Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Il gruppo archivia il 2025 con un utile netto di 10,6 miliardi di euro, in aumento del 14% su base annua e in linea con il consensus degli analisi, nonostante l’assorbimento di 1,4 miliardi di poste straordinarie riconducibili a proventi di negoziazione e oneri di integrazione. La redditività sale al 19,2% di rote, in miglioramento di 1,5 punti percentuali. Questi numeri hanno dato benzina al titolo Unicredit che ieri in borsa ha guadagnato il 6,3% avvicinandosi a 80 euro. Parlando con gli analisti il ceo Andrea Orcel ha delineato la strategia della banca, usando parole di grande prudenza sul capitolo m&a (vedi intervista in pagina). Il banchiere ha toccato anche il tema Generali, la compagnia partecipata con una quota intorno al 2%. Nelle ultime settimane sono tornate a circolare indiscrezioni su un possibile interesse di Unicredit per Trieste e anche per il suo primo socio Mps-Mediobanca. Orcel però ha sgombrato il tavolo dalle speculazioni: «Comunichiamo regolarmente con Generali, sono uno dei nostri partner industriali». Senza tralasciare il fatto «che forniscono la maggior parte dei nostri prodotti assicurativi bancari in Europa Centrale e Orientale» e «noi distribuiamo i loro prodotti attraverso la nostra rete» per cui «è normale che comunichiamo con loro. Il resto sono solo fantasie di persone che hanno bisogno di inventare storie, ma al momento non c’è nient’altro da aggiungere su questo tema».
Rinnovata la prima linea manageriale di Credem. Giuliano Cassinadri diventa condirettore generale. Mantiene il coordinamento delle aree chief financial officer e delle funzioni legale, corporate governance, sustainability e stakeholder engagement ed estende la responsabilità al coordinamento dell’area crediti.

È ufficiale: per gli avvocati l’equo compenso della legge 21/04/2023, n. 49 si applica soltanto nei confronti dei grandi clienti. Lo prevede ora in modo esplicito l’articolo 25-bis del codice deontologico, che dispone sanzioni disciplinari in caso d’inosservanza: la norma è stata modificata dal Consiglio nazionale forense dopo i dubbi espressi dall’Antitrust, che aveva rilevato potenziali restrizioni della concorrenza; il nuovo testo è pubblicato sulla Gu del 05/02/2026 n. 29.
Piccolo rincaro dei contributi degli artigiani e commercianti. Con il leggero aumento dell’1,4%, pari all’inflazione Istat, infatti, devono pagare almeno 4.521 euro (gli artigiani) o 4.612 euro (i commercianti) per avere l’intero anno 2026 utile ai fini pensionistici. A spiegarlo è l’Inps nella circolare n. 14/2026. I lavoratori che hanno aderito al concordato preventivo possono versare i contributi sul reddito pattuito con il Fisco (più basso di quello effettivo), purché d’importo almeno pari al «minimale di reddito» che, per l’anno 2026, risulta di 18.808 euro (resta ferma la facoltà di versare i contributi sul reddito effettivo qualora d’importo più elevato del reddito concordato). A partire da quest’anno, infine, non ci sono più rincari delle aliquote contributive (l’ultimo c’è stato l’anno scorso, dello 0,3%, per i collaboratori fino a 21 anni d’età).
Scudo penale per il personale della scuola. Dirigenti, docenti e Ata non potranno essere iscritti sul registro degli indagati per ipotesi di reato qualora sia evidente che il fatto si sia verificato in presenza di legittima difesa, in stato di necessità, oppure per adempiere un dovere e, comunque in presenza di una causa di giustificazione (cosiddetta “scriminante”). In questi casi, l’autore della condotta sarà, certamente, interessato da un procedimento penale, ma il suo nome non sarà più iscritto nel registro delle notizie di reato. Al contrario, ci sarà un’annotazione in un modello (registro) apposito e gli interessati potranno partecipare a ogni atto di indagine, che deve procedere velocemente verso l’archiviazione. È quanto prevede il decreto legge sicurezza, approvato dal consiglio dei ministri del 5 febbraio 2026, con l’obiettivo di distinguere l’indagato di un reato da chi ha commesso un fatto, ma non è punibile per una causa di giustificazione.
Sul tema dell’edilizia e della sicurezza scolastica pare consumarsi una “zona di tregua” politica. L’iter del Decreto Milleproroghe (A.C. 2753), in discussione alla Camera, sta portando alla luce una convergenza trasversale tra maggioranza e opposizione su un punto critico: il rinvio dei termini per la valutazione congiunta dei rischi negli edifici scolastici. La prova di questa intesa risiede negli emendamenti che portano firme di spicco di diversi schieramenti: On. Roggiani (PD) per l’opposizione, On. Pella (Forza Italia) per la maggioranza e On. Steger (Gruppo Misto) per le autonomie. Tutti i proponenti concordano nel far slittare al 31 dicembre 2026 l’adozione del decreto del Ministro dell’Istruzione e del Merito, di concerto con il Lavoro, che deve definire le modalità di valutazione dei rischi, nodo fondamentale per ripartire le responsabilità tra dirigenti scolastici, considerati datori di lavoro, ed enti locali quali proprietari degli immobili. Questa pax politica si innesta su un contesto amministrativo già segnato da scadenze tassative fissate dagli uffici di Viale Trastevere. Con i decreti del 31 dicembre 2025, pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 2 febbraio 2026, il Ministero ha già concesso tempo ai cantieri. Per l’adeguamento antisismico (Piano 2018-2021), il termine per la conclusione e la rendicontazione dei lavori è stato prorogato al 30 giugno 2026.

