Bene i rendimenti dei fondi pensione, ma adesioni a rilento

di Carlo Giuro
Uno dei capitoli del nuovo tavolo di concertazione 4.0 tra governo e sindacati è rappresentato dal rilancio della previdenza complementare. Quest’anno, peraltro, ricorre il decennale dell’entrata in vigore del meccanismo dell’adesione per silenzio assenso (tramite il versamento del tfr) che nel 2007 ha dato il via all’attuale assetto del mercato dei fondi pensione. In questi anni si è passati dai circa 3,6 milioni di iscritti a fine 2006 ai circa 7,8 milioni a dicembre 2016 (dati Covip). Una certa crescita c’è stata ma permangono ancora notevoli criticità. Aderisce circa un italiano su tre, troppo poco in un sistema previdenziale in cui, con l’adozione del metodo di calcolo contributivo, si prefigura l’assoluta necessità che a un pilastro obbligatorio si abbini una copertura di previdenza complementare nell’ottica di una diversificazione del rischio pensionistico. Tra i non aderenti emerge il ridotto tasso di iscrizione da parte proprio di chi ne avrebbe più bisogno come i giovani (penalizzati dal ritardato ingresso nel mercato del lavoro e carriere discontinue) e le donne. Il tasso di diffusione tra i dipendenti delle pmi è poi particolarmente esiguo (così come quello del pubblico impiego con solo due fondi pensione disponibili: Espero e Perseo Sirio). Inoltre dall’avvio della riforma la ripartizione delle quote di tfr generate nel sistema produttivo fra i diversi utilizzi è rimasta pressoché costante; circa il 55% dei flussi resta accantonato in azienda, un quinto del tfr viene annualmente versato ai fondi pensione. Con riferimento ai rendimenti 2016, anno non facile per i mercati, i risultati aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e per i rispettivi comparti. I fondi negoziali e i fondi aperti hanno reso in media, rispettivamente, il 2,7 e il 2,2%, per i pip (piani individuali pensionistici) di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6%. Nel 2016 il tfr (che resta in azienda e rende l’1,5% fisso annuo più il 75% dell’indice di inflazione Istat) si è rivalutato, al netto dell’imposta sostitutiva, dell’1,5%. Nel periodo 2011-2015 il rendimento medio annuo composto è stato del 4,7% per i fondi negoziali e del 5% per i fondi aperti. Per i pip si è attestato, rispettivamente, al 4,6 % per i prodotti unit linked e al 3% per le gestioni separate. Anche nell’orizzonte temporale di più lungo termine, quindi, la previdenza integrativa ha superato il tasso di rivalutazione medio annuo del tfr che è stato il 2,1% (nonostante una tassazione più favorevole per il tfr).
Prendendo poi a riferimento l’arco temporale che comprende la fase di avvio dell’operatività delle forme pensionistiche complementari, il risultato medio annuo composto dei fondi negoziali è stato il 3,1% contro il 2,6% del tfr. Se i rendimenti non hanno deluso, bisogna invece intervenire sul rilancio delle adesioni. Per incrementarle è necessario implementare l’educazione previdenziale, indispensabile per cogliere i benefici dei fondi pensione (integrazione pensionistica, fiscalità di vantaggio), le opportunità (anticipazioni, riscatti, costruzione della rendita sulle esigenze personali) e per gestire i rischi. Si ragiona anche sull’opportunità di rafforzare l’esperienza del silenzio assenso sia su base contrattuale collettiva (molto positiva è l’esperienza nel settore edile) sia guardando a esperienze estere, con particolare riferimento al Regno Unito. Altro tema oggetto di attenzione è rendere più flessibile la previdenza complementare superando la negativa percezione, molto diffusa, di una soluzione troppo rigida. Di particolare importanza viene ancora ritenuta l’opportunità di rivedere il profilo fiscale, sia riducendo la tassazione sui rendimenti che di recente è stata innalzata dall’11 al 20%, sia aumentando l’attuale plafond di deducibilità dei contributi di 5.164,57 euro all’anno fermo dall’anno 2000. (riproduzione riservata)

Sui costi da giugno note informative più trasparenti
La Covip ha pubblicato gli indicatori sintetici di costo (Isc) aggregati medi, massimi e minimi, per le varie tipologiae di forme pensionistiche che dovranno essere utilizzati da parte degli operatori che offrono i fondi pensione per la predisposizione della Scheda dei costi inserita nei nuovi modelli di note informative la cui entrata in vigore, originariamente fissata all’1° aprile, è stata nei giorni scorsi posticipata al prossimo 1° giugno. L’adempimento discende dalla normativa, al via da quest’anno, in materia di modalità di adesione alle forme pensionistiche complementari e di informativa agli aderenti. Novità di rilievo riguarda proprio la rappresentazione dei costi, che trovano ora autonoma collocazione nella Sezione I (Informazioni chiave per l’aderente), nell’ambito di una specifica Scheda dei costi, al fine di migliorare la capacità informativa e poter confrontare meglio tra loro forme pensionistiche. Come sottolinea la Covip, è importante per l’aderente a un piano previdenziale poter avere una percezione adeguata delle differenti condizioni di partecipazione nelle varie forme pensionistiche. In particolare il livello di onerosità costituisce un elemento importante, considerando che ha un impatto rilevante sull’entità della prestazione finale. Proprio per sintetizzare i costi esiste da tempo l’Isc, che viene riportato nelle Note informative di ciascun fondo pensione negoziale, aperto o pip (piano individuale pensionistico). L’Isc è calcolato con riferimento a una figura-tipo di aderente su diversi orizzonti temporali di partecipazione (due, cinque, 10 e 35 anni), esprime l’incidenza dei costi sostenuti dall’aderente sulla propria posizione individuale per ogni anno di partecipazione ed è calcolato secondo una metodologia elaborata dalla Covip. La nuova Scheda dei costi riporta quindi, in continuità con il passato, le informazioni sulle singole voci che gravano sull’aderente nella fase di accumulo e l’Isc. Elemento di novità è invece il grafico che illustra l’onerosità della forma pensionistica rispetto alle altre, confrontando l’Isc a dieci anni dei singoli comparti con gli Isc medi dei comparti della stessa categoria offerti dai fondi pensione negoziali, dai fondi pensione aperti e dai pip, e all’Isc minimo e massimo riscontrato per il complesso di tali comparti. Tale novità, alla cui veste grafica gli operatori dovranno porre particolare cura, è finalizzata a migliorare la capacità informativa e sviluppare il profilo della confrontabilità delle forme pensionistiche. La Scheda dei costi deve essere anche accessibile e scaricabile dalle pagine dei siti web dei fondi pensione o pip. Infine, per uniformità con le note informative, è slittata da fine marzo a fine maggio prossimo la data entro cui i fondi devono inviare agli aderenti gli estratti conto 2016 compresa la stima della rendita contenuta nel nuovo prospetto denominato La mia pensione complementare, in coerenza con la busta arancione dell’Inps che si chiama La mia pensione. (riproduzione riservata)
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