Gian Maria Mossa

È arrivato in Banca Generali nel luglio 2013 e dal 20 marzo 2017 è amministratore delegato. Gian Maria Mossa, milanese, classe 1974, faccia da eterno ragazzo, sembra conoscere la ricetta per uscire dalla crisi del settore. Almeno, così dicono i numeri.
Sia considerando l’andamento del solo 2019 o degli ultimi dieci anni, Banca Generali ha messo a segno rendimenti importanti, con guadagni rispettivamente del 60 e del 459 per cento. Nel medesimo periodo le banche cosiddette tradizionali hanno invece mostrato la corda. È l’ennesimo segnale del fatto che un certo modo di fare banca è tramontato?
«Se la performance a un anno può essere influenzata da tanti fattori contingenti, quella a dieci anni dice sostanzialmente una cosa: il mercato compera crescita sostenibile. Ed è quello che noi abbiamo fatto, il motivo per cui siamo il quarto titolo di Piazza Affari per crescita nel decennio, il primo tra i finanziari. Questi risultati di crescita del titolo rappresentano un riconoscimento di quello che è l’obiettivo principe della banca, che investe continuamente sulla professionalità di bankers, mettendo a loro disposizione quello che è il meglio delle piattaforme, dei prodotti, dei servizi e delle competenze che ci sono sul mercato».
Un modello semplice…
«Un modello molto semplice che però necessita di tempo, investimenti, cultura; il tutto per arrivare ad essere un punto di riferimento nel mondo dei servizi di private banking e wealth management. Cinque anni fa eravamo sedicesimi nel private in Italia, ora siamo terzi con un trend di crescita superiore ai competitor».
Tutti, anche lei, parlano di sostenibilità. Ma questa tendenza porterà a risultati assai meno brillanti di quelli del recente passato. Gli utili diminuiranno e così i corsi di Borsa. Quanto è sostenibile guadagnare meno?
«Il mondo va avanti quando c’è crescita e quando c’è reflazione, con l’aumento di moneta dalle banche centrali e politiche fiscali vantaggiose. La storia insegna, nel passato gli elementi di rottura erano le guerre, da cui ripartire con lo sviluppo. Poi in questi ultimi anni la crescita è stata trainata da una politica monetaria espansiva dalle banche centrali. Ora servirebbe una mano dalla politica fiscale. Le politiche per l’ambiente promesse dalle autorità europee e dai diversi Paesi sono un passo in quella direzione. Ma il vero tema è che a nessuno piace tornare indietro in termini di sviluppo, ed inseguire politiche sostenibili potrebbe rappresentare un punto di svolta rispetto al passato».
Abbiamo davanti un anno ricco di scadenze e importanti variabili macro in gioco. Quanto contano?
«In questo momento l’incertezza principale deriva dal rallentamento cinese e gli analisti provano a stimare l’impatto sulla crescita e sulle aziende maggiormente interessate dal fenomeno. La speranza è che l’emergenza Coronavirus possa rientrare al più presto, in primis per l’impatto sulle persone, oltre che ovviamente per la ripresa delle attività. Questa variabile sta incidendo nel breve mentre per i prossimi mesi credo che il vero nodo dei mercati saranno le elezioni americane».
Detto degli Usa, siamo nelle prime settimane della Brexit.
«È una discontinuità che cambierà gli equilibri economici e politici. Io non credo che nel medio periodo questo farà bene al Paese e credo invece che potrebbe essere l’occasione per l’area euro per accelerare verso una vera unificazione».
Ma al risparmiatore cosa conviene fare? Entrare nel mercato ora?
«I mercati hanno corso tanto anche se nelle ultime settimane l’emergenza del Coronavirus ha riportato la prudenza tra gli investitori e la volatilità è risalita. Al netto di questa variabile, che avrà certamente effetti sulla crescita, il quadro di fondo secondo gli esperti resta comunque positivo alla luce della solidità dei profitti societari e degli effetti delle politiche monetarie accomodanti. Nessuno di noi ha la sfera di cristallo, ma quello che possiamo vedere è che all’interno delle aziende c’è ancora valore, crescita, utili, quindi dei buoni dividendi rispetto al prezzo. E questi rendimenti sono maggiori di quanto qualsiasi rendimento di bond governativi mi darebbe. Quindi, in questo quadro, considerare una maggiore diversificazione verso queste società risulta, nel medio termine, certamente opportuno».
Non mi ha spiegato però cosa dovrebbe fare il risparmiatore.
«Il risparmiatore dovrebbe avere il coraggio di imporre su alcuni investimenti un vincolo temporale. Almeno a 4-5 anni».
Nel 2019 siete stati protagonisti di acquisizioni. Avete altre operazioni in programma per il 2020?
«Le due operazioni che abbiamo fatto sono, in termine di asset, marginali. Complessivamente valgono 2,5 miliardi di euro di masse in più. Riusciamo a crescere di oltre 5 miliardi di raccolta ogni anno senza bisogno di fare operazioni straordinarie per finanziare la crescita. L’aspetto importante di queste operazioni è che ci hanno permesso di aumentare le competenze in ambito gestionale in Italia e di fare il set-up del business in Svizzera dove ravvisiamo enormi potenzialità. Sono dunque operazioni strategiche e funzionali a fornire un miglior servizio ai nostri professionisti. Per quanto riguarda potenziali altre iniziative, ad oggi non vedo un consolidamento nel mondo delle reti per un tema di valutazioni tra i grandi operatori e di modelli di business molto diversi».
Molti vi vedono prossimi a un matrimonio con Mediolanum…
«Da anni si susseguono le speculazioni di mercato tra le principali reti, ma andiamo tutti quanti avanti per la nostra strada facendo ottimi risultati, a conferma della qualità del settore.Non vedo fusioni tra reti per le differenze di fondo e quindi anche nel caso specifico la vedo estremamente improbabile».
E con Fineco Bank?
«Anche Fineco è una società molto valida che prosegue nella sua crescita interna, come ha ribadito il management e il discorso è lo stesso come sopra. Da un anno ci siamo strutturati con un piattaforma di trading tra le più avanzate in Europa, grazie alla joint-venture con i danesi di Saxo Bank che sono leader nel fintech e quindi abbiamo completato al nostro interno l’offerta di servizi anche in questo ambito».
Le grandi banche hanno riscoperto il valore delle assicurazioni. Voi siete controllati da una grande compagnia, come vi ponete davanti a questo nuovo business bancario?
«Le assicurazioni esprimono valore nel momento in cui si utilizza la mutualità per ridurre i rischi alle persone. E la mutualità la puoi sfruttare sia nell’ambito Vita, quindi investimenti finanziari, sia nell’ambito Danni. Il rischio di essere solo un modo di fare investimenti finanziari è altissimo e noi abbiamo la fortuna e il privilegio di avere al nostro fianco una compagnia assicurativa con grandissime professionalità e competenze d’eccellenza nel gestire il rischio demografico che rappresenta una delle variabili più incisive. Abbiamo il vantaggio di non avere conflitti di interesse nella relazione e di poter usufruire delle competenze del gruppo nel mutualizzare i rischi e rendere così migliore il servizio ai clienti. Personalmente sono un fan delle soluzioni assicurative, se contribuiscono alla protezione e mitigazione dei rischi, non quando diventano una scorciatoia per cercare di aumentare una profittabilità carente su altri fronti».

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