Le cronache hanno registrato diffusamente le lamentele delle generazioni nate intorno al 1952 che in ragione del decreto Salva-Italia, che ha imposto dal primo gennaio 2012 l’applicazione del metodo contributivo al calcolo delle pensioni di tutti i lavoratori, hanno rinviato il traguardo della pensione di alcuni anni. Peggiore la posizione delle generazioni più giovani, che vanno incontro a tassi di sostituzione, tra prima pensione e ultimo stipendio, decisamente inferiori a quelli dei 60enni di oggi. Ancor peggiore la situazione di chi è impegnato in attività parasubordinate. Di fronte alla loro situazione, lo scoramento prende il soppravvento inducendo, a volte, a non mettere in campo contromisure utili a costruirsi una pensione dignitosa: dal controllo dei contributi versati, al riscatto della laurea all’adesione a un fondo pensione (come spiegato nei due libri «Guida alla pensione integrativa», usciti gli ultimi due sabati con Il Sole 24 Ore). A focalizzare le difficoltà che i parasubordinati devono affrontare in più rispetto ad altre categorie professionali, uno studio di Lucia Vergano, ricercatrice dell’Università di Pavia: gli ostacoli sono il basso tasso di contribuzione, il 27,72% invece del 33% dei dipendenti, che produce rendite inferiori rispetto ad altre categorie. Pesa e non poco, inoltre, la discontinuità contrattuale che può produrre buchi contributivi dannosi per la costruzione di una pensione. 

Anche la burocrazia rema contro: c’è talvolta incompatibilità tra i software utilizzati da alcuni datori di lavoro e quelli utilizzati dall’Inps, tanto da impedire la corretta identificazione della posizione contributiva dei lavoratori. «La rigidità del sistema – dice Vergano –, in netta contraddizione con la logica propria del regime contributivo, impedisce che i contributi versati a differenti casse previdenziali possano confluire in un unico metodo di calcolo per determinare le prestazioni pensionistiche. E così a intere categorie di lavoratori potrebbe essere di fatto negato il diritto alla pensione». Un mix per cui l’attività lavorativa parasubordinata corrisponde a una condizione di inferiorità: «Intere categorie di lavoratori parasubordinati – dice Paola Profeta, docente di Scienze delle Finanze all’Università Bocconi – sembrano pertanto inesorabilmente condannati a scontare i perversi effetti della precarietà anche oltre la durata della vita attiva». 

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