Pensioni in altra quota

In vista della scadenza senza rinnovo di Quota 100 il governo Conte sta lavorando all’ipotesi di una nuova riforma. Che potrebbe alzare l’asticella a 102. Lo scenario aggiornato delle età di uscita dal lavoro nello studio Progetica

Paola Valentini
Il cantiere pensioni resta sempre aperto e i lavoratori continuano a essere spettatori delle discussioni in corso, ponendosi molti interrogativi. D’altra parte la posta in gioco è alta perché la riforma, nelle intenzioni del ministro del lavoro Nunzia Catalfo, dovrà essere strutturale per razionalizzare un sistema che, dopo la riforma Fornero del 2012, si è sviluppato sulle eccezioni più che sulle regole. «L’elevato numero di possibilità di anticipo dell’età di pensionamento rispetto alla norma generale dimostra che la legge Fornero non ha funzionato, in quanto non si era mai verificato, tra l’altro, che una riforma venisse corretta, con una serie di provvedimenti da più governi (Letta, Renzi, Gentiloni, ndr) con ben otto salvaguardie di cui hanno beneficiato oltre 180 mila lavoratori. Inoltre si sta riproponendo un sistema previdenziale con troppe eccezioni e regole differenti per particolari categorie di lavoratori che rischia di riportare a quella giungla pensionistica che ha richiesto circa 20 anni di interventi per giungere ad una standardizzazione delle norme e ad una razionalizzazione del sistema», denuncia il settimo Rapporto di Intinerari Previdenziali, il centro studi diretto da Alberto Brambilla.

