Fondi costosi per i clienti retail

di Francesco Ninfole
I piccoli risparmiatori devono fare attenzione a investire nei fondi comuni per un breve periodo di tempo. Il rischio è che, in un contesto di tassi bassi, i costi di ingresso annullino del tutto il rendimento del fondo. Il discorso può cambiare se l’investimento è su più anni: in questo modo il costo di ingresso una tantum viene ammortizzato. Queste conclusioni si possono trarre leggendo l’ultimo discussion paper della Consob (Il costo dei fondi comuni in Italia), realizzato dalla divisione studi diretta da Giovanni Siciliano e dalla divisione emittenti di Tiziana Togna. Dai dati emerge che nel 2016 l’utile medio dei fondi aperti di diritto italiano, al lordo dei costi di gestione, è stato del 2,85%. Togliendo i costi di gestione, il rendimento è sceso all’1,4%. Ma questo rendimento è ulteriormente ridotto dal prelievo fiscale del 12,5% e soprattutto dai costi di ingresso una tantum che sono in media dell’1,35%. Si capisce così perché un investimento aperto e chiuso nel 2016 abbia prodotto un rendimento nullo o negativo. In altri termini, in un caso come questo il risparmiatore avrebbe fatto meglio a tenersi i soldi.
Quali sono le cause di questa situazione? Innanzitutto i rendimenti di partenza lordi sono in calo a causa dei bassi tassi di mercato. I fondi rendevano in media il 9,2% nel 2012 e il 6% ancora nel 2014. Nel 2016 si è arrivati invece al 2,85%. Inoltre in questi anni i costi di gestione (che gravano sul patrimonio del fondo) sono rimasti stabili attorno all’1,4%, ma il loro peso è salito dal 16 al 51% a causa della forte flessione dei rendimenti lordi. I costi di gestione (sui quali pesano le commissioni di gestione per l’1% e le commissioni di performance per lo 0,04%) sono quindi diventati alti rispetto ai rendimenti incassati. La botta finale per i risparmiatori è arrivata dai costi di ingresso, pagati al momento della sottoscrizione: sono saliti dallo 0,6% del 2012 all’1,35% del 2016, una percentuale che ha mangiato interamente i rendimenti del 2016.
La crescita dei costi di ingresso medi è legata in particolare all’aumento della domanda di fondi flessibili, richiesti da risparmiatori a caccia di rendimenti più alti. «Dal 2012 al 2016 si è assistito a una riduzione del peso dei fondi obbligazionari e monetari a vantaggio dei fondi flessibili (pesano per il 41% del patrimonio gestito a fine 2016), che hanno obiettivi di rendimento più elevati, a fronte del maggior rischio assunto», hanno scritto gli autori del discussion paper della Consob (Finiguerra, Frati e Grasso). «I fondi flessibili, peraltro, presentano costi di gestione in linea con la media di settore ma commissioni di ingresso molto più elevate, soprattutto quando si tratta di fondi di fondi o fondi a scadenza predefinita». I prodotti più rischiosi, invece, come i fondi azionari e alternativi, «hanno costi di gestione più elevati ma costi di ingresso molto più contenuti della media». Il costo delle classi retail dei fondi italiani è risultato in linea con la media europea.
L’analisi ha anche ricordato che «circa il 70% delle commissioni riconosciute alle società di gestione del risparmio è assorbito dai costi di distribuzione», quindi finisce agli sportelli bancari che vendono i fondi. Una situazione che può generare conflitti di interesse, anche se la Mifid 2 ha introdotto requisiti più stringenti. Un’importante novità normativa è quella collegata alla disciplina Priips, secondo cui i fondi devono indicare quanta parte dei rendimenti viene tagliata dai costi. Per i clienti sarà così più semplice capire il rendimento dell’investimento al netto di tutti gli oneri in un determinato orizzonte temporale. (riproduzione riservata)
Fonte: logo_mf