Divorzio Uk-Ue, per le imprese non sarà un passaggio indolore

Nei prossimi 11 mesi oltre il 50% delle aziende dovrà adattarsi alle procedure doganali
Pagina a cura di Sara Armella

La Brexit inciderà molto sulla vita dei cittadini e delle imprese che si relazionano con il Regno Unito, ma non nell’immediato. Se dal 31 gennaio il Regno Unito è un paese terzo rispetto all’Unione europea, dal punto di vista degli scambi internazionali nulla è cambiato, né cambierà fino alla fine del periodo transitorio, ossia (almeno) fino al 31 dicembre 2020.
La normativa e le procedure europee in materia di libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali continueranno a essere vigenti anche Oltremanica.
Solo dopo il 31 dicembre 2020, salvo diverso nuovo accordo, il Regno Unito non sarà più parte del territorio doganale e fiscale dell’Unione europea e la circolazione delle merci tra Uk e Ue verrà, dunque, considerata commercio con un paese terzo, sia per la dogana che per l’Iva e le accise.
Gli 11 mesi del periodo transitorio, però, potrebbero non essere sufficienti per raggiungere il nuovo accordo di parternariato, che dovrà interessare molti settori, dal commercio alla difesa, dalla cittadinanza all’assistenza nel settore penale.
In questo enorme negoziato che si sta avviando, particolare interesse riveste l’impegno dei due blocchi a raggiungere un ampio accordo di libero scambio, che dovrebbe entrare in funzione il 1° gennaio 2021.
Dopo aver scartato forme di collaborazione più integrata come il modello svizzero o quello norvegese, considerati da Londra come un legame troppo stretto con la vecchia Europa, si guarda ora al modello Ceta, ossia all’accordo tra l’Unione europea e il Canada, in forza dal settembre 2017, il quale prevede sia lo smantellamento totale dei dazi (al 90% sui prodotti agricoli) e delle barriere non tariffarie che la liberalizzazione di numerosi servizi e degli appalti pubblici.
Questo tipo di accordo «di ultima generazione», infatti, non si limita a contenere o azzerare i dazi doganali, ma prevede, per esempio, il divieto di importare in Europa le carni bovine trattate con gli ormoni e gli Ogm.
È su questo terreno che l’accordo con Londra potrebbe incepparsi, perché le dichiarazioni inglesi di volersi allineare al mercato Usa potrebbero allontanare i prodotti del Regno Unito dagli standard europei, che sono i più elevati nella tutela dei consumatori.
Altro aspetto molto difficile da prevedere riguarda il fattore tempo: va riconosciuto che, come si dice tra gli addetti ai lavori, i lunghi negoziati necessari per pervenire a un accordo di libero scambio (sette anni per il Ceta) sono determinati in gran parte dalla difficoltà di trovare un compromesso tra sistemi giuridici molto lontani tra loro, mentre in questo caso si parte dallo stesso diritto europeo applicato da entrambe le parti, compresa la tariffa doganale comune, il che potrebbe agevolare il raggiungimento di un rapido accordo sulle tariffe doganali.
Il vero nodo, però, è di tipo politico: se il Regno Unito intende diventare una piattaforma di accesso al mercato europeo, perseguendo il progetto di diventare una sorta di paradiso fiscale europeo (si sta parlando di «Singapore sul Tamigi») allora è evidente che l’Unione europea tenterà di dissuadere Londra, ponendo al tavolo della trattativa le tariffe doganali e l’effetto dirompente che potrebbero determinare sulle catene di produzione, per esempio nel settore auto o in quello chimico.
Anche se il punto di arrivo sarà un vantaggioso accordo di accordo di libero scambio con integrale annullamento dei dazi doganali, ciò non significa che tutto rimanga come prima: nel corso del periodo transitorio, infatti, oltre il 50% delle imprese dovrà adattarsi alle procedure doganali e iniziare a calcolare e a gestire i maggiori costi derivanti dalla logistica, le certificazioni, eventuali contingenti e l’anticipazione dell’Iva all’importazione (oggi del tutto neutrale negli scambi tra Paesi Ue).
Non sarà un passaggio indolore, dato che il Regno Unito è, per importanza economica, il quarto Paese di sbocco del made in Italy e, a oggi, circa 20 mila le aziende che operano stabilmente con partner inglesi non hanno nessuna esperienza in operazioni doganali.
Un tema molto complesso da gestire riguarda le catene produttive che coinvolgono imprese sulle due sponde della Manica, come avviene in molti settori industriali, tra cui quello automobilistico.
Dal 1° gennaio 2021 i prodotti europei che incorporano materie prime o componenti originari del Regno Unito dovranno essere attentamente monitorati, perché potrebbe determinarsi la perdita del trattamento preferenziale riconosciuto alle merci Ue, grazie a molti accordi di libero scambio (Giappone, Corea del Sud, Singapore).
Soltanto questo cambiamento comporta che la contabilità aziendale, le procedure interne e la formazione del personale dovranno essere opportunamente calibrati su questa nuova realtà.
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