L’ultimo provvedimento è stato Quota 100 che però vale solo per tre anni, fino a fine 2021. Per riportare ordine e introdurre misure di uscita anticipata, compatibilmente con i conti dello Stato, il governo quest’anno ha aperto quattro tavoli di lavoro sul tema previdenziale: pensioni di garanzia ai giovani, separazione del sistema previdenza da quello dell’assistenza, flessibilità in uscita, fondi pensione. Tra tutti il tema della flessibilità è al centro della scena perché da come sarà sostituita Quota 100, dipenderanno poi anche le altre scelte in materia previdenziale, visti anche i vincoli di finanza pubblica. Tutte le parti sociali concordano sul fatto che gli interventi per permettere ai lavoratori una via d’uscita anticipata, rispetto a quella introdotta ormai otto anni fa dalla riforma Fornero, devono essere fatti in ottica di lungo termine, ma le trattative, dopo i primi incontri tra governo e sindacati, si annunciano complesse. E i tempi stringono perché quota 100 scadrà il prossimo anno. Una cosa sembra comunque certa: il provvedimento, cavallo di battaglia della Lega, varato a inizio 2019 per tre anni, non sarà prorogato. «Quota 100 ha dato una falsa soluzione e ora uno degli obiettivi del tavolo sulla riforma pensionistica sarà quello di evitare lo scalone che si verrà a determinare dopo che nel 2021 la riforma Salvini andrà a scadenza», ha affermato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, «fortunatamente l’hanno usata meno persone del previsto. Però ha rappresentato un costo. Quando invece il sistema pensionistico deve innanzitutto avere una sua sostenibilità finanziaria e deve anche saper risolvere tanti problemi a cui Quota 100 non ha dato risposta: i problemi dei giovani, delle donne, dei lavoratori discontinui e gravosi. Per questo c’è un tavolo sulla riforma pensionistica che è molto complesso», ha aggiunto Gualtieri. Il salto ci sarebbe perché se entro fine 2021 non sarà varata una nuova forma di flessibilità, si tornerebbe al sistema precedente e quindi non si potrebbe più andare in pensione con 62 anni d’età e 38 di contributi (Quota 100), ma scatterebbero i ben più elevati requisiti standard che prevedono la pensione di vecchiaia a 67 anni (con 20 anni di contributi) o 42 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall’età (pensione anticipata che prevede un anno in meno per le donne). «Il tavolo di lavoro potrà definire soluzioni tanto più ambiziose quanto più la situazione della finanza pubblica lo consentirà», ha rassicurato il ministro dell’economia. Ma le parti in causa divergono sulle modalità di superare quota 100. Cgil, Cisl e Uil puntano alla pensione a 62 anni con 20 di contributi o con 41 anni di servizio. Questa formula, visti i vincoli dei conti pubblici, è troppo cara per il governo, il quale pur non essendo uscito allo scoperto, avrebbe in mente alcune ipotesi alternative tra cui Quota 102 data dalla somma, questa volta, tra 38 anni di contributi e 64 di età. Resta ovviamente da capire quanto questa flessibilità in uscita costerà allo Stato. I possibili ragionamenti sul metodo di calcolo, con le possibili soluzioni andrebbero da un conteggio tutto contributivo dell’assegno di chi va in pensione prima, con decurtazione della pensione di una quota tra il 20 e il 30%, fino a versioni più leggere e più a favore del lavoratore e meno dei conti dello Stato, che lo taglierebbero in misura inferiore. «I tavoli si stanno svolgendo in un clima costruttivo. Siamo solo all’inizio, si andrà avanti per qualche mese», ha detto il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, a margine di un convegno organizzato proprio a proposito del confronto con i sindacati sulla riforma del sistema previdenziale. Il primo ciclo di tavoli tecnici sui quattro temi chiave si è chiuso lo scorso mercoledì 19 febbraio e il 13 marzo si farà un primo punto politico, al ministero del Lavoro. Da quel momento partirà la trattativa vera per riformare in modo strutturale le pensioni, superando così la legge Fornero. I sindacati chiedono che entro la fine di marzo una «sintesi politica ai massimi livelli» a Palazzo Chigi, un incontro prima della presentazione del Def di aprile. Proprio per avere una prima idea delle possibili novità in materia di flessibilità, MF Milano Finanza ha chiesto alla società di consulenza finanziaria indipendente Progetica una simulazione delle età di pensionamento con Quota 102. I calcoli sono stati effettuati prendendo come riferimento, per le donne, le dipendenti, invece per le autonome cambia l’uscita anticipata data dalla cosiddetta Opzione donna, che si rivolge a chi ha un anno in più (è una possibilità per le lavoratrici di andare in pensione anticipata, nel 2020 a 58 anni e a 59 se autonome con 35 anni di contributi a fine 2019 ma con assegno calcolato interamente con il contributivo). «Il possibile nuovo requisito di Quota 102, non incrementato per la speranza di vita, modificherebbe i tempi della pensione per molte generazioni che hanno iniziato a lavorare tra i 20, 21 se donne, ed i 29 anni circa. Per i precoci cambierebbe poco, continuando l’applicazione della normale pensione anticipata, ovvero 41 anni per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Allo stesso modo non ci sarebbe alcuna modifica per chi ha iniziato a lavorare tardi, dai 29/30 anni in poi», spiega Andrea Carbone di Progetica. Che nelle tabelle ha indicato le età di pensionamento incrociando anno di nascita ed età di inizio contribuzione considerando fino al 31 dicembre 2021 Quota 100 e poi da quella data l’avvio di Quota 102. Le prime generazioni a beneficiare di Quota 102 sarebbero naturalmente gli esclusi da Quota 100: i nati negli anni Sessanta e coloro che maturano i 38 anni di contribuzione dal 2022 in poi. «Per loro ci sarebbe un guadagno fino a quattro anni nell’età di pensionamento», aggiunge Carbone il quale evidenzia che «nell’ipotesi di stabilità della regola e di non adeguamento per la speranza di vita, il beneficio andrebbe poi anche ai futuri pensionati nati negli anni Settanta e seguenti, con un beneficio in anni lievemente inferiore, in quanto da confrontare con il requisito di pensione anticipata contributiva», oggi riservato ai lavoratori che ricadono nel sistema contributivo (ovvero chi ha aperto la propria posizione dopo il 31 dicembre 1995) con 64 anni di età, da incrementare per la speranza di vita, con 20 anni di contributi e un valore dell’assegno almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale (1.287 euro per il 2020). «Una possibile Quota 102 non adeguata per la speranza di vita rischierebbe quindi di diventare il requisito maggioritario per coloro che avranno una storia lavorativa stabile. E’ tutta da valutare la sostenibilità di una norma del genere, tanto è vero che già si parla di possibili meccanismi di penalizzazione esplicita del valore dell’assegno che la rendano meno appetibile per i cittadini e più sostenibile per lo Stato», ribadisce Carbone.

