Per i Pir il vaccino fiscale è necessario ma non sufficiente

L’eccezionalità del momento richiede misure eccezionali. Tale è la recente approvazione dell’emendamento che introduce in legge di Bilancio, all’articolo 35-bis, un credito d’imposta per le eventuali perdite relative agli investimenti dell’anno 2021 in Pir pmi. Un vaccino a scadenza che immunizza temporaneamente un mercato appena nato, da almeno una parte dei rischi che possono minacciarne lo sviluppo. Un paracadute fiscale che si configura oggi come un intervento necessario per arginare gli effetti di breve termine della crisi che stiamo vivendo. È centrale, infatti, che il risparmio privato trovi canali preferenziali per finanziare l’economia reale italiana, aiutando le imprese a fare un salto culturale verso fonti di finanziamento alternative a quelli tradizionali e, nello stesso tempo, che si apra una importante finestra di opportunità a tutti gli operatori specializzati per la creazione di nuovi strumenti atti ad alimentare le pmi stesse. L’emendamento concede un credito d’imposta a fronte di eventuali perdite relative agli investimenti effettuati entro il 2021, anno in cui si misureranno le conseguenze economiche della pandemia, per una durata di minimo cinque anni, fino a un valore massimo di 60 mila euro (pari al 20% del tetto di 300 mila euro annuale di investimenti in questo tipo di strumenti) detraibili dal 2026 in 10 rate annuali in compensazione con F24.

Le pmi costituiscono l’ossatura dell’economia italiana e il Parlamento evidentemente ha compreso che oggi più che mai necessitano di risorse e sostegno finanziario che possono arrivare anche attraverso investimenti privati di lungo periodo raccolti in adeguati strumenti finanziari. Questo genere di soluzioni è di solito caratterizzato da un livello di rischio elevato e, quindi, particolarmente adatto agli investitori private che, per loro natura, hanno un profilo più articolato e un risparmio più paziente. Stiamo parlando di 660.800 famiglie italiane a cui fanno capo patrimoni finanziari superiori al mezzo milione di euro, per uno stock totale di 1.150 miliardi di euro. Il processo di investimento di capitali privati in economia reale italiana, lentamente partito prima dello scoppio della pandemia, è stato oggi frenato bruscamente dalla crisi. Si tratta di liquidità che, in periodi come quello attuale con incertezza e volatilità a livelli record, ha ripiegato verso impieghi più liquidi e cautelativi o in strumenti finanziari che investono in imprese ed emittenti esteri ritenuti più sicuri.

Secondo l’ultima indagine Ipsos realizzata per Aipb, il 65% delle famiglie private, infatti, non è disponibile a investire nel lungo periodo, una quota che riporta il dato al livello del 2018, annullando il progresso registrato nel 2019 (48%). L’82% delle famiglie private dichiara di voler risparmiare per affrontare eventuali emergenze, eppure il 65% delle stesse famiglie ritiene che in questa fase i risparmi debbano finanziare l’economia reale. In questo momento servono quindi interventi a presa rapida, non c’è più tempo per azioni di lungo periodo. Garanzie di successo possono derivare da una strategia sinergica con impatti positivi su tutti i soggetti chiave del processo: risparmiatori, imprese, gestori specializzati. I risparmiatori, perché valutino conveniente investire in fondi specializzati in pmi italiane. Le imprese, perché trovino utile e vantaggioso ricorrere a fonti di finanziamento di lungo periodo complementari al credito bancario. I gestori, perché reputino interessante il mercato italiano, tanto da localizzarsi in Italia e creare fondi che investano nelle nostre piccole e medie imprese. Interventi focalizzati solo su uno dei tre attori coinvolti rischierebbero di far dirottare sui mercati esteri quel risparmio di cui andiamo orgogliosi e di bloccare le nostre imprese nell’eterna emergenza, impossibilitate a portare avanti le lancette della crescita. La defiscalizzazione delle perdite dei Pir pmi potrebbe quindi essere un primo importante passo. Ma c’è ancora molto da fare. Secondo le indagini realizzate da Ipsos per Aipb i clienti sarebbero disposti a tenere fermo per almeno 10 anni in investimenti illiquidi il 16% del patrimonio, in cambio di rendimenti interessanti (o incentivi fiscali). Oggi, tuttavia, le strategie specializzate in economia reale sono pari solo allo 0,4% dei portafogli è chiaro che esista un cortocircuito che impedisce alle intenzioni di trasformarsi in azioni. Tema centrale è lo sviluppo di un’offerta adeguata. Ancora oggi l’Italia ha caratteristiche culturali che non favoriscono lo sviluppo dei private market. I due aspetti di domanda e offerta sono interconnessi. Sarebbe in questo senso auspicabile accelerare anche sul fronte della creazione di una definizione armonizzata a livello europeo della categoria di investitori semi professionali, basata sulla dimensione del portafoglio (superiore a 500 mila euro) e sul servizio. Servirebbe a rimuovere i limiti della Mifid II, che ha avuto molti meriti sul fronte della tutela del retail, ma una serie di conseguenze negative per i clienti con patrimoni elevati in termini di limitato accesso al premio di illiquidità. (riproduzione riservata)

*segretario generale dell’Associazione italiana del private banking (Aipb)

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