet. Se ciò si rivelasse impossibile a causa della mancata copertura di finanza pubblica, si potrebbe però riconsiderare il regime del maturato. Mentre infatti dal 1° luglio 2011 i fondi comuni di diritto italiano sono passati dalla tassazione sul reddito maturato a quella sul realizzato, consentendo in tal modo agli investitori di differire nel tempo il pagamento delle imposte sui risultati del fondo, i fondi pensione sono ancora tassati con il vecchio criterio, meno favorevole. La normativa tributaria attuale prevede poi specifici benefici per incentivare l’adesione dei familiari fiscalmente a carico, che andrebbero adeguatamente divulgati.

 

In chiave evolutiva andrebbe riconsiderata poi la proposta dell’Ania di estendere le agevolazioni fiscali anche a beneficio dei nonni. Sembrano poi maturi i tempi per rendere finalmente operativi i piani di risparmio di lungo termine tanto auspicati da Assogestioni. Introdotti nel nostro ordinamento dalle manovre finanziarie estive nel 2011, in analogia con quanto già accade in altri Paesi europei quali Francia e Inghilterra, sono rimasti poi in sospeso, in attesa di un decreto ministeriale che ne disegni in modo preciso e inequivocabile le sembianze La struttura è quella di un investimento fiscalmente agevolato (si ipotizzava al 12,50%) con un vincolo di durata. Interessante vedere anche quali sono le esperienze estere. È utile citare il caso francese con i Plan d’Epargne en Actions (Pea) e quello britannico con gli Individual Saving Account (Isa) I Pea sono forme di investimento in azioni europee con una tassazione agevolata nel lungo periodo. I risparmiatori possono versare in questi piani (sia in unica soluzione che con un piano di accumulo) un montante massimo di 132 mila euro. Le azioni acquistate sono riscattabili in qualsiasi momento ma godono di un regime tributario agevolato se detenute per almeno 24 mesi. Il vantaggio è rappresentato dall’aliquota ridotta al 18% in sostituzione di quella ordinaria del 22,5%. Oltre i 5 anni invece i rendimenti dei Pea sono addirittura esenti. Interessante anche il modello anglosassone. In Gran Bretagna sono stati introdotti nel 1998 gli Isa, Individual Saving Account. Sono conti di risparmio in cui si possono depositare fondi d’investimento, azioni, bond, polizze assicurative ma anche eventualmente liquidità. Gli Isa sono esentasse e flessibili. (riproduzione riservata)