Quel che è certo è che il sistema previdenziale italiano ruota sempre più attorno al baricentro rappresentato dal metodo contributivo che lega le pensioni ai versamenti effettuati. Carriere intermittenti e magari che iniziano in ritardo, come quelle delle nuove generazioni, o anche interruzioni di carriere per gli over 50 a causa della crescita modesta dell’Italia, rischiano di creare futuri pensionati poveri. La dinamica economica ha anche un ruolo diretto nel determinare l’importo dell’assegno pubblico. Come è il caso italiano. Nel sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995 con applicazione integrale per chi ha iniziato a lavorare dal 31 dicembre 1995, (esteso poi a tutti dalla riforma Fornero del 2012, seppure pro-quota per chi a quell’epoca rientrava nel retributivo), i versamenti sono rivalutati in base allo sviluppo del Pil. E un Paese che cresce poco produce pensioni basse. Come emerge dal Rapporto di Itinerari previdenziali: la crescita del Pil «dall’inizio del nuovo secolo appare al di sotto delle ipotesi formulate quando fu introdotto il nuovo metodo di calcolo», della riforma Dini ovvero un aumento medio annuo dell’1,5%. E «le previsioni più recenti segnalano un rallentamento generalizzato dell’economia per i prossimi trimestri. Inoltre si vede che l’aumento reale del montante dall’inizio del 2000 sta procedendo lentamente, con una crescente instabilità e con un elevato numero di anni in cui si registrano valori negativi; tutti aspetti che richiedono attenzione perché è in gioco la futura adeguatezza dei trattamenti pensionistici», rileva il Rapporto.
Il problema è che le riforme effettuate a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso hanno avuto l’effetto di contenere la dinamica della spesa pensionistica che, da oltre il 4,5% l’anno in termini reali, è scesa stabilmente a valori inferiori all’1%. Queste misure di contenimento della spesa pensionistica sono state efficaci ma nel frattempo non sono altrettanto controllate le misure di tipo assistenziale, di qui le analisi allo studio del governo per separare assistenza da previdenza. Un altro nodo è quello della previdenza complementare dato che i fondi pensione in un sistema sempre più contributivo diventano cruciali. L’Italia resta, evidenza il Rapporto, ancora bassa nella classifica dei Paesi Ocse per diffusione dei fondi: il rapporto tra il patrimonio complessivo dei fondi pensione e il Pil nazionale nel 2018 vede il Paese con un valore pari al 7,6% si posiziona al 23° posto dell’area.

Il nuovo riscatto della laurea costa meno

Una recente circolare dell’Inps ha riproposto all’attenzione la possibilità di cogliere la nuova opportunità della formula agevolata del riscatto di laurea, introdotta dal precedente governo con lo stesso provvedimento su Quota 100 e reddito di cittadinanza e che ha fino ad oggi avuto notevole successo. In generale è possibile accedere al riscatto laurea a condizione che si sia conseguito il titolo definitivo e, nel corso degli studi universitari, non si sia svolta alcuna attività lavorativa. Non si possono riscattare i periodi fuori corso. Quale è il costo?
L’importo di riscatto è calcolato dall’ente previdenziale in base all’età dell’iscritto, alla sua retribuzione alla data della domanda e agli anni da riscattare. Se questi ultimi si collocano in periodi per i quali il metodo di calcolo adottato è quello retributivo, l’onere sarà calcolato con la riserva matematica. Per i periodi contributivi (corsi di laurea successivi al 31 dicembre 1995) il costo è determinato applicando l’aliquota contributiva in vigore alla data della domanda di riscatto, nella misura obbligatoria dovuta alla gestione pensionistica dove opera il riscatto stesso (per i lavoratori dipendenti il 33%). L’aliquota è applicata sulla retribuzione dei 12 mesi più vicini rispetto alla data della domanda ed è rapportata al periodo oggetto di riscatto. Un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro riporta un esempio: nel caso di un impiegato che guadagna 35.000 euro lordi annui, il riscatto da valutare con il sistema contributivo ha un costo teorico di 11.550 euro annui. La spesa del riscatto è deducibile dal reddito del beneficiario ed è rateizzabile in un massimo di 120 rate mensili (10 anni). C’è poi il nuovo canale agevolato o light cui è possibile accedere a condizione che gli anni da riscattare si collochino in un periodo di competenza del contributivo; nella prima versione del provvedimento si prevedeva una soglia anagrafica di 45 anni, poi superata. In questo caso l’onere è determinato sul minimale degli artigiani e commercianti vigente nell’anno della domanda e in base all’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche prevista, nello stesso periodo, nel fondo pensioni lavoratori dipendenti. Per il 2020 il costo è pari a 5.260 euro all’anno indipendentemente dall’età del richiedente alla data della domanda.
Con il nuovo intervento l’Inps chiarisce che chiunque opti per il contributivo (avendo meno di 18 anni di contributi al 1995), subendo in molti casi un decremento sulla pensione, acquisterà il diritto di riscattare con un metodo agevolato molto più conveniente della riserva matematica. Come osservano i consulenti del Lavoro, tale orientamento innovativo dell’Inps sembra fornire una forma di esodo anticipato che, a fronte di un decremento sulla pensione (effetto del passaggio al calcolo contributivo), fornisce un metodo di incremento degli anni di contributi a basso costo in modo da avvicinare sia il traguardo della pensione anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne con la successiva finestra di tre mesi), sia quella di Quota 100 (38 anni di contributi e 62 anni di età), ma anche la pensione per lavoratori precoci (41 anni di contributi), per lavoratori addetti a mansioni usuranti (almeno 35 anni di contributi), e soprattutto per chi sceglie opzione donna (35 anni di contribuzione).
Inoltre nel metodo di calcolo contributivo integrale è contemplato un altro canale di accesso anticipato alle prestazioni, basato sull’età anagrafica e contributiva (rispettivamente 64 e 20 anni) e sulla disponibilità di un capitale accumulato tale da alimentare una rendita pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale (attualmente pari a 1.287 euro). Confermati anche in questa formula sia la deducibilità, sia la rateizzazione in 10 anni. In generale per il riscatto di laurea va però considerato quello che si definisce come «rischio politico», vale a dire la possibilità che possa essere modificata in orizzonti temporali più o meno lunghi la normativa. Si concentra poi l’intero rischio previdenziale nel pilastro obbligatorio, per esempio per quel che riguarda la rivalutazione dei contributi (legata al Pil dell’Italia) e per l’impossibilità di accedere al montante versato. Se allora l’intento è migliorare l’adeguatezza del futuro trattamento previdenziale tra le soluzioni da utilizzare per diversificare i rischi c’è quella dell’adesione a un fondo pensione.

