Privacy, i rischi sono in agguato

di Mauro Masi delegato italiano alla Proprietà intellettuale CONTATTI: mauro.masi@consap.it

La Giornata della protezione dei dati è stata istituita nel 2006 dal Consiglio d’Europa per il 28 gennaio di ogni anno; ai nostri giorni la ricorrenza viene celebrata anche fuori dalla Ue e viene denominata Giornata della Privacy. Si è celebrata anche quest’anno nonostante quello che stiamo vivendo non sia davvero un grande periodo per celebrare la Privacy massacrata dalla Rete e dai Big Data anche se, almeno a livello comunitario, qualcosa si muove basti pensare che dall’entrata in vigore, lo scorso maggio, delle nuove norme Ue (Gdpr) a tutela dei dati personali sono stati oltre 100 mila i ricorsi presentati ai 28 garanti nazionali degli Stati Ue (peraltro sono state comminate solo 3 multe tra cui quella di 50 milioni di euro a Google da parte dell’authority francese). Detto questo e nonostante l’importante e coraggiosa attività dei Garanti nazionali, la situazione resta estremamente problematica. Per decenni uno dei principali principi ispiratori delle leggi a tutela della privacy è stato lasciare il controllo ai singoli individui consentendo loro di decidere se, come e da parte di chi potevano essere processate le proprie informazioni personali.

Nella prima fase dell’era di Internet questo encomiabile ideale si è trasformato nel meccanismo burocratico del «consenso informato». Nell’era dei social e dei Big data il consenso informato non regge più sia per l’enormità degli individui coinvolti (quasi 3 miliardi e mezzo connessi alla Rete e circa un miliardo e 200 milioni solo attraverso Facebook) sia perché il grosso del valore dei dati raccolti dalle piattaforme sta in utilizzi secondari che, spesso, non si potevano nemmeno immaginare al momento della raccolta dati. È quindi chiaro che, in questo scenario, la tutela della privacy si deve necessariamente spostare sempre più dal consenso individuale espresso nel momento della raccolta alla responsabilizzazione degli utilizzatori dei dati per quello che fanno. E che, deve essere ben chiaro, hanno sempre saputo quello che facevano (nonostante quello che Marc Zuckerberg va dicendo e scrivendo da tempo). Al riguardo, voglio ricordare le parole pronunciate qualche anno fa (nel giugno 2015, quando il tema del furto dei dati via social non era nemmeno alle viste) da Tim Cook già allora ceo di Apple (e già allora uno degli uomini più influenti al mondo) per mettere in guardia i propri clienti – ma in realtà tutti i navigatori del Web – sui rischi crescenti per la loro privacy. Cook, senza fare alcun nome specifico, ebbe da dire: «attenzione, alcune delle società più importanti e di successo hanno costruito il loro business cullando i clienti con false rassicurazioni sulle informazioni personali e… un giorno o l’altro i clienti le vedranno per quello che sono realmente, sarà un impatto molto duro». Più chiaro di così…!
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