Welfare pubblico, sostenibilità a rischio

Il peso attuale del welfare, in Italia, sarà «difficilmente sostenibile in futuro»: la spesa per prestazioni sociali, infatti, nel 2015 ammontava a 447,396 miliardi di euro, gravando per il 54,13% sull’intera quota di uscite statali, (comprensiva degli interessi sul debito pubblico) e del 27,34% rispetto al Prodotto interno lordo. E, sempre riferendoci ai dati di due anni fa, in Italia «l’insieme degli interventi assistenziali ha riguardato 4.040.626 soggetti per prestazioni assistenziali pure» e altri 4.265.233 che risultano, invece, essere stati «beneficiari di integrazioni al minimo e di maggiorazioni sociali», per un totale di 8.305.859 destinatari di misure di sostegno, pari a oltre la metà della platea dei pensionati (il 51,34%). È il panorama raffigurato nel 4° rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano curato dal Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali, presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati dal suo presidente Alberto Brambilla. Le cifre stimolano una (doverosa) riflessione sull’andamento del welfare pubblico (a confronto di quanto impiegato dagli Enti previdenziali privati come l’Eppi, che viene finanziato oltre che con l’apporto di «tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee», anche di quelli che vengono versati all’Inail, nonché di «tutta l’Irpef, l’Ires, l’Irap e il 36%»; in pratica, servono i proventi ricavati da ogni imposta diretta che la collettività è tenuta a pagare all’Erario. La coperta, però, ha tenuto a indicare Itinerari previdenziali, tende gradualmente ad accorciarsi. E, con essa, scivoleranno (inevitabilmente) verso la riduzione pure gli aiuti sociali. Il rapporto ha messo, infatti, sotto la lente d’ingrandimento le entrate da Irpef che contribuiscono al finanziamento del welfare: ciò che non può non destare inquietudine è che «la gran parte dei 37 milioni di concittadini (con redditi da zero a 20 mila euro annui lordi) sono a quasi totale carico del 11,28% dei contribuenti (lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati) che dichiarano oltre il 52%» di tutta l’Imposta; i guadagni dichiarati ai fini Irpef (tramite i modelli 770, Unico e 730) ammontano per intero a 817,264 miliardi, mentre l’Irpef totale arriva a 167,052 miliardi e, si legge nel documento, «considerando il rapporto tra il numero dei cittadini italiani sul totale dei contribuenti (40.716 milioni), ne risulta che ogni contribuente ha in carico 1,49 cittadini». Giacché, poi, solamente 30,7 milioni di cittadini su 60,8 presentano adesso una dichiarazione dei redditi positiva, se ne deduce che «quasi la metà» di chi vive in Italia non ha reddito. E si ritrova, pertanto, ad esser a carico di qualcuno. Snocciolate le cifre dell’assistenza pubblica, vale la pena elencare in cosa consistono i provvedimenti sociali erogati dall’Eppi, Ente privato di primo pilastro pensionistico (che non riceve alcunché dallo Stato) ai quasi 14 mila professionisti suoi iscritti: nel 2015 le domande di interventi in favore dei periti industriali accolti sono state 493, per un valore di oltre un milione 870 mila euro (l’importo più alto, e in costante crescita dal 2006). Nel 2016 da poco trascorso, invece, l’importo complessivo di sei milioni 154 mila euro è stato orientato a finanziarie il ventaglio di prestazioni di genere assistenziale della Cassa. E sono numerose le misure avviate: fra queste, i mutui e prestiti con tassi di interesse vantaggiosi per le famiglie degli iscritti che possono servirsene per finalizzare l’acquisto della prima casa, oppure per mettere su lo studio professionale. A seguire, le sovvenzioni per coloro che sono stati duramente colpiti dalla crisi economica, poi le prestazioni per la tutela della salute, significative soprattutto perché vanno ad abbracciare le diverse necessità dei nuclei familiari dei periti industriali che versano i contributi; in tale scenario l’Eppi ha predisposto alcune forme di assicurazione sanitaria integrativa e dato ai professionisti l’opportunità di fruire di risorse per affrontare, ad esempio, le spese di una lunga degenza in un luogo di cura, nonché vari interventi «ad hoc» in caso di invalidità e inabilità, il cui raggio d’azione è allargato ai familiari a carico. Quel che è certo, è che l’investimento nel welfare ha oggi e avrà nell’avvenire, come sottolineato nel rapporto di Itinerari previdenziali, una sempre maggiore rilevanza: come l’Eppi sta dimostrando, essendo meno salda (per ragioni economiche) la «mano» statale, le Casse pensionistiche private saranno chiamate a potenziare la propria offerta di welfare, in una società nella quale la speranza di vita si è ampliata al punto da giungere agli 83/86 anni per gli uomini e agli 87/90 per le donne.
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