Polizze sanitarie. Il buon esempio di Buffett & C

di Anna Messia
L’esempio di Amazon , Berkshire Hathaway e Jp Morgan, che hanno deciso di unire le forze per bloccare la spirale dei costi della sanità americana, va seguito anche in Italia. Nonostante le differenze tra i due sistemi siano rilevanti (quello americano fatto essenzialmente di polizze stipulate dal datore di lavoro e quello italiano dominato da spesa individuale e spesa pubblica), il problema della crescita esponenziale dei costi della sanità è comune a entrambi. Per spiegare le ragioni che dovrebbero indurre l’Italia a seguire l’esempio dei tre colossi, Marco Vecchietti, managing director di Rbm Assicurazione Salute, ricorda che anche da noi il sistema mostra evidenti squilibri con «la spesa di tasca propria dei cittadini, detta tecnicamente out of poker, che secondo le stime nel 2017 ha raggiunto 35 miliardi, mentre aumentano delle persone che rinunciano alle cure», dice.

Rbm Assicurazione Salute è una compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria che a ottobre ha ottenuto anche la gestione del fondo sanitario dei metalmeccanici metaSalute, il più grande a livello nazionale, con premi per 700-800 milioni per tre anni e oltre 1,5 milioni di iscritti. «Condividiamo l’approccio strategico rilanciato in questi giorni dagli Stati Uniti, anche perché siamo riusciti a fare la differenza nel mercato dell’assicurazione sanitaria in Italia proprio puntando su integrazione, digitalizzazione e ottimizzazione dei costi e dei processi», dice Vecchietti, che tra l’altro in Italia ha già iniziato a lavorare con Amazon .

Domanda. Quale sono le analogie che vede tra il mercato sanitario italiano e quello americano?
Risposta. Warren Buffett, patron Berkhire Hathaway, per spiegare l’iniziativa lanciata insieme a Amazon e Jp Morgan, ha detto che la spesa pubblica americana è un bruco che sta divorando l’economia americana. Nel loro caso l’obiettivo è ridurre i costi del sistema sanitario di base pagato dalle imprese, circa 20 mila euro l’anno per nucleo familiare assicurato. Per noi, che già beneficiamo di un sistema sanitario di base grazie al Servizio sanitario nazionale, sarebbe utile affidare a un sistema organizzato ed efficiente come quello delle compagnie e dei fondi sanitari, la spesa di tasca propria sostenuta dagli italiani. In ballo c’è anche una questione di equità sociale. Dobbiamo considerare che, nel 2016, 35 milioni di italiani, poco più della metà hanno affrontato cure di tasca propria e nel contempo oltre 12,2 milioni di persone, più del 20% della popolazione. Hanno dovuto rinunciare o differire una cura o una terapia per motivi economici.

D. Come risolvere questi problemi?
R. Pare che le tre società prevedano di creare una società per i servizi sanitari che possa migliorare l’assistenza ai pazienti e tagliare i costi, a partire dai farmaci, che rappresentano una delle voci più pesanti della spesa sanitaria. Non a caso uno dei punti chiave del progetto prevede che Amazon debutti nel mercato dei farmaci. La società di Jeff Bezos guarda con interesse ai generici, che consentono forti risparmi rispetto al prodotto di marca, e alla possibilità di stringere direttamente accordi con i produttori. Così non solo potrà essere consegnato il farmaco a casa dell’assicurato, migliorando il servizio e il livello di assistenza, ma si otterrà anche un consistente risparmio. Il modello nel quale anche noi crediamo fermamente è quello di organizzare gruppi di acquisto specializzati per contenere dinamiche inflattive e costi medi, e controllare l’intera catena del valore. In questo senso va letto anche il recente acquisto della compagnia assicurativa Aetna per 69 miliardi da parte di Cvs Health, una delle più grandi catene farmaceutiche del Paese. Ma come mostra il progetto delle tre società si può fare ben di più, a partire dalle enorme potenzialità di Amazon .

D. Voi siete stati i primi a offrire piani sanitari tramite Amazon in Italia. Risultati?
R. Abbiamo firmato un accordo con loro circa sei mesi fa per offrire in bundling a chi acquista prodotti medicali digitali, come bilance metaboliche o rilevatori di pressione, una polizza sanitaria di base, che garantisce tra l’altro un consulto medico h24. Poi si possono acquistare livelli aggiuntivi fino ad arrivare a una presa in carico complessiva del percorso di cura del paziente. Il nostro target di riferimento erano i pazienti 4.0, i giovani, nativi digitali che utilizzano dispositivi medicali wearable direttamente collegati al proprio smartphone. Sono state attivate più di 5 mila polizze ma siamo solo all’inizio. Si tratta di un primo esperimento in un mercato che deve ancora nascere e dove stanno guardando i tre big americani.

D. A cosa si riferisce?
R. Con la creazione di una società di servizi sanitari si possono creare sinergie lungo l’intera catena dei servizi. Un modello al quale stiamo lavorando anche in Rbm Assicurazione Salute e che prevede quattro fasi. Dalla diagnosi iniziale della situazione del paziente al suo orientamento nel percorso di cura più appropriato, passando all’organizzazione delle cure e concludendo con la negoziazione accentrata degli acquisti. In pratica il paziente sarebbe seguito durante l’intero percorso di cura, rivolgendosi a strutture convenzionate. In questo modo si dà un taglio ai costi e si può rendere sostenibile la qualità. Anche i tre big sembrano puntare su questa direzione partendo dalla loro base dipendenti, 1,2 milioni di persone, per allargare all’esterno il progetto in una fase successiva. Un buon esempio che dovrebbe valere anche per l’Italia.

D. Da noi a crescere però è soprattutto la spesa privata, mentre lo Stato si tira indietro. L’incidenza della spesa sanitaria pubblica rispetto al pil è scesa al 6,8% contro l’8,6% della Francia e il 9,4% della Germania. Come intervenire?
R. Anche nel nostro caso è fondamentale canalizzare la spesa individuale in un secondo pilastro sanitario, anch’esso universale, aperto a tutti i cittadini, da attuare con strumenti collettivi come fondi e casse. Nel caso di Metasalute, grazie al nostro circuito di strutture convenzionate, con un premio annuo di 142 euro (pagato dalle aziende, ndr) siamo riusciti a coprire al 100% le spese sanitarie, senza franchigia e senza scoperto, per i lavoratori e i propri familiari, e abbiamo anche previsto un servizio di consegna a domicilio dei farmaci.

D. I fondi sanitari in Italia sono però ancora al palo e il 60% del mercato delle assicurazioni malattia è dominato da poche compagnie. Anche i programmi elettorali non spingono questi strumenti. Anzi c’è chi vorrebbe limitarli solo all’esterno dei lae, i livelli di assistenza sanitaria minima forniti dal Servizio sanitario nazionale, eliminando i benefici fiscali per gli altri.
R. Escludere a priori le prestazioni incluse nei lea è un grave danno per i cittadini. A mio avviso bisogna distinguere tra l’essenzialità e l’effettività dei servizi forniti dal servizio sanitario. Le faccio un esempio. Per una donna è essenziale effettuare uno screening mammografico per prevenire tumori al seno ed è giusto quindi che sia un suo diritto ottenere questa prestazione nel Ssn. Ma le cure non sono più effettive se, come avviene in alcune Regioni, l’attesa media per una mammografia supera i 150 giorni. In questi casi la possibilità dei fondi sanitari e delle polizze di finanziarie una mammografia credo possa garantire un contributo importante all’accesso alle cure e non privi il Ssn del suo ruolo fondamentale.
Fonte: logo_mf