Usa, nuova meta del riciclaggio

Pagina a cura di Gloria Grigolon

Sempre più tesori nascosti nell’Atlantico. Nella lotta all’evasione internazionale gli Stati Uniti sono parte del problema: imponendo a terzi la disclosure delle informazioni e non permettendo scambi bilaterali equilibrati (senza vincolo di reciprocità), l’America è diventata oggi una delle tre più influenti piazze a rischio riciclaggio, che si spartisce larga parte di quel monte di ricchezza nascosta compresa tra i 2 miliardi e i 30 trilioni di dollari.

Giurisdizioni con riserbo ancora maggiore sono solo la Svizzera e Hong Kong.

La panoramica dell’evasione internazionale è stata messa nero su bianco dal settimanale londinese The Economist, che ha precisato come ad oggi i poteri forti statunitensi siano divisi su due fronti: da un lato il Tesoro, che vorrebbe più trasparenza nei bilanci societari e più scambio d’informazioni; dall’altro le lobbies e gli stati che, per i benefici fiscali concessi, sono meta di grandi società (Delaware). Questi hanno contestato la proposta di una legge federale che imporrebbe maggior controllo sulle strutture societarie, specie quelle per incorporazione, che beneficiano di vantaggi fiscali e strutturali. Gli Stati Uniti, si precisa, non rifiutano di indagare sulla struttura societaria se la richiesta viene da un governo straniero che sospetta irregolarità; tuttavia gli agenti non hanno l’obbligo di raccogliere a priori informazioni a riguardo. Ciò, ricorda l’Economist, è in contrasto con quanto disposto dalla Gran Bretagna, che presto avrà un registro pubblico dei beneficiari effettivi delle aziende.

Fatca. Un esempio di compliance fiscale a metà è rappresentata dal Tax compliance act foreign account (Fatca), approvato nel 2010. L’accordo fiscale richiede agli istituti finanziari esteri di segnalare il dettaglio dei conti e delle attività dei loro clienti aventi cittadinanza americana (anche con Green card), vincolando a pagare al fisco Usa il differenziale sulle minori tasse pagate all’estero rispetto all’imposizione del paese natio. Accordo non reciproco e fortemente sbilanciato a favore degli Usa che ricevono più informazioni di quanti ne rilascino. Il Fatca ha poi dato spunto all’iniziativa del Crs (Common reporting standard), che ha promosso la trasparenza a livello Ocse. Ad oggi 96 paesi, tra cui la Svizzera, hanno firmato e sottoscritto accordi di scambio di informazioni. Proprio alla luce degli accordi sottoscritti, gli Stati Uniti non hanno sentito la necessità di aderire al Crs; rifiuto d’adesione è giunto anche da Bahrain e Nauru. Hong Kong ha firmato, ma ha posticipato l’applicazione dei vincoli a data da definirsi; fuori dalla cerchia anche Taiwan e Libano. Infine Panama pare destinata a recedere dal suo impegno col Crs, utilizzando la scusa del doppio standard americano.

Un esempio d’evasione. Tra le pratiche più diffuse, quella applicata dalle banche elvetiche: secondo tali schemi, gli enti svizzeri, in genere più piccoli di quelli statunitensi, intimano al cliente di chiudere il proprio conto e aprirne uno presso una banca depositaria a stelle e strisce. Il cliente nomina poi la banca svizzera come gestore degli investimenti sul conto custode. L’istituto elvetico guadagna così le commissioni per la consulenza e la gestione dei fondi, mentre il conto, ai fini regolamentari, è considerato americano, evitando quindi che si applichino le regole di trasparenza richieste ai paesi firmatari del Crs.

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