La svolta dello statuto

Ad aprile si apre il dossier governance. Sfumato il rischio di conflitti di interesse, il ceo potrà venire da fuori. Un head hunter selezionerà i profili per il nuovo cda. La maggioranza agli indipendenti

di Luca Gualtieri

Giovedì 6 febbraio Alberto Nagel presenterà la semestrale di Mediobanca, un appuntamento a cui il mercato guarderà con particolare interesse. Non solo per accertare ancora una volta i risultati di una strategia che vede nella diversificazione il suo riconosciuto punto di forza, ma soprattutto perché il ceo potrebbe fornire elementi sull’evoluzione della corporate governance in un periodo di profondi cambiamenti nella compagine societaria. Con Leonardo Del Vecchio inchiodato al 9,9%, Unicredit fuori dai giochi e Vincent Bolloré più enigmatico di una sfinge, i soci storici di Mediobanca non nascondono la preoccupazione per il futuro. In tal senso vanno lette le parole di Massimo Doris, amministratore delegato del gruppo Mediolanum, che ha ventilato la cessione del suo 3,28% in caso di drastici mutamenti nella governance. «Se il quadro cambia, vogliamo essere liberi di vendere», ha spiegato dopo l’annuncio della riclassificazione della quota come non più strategica. Oggi però la salita di Del Vecchio oltre il 10% non sembra imminente, soprattutto perché l’istruttoria della Bce potrebbe richiedere mesi. Tempo prezioso che Nagel e il cda sfrutteranno per imprimere un corso diverso alla governance di Mediobanca. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, infatti, ad aprile il board dovrebbe avviare una revisione dell’attuale statuto alla luce dei cambiamenti intercorsi negli ultimi mesi. Il passaggio cruciale è stato l’uscita di Unicredit, che a novembre ha ceduto sul mercato il suo 8,4%. Venuto meno quell’inquilino ingombrante, Mediobanca potrà rimettere mano allo statuto per rimuovere certi anacronismi poco graditi agli investitori internazionali. Tra questi dovrebbero esserci gli articoli 15 e 24 che disciplinano la carica dell’amministratore delegato e le modalità della sua selezione. Il testo attuale, scritto nella primavera 2007 al momento della fusione Unicredit-Capitalia, stabilisce che il ceo sia scelto tra chi è dirigente del gruppo da almeno tre anni per preservare l’indipendenza del management dagli azionisti. Il rischio di un controllo di fatto su Mediobanca fu del resto uno dei temi al centro dell’istruttoria Antitrust su Unicredit-Capitalia e nel provvedimento autorizzativo del settembre 2007 l’authority allora guidata da Antonio Catricalà fwcw espressamente riferimento al nuovo statuto della merchant. Oggi però quella clausola potrebbe essere rimodulata, mantenendo per esempio in cda i tre amministratori di espressione interna ma consentendo di scegliere il capo-azienda all’esterno di Mediobanca. Una strategia peraltro coerente con quella graduale trasformazione in public company cui il top management lavora da tempo.
Parallelamente al cantiere sullo statuto si metterà presto in moto la macchina per il rinnovo del vertice. In autunno l’attuale board arriverà a scadenza e, come previsto dalla governance monistica, potrà presentare una lista. L’obiettivo è selezionare una maggioranza di indipendenti nel rispetto delle indicazioni Bce e un head hunter affiancherà il cda nel lavoro.
Nel frattempo potrebbe chiarirsi la strategia di Del Vecchio. Se formalmente l’istanza per salire nel capitale di Mediobanca non è ancora stata presentata, Delfin potrebbe presto rompere gli indugi. Soprattutto perché l’istruttoria rischia di protrarsi per molti mesi, forse fino all’assemblea di ottobre che nominerà il nuovo board della merchant. Un processo laborioso insomma, anche perché l’acquisizione di una quota di maggioranza relativa da parte di un azionista privato è circostanza rara nel sistema bancario. In Italia si contano pochissimi casi, tra cui quelli dei Malacalza in Carige, dei Maramotti nel Credito Emiliano e di Sebastien Egon Fürstenberg in Banca Ifis. Istituti peraltro con peso specifico assai inferiore rispetto a Mediobanca, che attraverso il suo 13% di Generali rimane uno delicato crocevia della finanza italiana. (riproduzione riservata)
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