Cresce il numero delle imprese che scelgono i lodi arbitrali per definire le controversie
di Roberto Miliacca

Non c’è agenda di governo che non abbia previsto una riforma della giustizia. Non che non ce ne sia stato e non ce ne sia bisogno: nonostante gli interventi legislativi effettuati nel corso degli anni, la giustizia rappresenta ancora una zavorra per il sistema Paese. Secondo gli ultimi dati del Consiglio d’Europa, per una sentenza civile, in Italia, ci vogliono in media 527 giorni contro i 233 della media europea; nel penale, 361 giorni contro i 144 dell’Ue; nel settore amministrativo, due anni e mezzo, più del doppio della media comunitaria. E l’emergenza Covid, con la chiusura per un lunghissimo periodo delle aule dei tribunali, ha dato un ulteriore colpo di grazia al settore, allungando ancora quei tempi. In attesa che il legislatore decida di percorrere nuove strade per accorciare i tempi della giustizia (condizione, questa, peraltro imposta dall’Ue per la concessione dei fondi del Next Generation Ue), molti general counsel delle aziende italiane, nel concludere i propri contratti, decidono sempre più spesso di avvalersi di clausole arbitrali, proprio per evitare di doversi confrontare con le lungaggini dei tribunali italiani. Gli studi legali d’affari che Affari Legali ha sentito questa settimana non solo confermano questo trend, ma ritengono che questo strumento di risoluzione extragiudiziale delle controversie sia una strada da promuovere e incentivare tra le imprese. Tra le ragioni di questa valutazione positiva, oltre ai tempi più rapidi per la definizione del giudizio, anche una maggiore riservatezza del procedimento e l’elevata preparazione e specializzazione degli arbitri. Chissà che non sia questa la «riforma» del nuovo governo.

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