La blockchain fa un po’ paura

La foto scattata da un sondaggio Globant: i programmi di sviluppo restano isolati
Solo il 46% di imprese si dichiara pronto ai nuovi sistemi
Pagina a cura di Antonio Longo

Sono numerose le aziende che si dichiarano favorevoli a investire sulla blockchain per migliore i processi interni e rendere maggiormente sicuri gli scambi dei dati dal punto di vista informatico ma, in concreto, soltanto il 46% delle stesse si sentono pronte a utilizzare, in maniera efficace, i nuovi sistemi tecnologici. A rilevarlo è uno studio condotto in materia da parte della società Globant, che ha coinvolto nell’indagine 679 top manager statunitensi, impegnati nei settori del marketing e dell’Itc. Nonostante il diffuso entusiasmo che si respira negli ultimi anni attorno al nuovo fenomeno, non sembra, quindi, che le aziende siano, mediamente, ancora in grado di sposare in toto la nuova tecnologia.

Non solo bitcoin. Le criptovalute rappresentano la più nota espressione dell’innovativa tecnologia che si ispira alla blockchain, ossia il sistema basato sulla decentralizzazione dei dati, oltre i tradizionali confini aziendali. In estrema sintesi, la blockchain, rientrante nella categoria dei distributed ledger, ossia quei sistemi che permettono ai nodi di una rete di raggiungere il consenso sulle modifiche di un registro distribuito in assenza di un ente centrale, costituisce una tecnologia in cui tale registro è strutturato come una catena di blocchi contenenti transazioni. Le sue principali caratteristiche sono l’immutabilità, la tracciabilità delle transazioni stesse e la sicurezza, basata su algoritmi crittografici. Il report evidenzia che se il 2018 è stato l’anno in cui si è registrato un grande interesse verso la nuova tecnologia, il 2019 deve rappresentare l’anno del consolidamento, con le aziende che sono chiamate a fornire sempre maggiore valore ai sistemi di blockchain. Ma il nodo centrale, secondo lo studio, è rappresentato dalla fiducia che deve essere riposta nei nuovi strumenti di collaborazione e di condivisione dei dati digitali e delle informazioni. Il rapporto sottolinea non solo l’importanza di comprendere il potenziale della nuova tecnologia da parte dei manager aziendali ma anche la condizione preliminare che gli stessi condividano il medesimo linguaggio, con particolare riferimento al termine prettamente tecnici. Insomma, parole come asset, contratto intelligente, nodi, ledger, attori o partecipanti dovranno divenire di uso comune nei contesti aziendali. Seppur tra alcune perplessità e non poche incertezze, l’analisi, nel delineare gli attuali scenari, segnala che alcune aziende stanno già effettuando ricerche in materia ma la maggior parte dei manager sta ancora esplorando il mercato e sta confrontando le proposte dei diversi fornitori, deve quindi formalizzare il proprio interesse verso tale sistema.

Verso la blockchain 2.0. Dal rapporto emerge che in diversi casi si assiste a programmi di sviluppo di blockchain che si muovono in maniera «isolata». Ciò rappresenta una criticità da rilevare e superare in quanto il blockchain, per sua stessa natura, costituisce una tecnologia «sociale», in cui è la condivisione continua di dati e informazioni che consente di raggiungere risultati migliori. Quindi, evidenzia il report, se gli sforzi della «blockchain 1.0» si sono indirizzati verso lo sviluppo della rete e sull’individuazione delle migliori pratiche, in una prima fase soprattutto relativamente alle criptovalute, è arrivato il momento di progredire nella «blockchain 2.0» in cui devono prevalere i contratti intelligenti e una più stretta interazione tra gli attori del sistema. Una maggiore collaborazione apre nuove frontiere per gli scambi digitali, ma richiede che tutti i partecipanti al sistema, con spirito collaborativo e responsabile, stringano relazioni sempre più strette. È quando tutte le parti interessate si incontrano intorno allo stesso tavolo decisionale che si considerano davvero strategici gli investimenti nei confronti della blockchain. Ogni attore della catena deve, quindi, comprendere se i partner abbiano un reale interesse a usare la blockchain, se siano in possesso di risorse adeguate per utilizzare tale sistema, se davvero manifestino la volontà di collaborare e di sfruttare sino in fondo i vantaggi che il sistema consente di ottenere.

Fiducia e decentralizzazione. Sono queste le due parole chiave su cui il rapporto pone particolare attenzione. La fiducia rappresenta una componente importante nell’interazione digitale, considerando che le informazioni vengono condivise senza l’intermediazione di alcuna autorità centrale. Le informazioni vengono, infatti, inserite in un unico libro mastro immutabile al quale i partecipanti decidono chi possa avere accesso. La delocalizzazione dei dati consente, invece, di reperirli in maniera più agevole e veloce, facilitando il compito di manager e dipendenti. Si rendono, quindi, maggiormente efficienti ed efficaci le attività di gestione delle informazioni e dello scambio dei dati. Peraltro, tali processi permettono di rendere fare divenire maggiormente «democratica» la condivisione delle informazioni.
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La cittadinanza nell’ordinamento italiano

Blockchain e smart contract sono entrati, a pieno diritto, nell’ordinamento giuridico italiano. È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 12 febbraio la legge di conversione, con modificazioni, del decreto legge n. 135 del 14 dicembre 2018, recante disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione, meglio noto come «decreto semplificazioni»: tale provvedimento, tra le altre previsioni, contiene specifica copertura normativa per le tecnologie basate su registri distribuiti (blockchain) e per gli smart contract, ossia i contratti intelligenti. Nello specifico, vengono definite come tecnologie basate su registri distribuiti «le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili». La normativa definisce come smart contract «un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse». Rilevante, ai fini legali, la precisazione che gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta, previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti tecnici fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale con linee guida da adottare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione. Inoltre, è stato sancito che la memorizzazione di un documento informatico attraverso l’uso di tecnologie basate su registri distribuiti produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica riconosciuta dalla regolamentazione europea. A prescindere dall’intervenuta formalizzazione normativa dei nuovi strumenti informatici, negli ultimi anni si è registrato interesse nei confronti degli stessi da parte di diverse realtà aziendali dislocate lungo la penisola e operanti nei settori più disparati, da quello bancario e assicurativo a quello manifatturiero. Come evidenzia uno specifico report elaborato dall’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, al cospetto di potenzialità ancora tutte da esplorare e comprendere pienamente, in Italia il tema è, però, ancora poco conosciuto e si evidenziano al momento soltanto poche sperimentazioni. Nei giorni scorsi è stata, inoltre, presentata l’associazione Blockchain Italia, fondata da vari professionisti con l’obiettivo di approfondire, in maniera multidisciplinare, i profili economici, legali, tecnologici e sociali dei nuovi sistemi, al fine di incoraggiarne l’applicazione e lo sviluppo, tanto a livello istituzionale quanto tra imprese e cittadini.
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