Sono almeno 4 milioni gli anziani fragili che hanno bisogno di cure e assistenza continua e se nel 2050, come dicono le previsioni, un italiano su tre sarà over 65 (oggi sono uno su quattro). Oggi la spesa pubblica per le cosiddette long term care rivolta agli anziani e ai disabili vale circa 35 miliardi all’anno, di cui 13 di spesa strettamente sanitaria, 15 miliardi per indennità di accompagnamento e circa 7 miliardi per i servizi erogati a livello locale. Gli italiani di tasca loro per garantirsi cure e assistenza per sé e per i loro cari spendono la maxi cifra di 21 miliardi di euro che diventano oltre 30 miliardi se si includono i costi diretti e indiretti per badanti e caregiver che prestano servizio senza contratti regolari. Numeri di fronte ai quali anche la recente riforma sulla non autosufficienza può pochissimo, come nel caso del bonus anziani da 850 euro al mese che visto i paletti stringenti – a cominciare dall’Isee sotto i 6mila euro – ha raggiunto poche migliaia di over 80 (a fronte comunque di una platea potenziale di solo 25mila anziani). Ecco perché accanto a un Ssn sempre più in difficoltà la strada della Sanità integrativa, il secondo pilastro, è assolutamente ineludibile per gli attuali e i futuri milioni di non autosufficienti: a interrogarsi sulle Long term care (Ltc) è una indagine contenuta nell’ultima rivista «Sanità complementare» di LavoroWelfare in cui sono stati interpellati oltre a diversi esperti del settore anche sei Fondi integrativi tra i più grandi che oggi operano in Italia che contano circa 6,5 milioni di iscritti sul totale dei 16,3 milioni di italiani che aderiscono ai 324 Fondi presenti nel nostro Paese. Dall’indagine emerge come la spesa sanitaria dei Fondi veda prevalere l’odontoiatria – «confermando il ruolo storicamente centrale di questa area» non coperta dal Ssn – le visite specialistiche, l’alta diagnostica e gli interventi chirurgici, con aree emergenti come quelle della salute mentale.
Sarà la Covip – la Commissione di vigilanza sui fondi pensione – a esercitare la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Ssn su «profili organizzativi, di governo societario, amministrativi, finanziari, contabili, di trasparenza e di corretto funzionamento, ivi inclusi i tempi, le procedure e le modalità operative di riconoscimento, erogazione e liquidazione delle prestazioni in favore degli iscritti». E sempre la Covip tra le altre cose gestirà l’albo dei fondi «disciplinando le modalità di iscrizione, permanenza e cancellazione», vigilando e approvando «statuti, regolamenti, fonti istitutive, modelli organizzativi e sistemi di governo» o esercitando «il controllo sulla gestione finanziaria, patrimoniale e tecnico-assicurativa» con un regolamento sempre di Covip che entro febbraio 2027 stabilirà classificazioni, requisiti patrimoniali, schemi standard di bilancio, ecc.
Parliamo con loro regolarmente. Sono uno dei nostri partner industriali». È con queste parole che l’amministratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, ha provato a sminare le voci che vogliono la banca impegnata in colloqui con il gruppo Generali su possibili intese che vadano oltre quelle già in essere. «La gente – ha aggiunto il banchiere – dimentica che forniscono la maggior parte dei nostri prodotti assicurativi bancari nell’Europa centrale e orientale. E che distribuiamo i loro prodotti di gestione patrimoniale all’interno della nostra rete. Quindi, ovviamente, comunichiamo con loro». Il riferimento, nello specifico, è a un accordo firmato ancora nel 2018 e che porta come data di scadenza il 2033. Un’intesa che va di pari passo con un’altra firmata con il gruppo Allianz. Ma che sulla carta ha un profilo nettamente diverso. La collaborazione con Trieste riguarda soprattutto la distribuzione di soluzioni assicurative nell’Europa centro orientale, ma con una specificità: Generali è partner esclusivo per la distribuzione di Credit Protection Insurance (CPI) in Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Romania, Serbia, Slovenia, Slovacchia ed in Bosnia Herzegovina; in Serbia l’accordo è stato esteso anche ai prodotti vita e non-vita. Mentre il Leone è stato scelto come partner privilegiato per la distribuzione di prodotti assicurativi leasing in Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, Romania, Serbia, Slovenia, Slovacchia e Bosnia Herzegovina.
Nel private banking italiano le differenze generazionali ridisegnano portafogli, modelli di consulenza e priorità strategiche. Secondo un’analisi Deloitte realizzata per Il Sole 24 Ore, oltre il 50% della ricchezza finanziaria investibile delle famiglie Private (sia High net worth sia Ultra high net worth) – oltre 1.300 miliardi di euro a fine 2025 – è concentrata nelle mani degli over 65, il 35% in quelle di investitori tra i 45 e 64 anni, mentre il 9% appartiene agli under 40. «La polarizzazione della ricchezza riflette il profilo demografico del Paese – osserva Luigi Capitanio, senior partner di Monitor Deloitte -. I risparmiatori più maturi privilegiano la protezione del capitale, in genere investito in asset stabili e a basso rischio, mentre preparano la successione e il trasferimento di ricchezza. La Gen X si distingue per obiettivi di bilanciamento tra crescita del capitale e diversificazione del rischio in ottica di stabilità finanziaria. La Next Gen, infine, è orientata alla crescita del capitale nel lungo periodo, anche attraverso l’apertura verso investimenti alternativi più rischiosi e asset class innovative».