Ortolani (Eurofer): largo ai giovani nei cda dei fondi

La previdenza complementare è alla ricerca di quel salto dimensionale che la renda realtà consolidata nel sistema pensionistico italiano. E per far decollare le adesioni, al di là degli interventi normativi, la contrattazione collettiva ha elaborato da sola soluzioni come l’adesione cosiddetta contrattuale. I fondi pensione che utilizzano questo meccanismo, che si sostituisce al silenzio assenso prevedendo l’iscrizione automatica del lavoratore, sono per ora dieci e tra questi c’è Eurofer, comparto dedicato ai lavoratori delle ferrovie guidato dal vicepresidente Fabio Ortolani.
Domanda. Come funziona l’adesione contrattuale?
Risposta. Il datore di lavoro versa un contributo, simbolico, e così ogni lavoratore è iscritto d’ufficio al fondo senza ulteriori obblighi contributivi. Gli aderenti contrattuali sono poi liberi di attivare, in qualsiasi momento, la quota ordinaria di contribuzione a carico proprio e del datore di lavoro e di versare anche il tfr.
D. Qual è il bilancio?
R. Con questa formula, che noi abbiamo varato nell’agosto 2017, siamo riusciti a iscrivere ad Eurofer, in forma contrattuale, oltre 37 mila lavoratori che hanno così avuto la possibilità di iniziare ad entrare in contatto con la previdenza complementare. Quindi in sintesi, la ritengo un’ottima iniziativa che dovrebbe essere allargata a tutta la platea dei lavoratori di diversi settori. Eurofer ha raggiunto circa 78 mila iscritti, di questi 41 mila sono volontari e, come dicevo, 37 mila su base contrattuale. Il nostro impegno in questo ambito è stato premiato nel corso del 2019 visto che circa 4 mila lavoratori hanno deciso di diventare aderenti volontari, un numero consistente che si aggiunge ai circa 7 mila che erano passati da contrattuali a volontari dal 2017 al 2018. Non vogliamo però fermarci qui e per questo stiamo continuando con un’attività capillare di informazione per convincere anche il resto degli iscritti ad Eurofer, soprattutto i giovani ora iscritti contrattualmente, della insostituibilità della previdenza complementare. I tassi di adesione a Eurofer sono quindi positivi e in linea con gli altri fondi pensione ma sappiamo che occorre fare meglio perché secondo dati del rapporto annuale del Censis, meno di un quarto degli italiani dichiara di sapere bene cosa sia la previdenza complementare. Ancora meno tra i più giovani, gli under 34, che invece dovrebbero essere i più interessati, visto che quando raggiungeranno l’età pensionabile, il loro potere d’acquisto sarà drasticamente ridotto rispetto all’ultima retribuzione. Le parti sociali possono svolgere un ruolo importante, visto che conoscono i lavoratori e sanno come comunicare con loro.
D. Quali potrebbero essere i possibili interventi?
R. La ricetta è basata sulla formazione dei cittadini. Dal 2007, i governi non hanno più investito per informare gli italiani sul loro futuro pensionistico. Ritengo però che anche noi operatori del settore, dai negoziali a quelli privati, ai consulenti, dovremo darci da fare di più per accrescere le adesioni. Potremmo, per esempio, lanciare una buona prassi quella di inserire nei cda dei fondi, consiglieri giovani, possibilmente under 30, per portare nuove idee per coinvolgere i loro coetanei. Grazie alle università di oggi e alle esperienze maturate all’estero, i nostri ragazzi sono ben preparati da un punto di vista finanziario e i loro contributi sarebbero sicuramente utilissimi.
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