Le popolari riformate a rischio speculazione

E venne il giorno di Assopopolari davanti alle commissioni finanze e attività produttive della camera sul decreto legge banche popolari. Quello del presidente, Ettore Caselli, è stato un intervento assai critico. «La trasformazione in spa» delle banche popolari con attivi di 8 mld «andrebbe prevista non quale obbligo cogente e ineludibile, ma solo quale sanzione per le popolari che non completino un percorso finalizzato a riconoscere», tra l’altro, «al voto capitario un ruolo non esclusivo e al voto proporzionale un ruolo non marginale». Da parte di Assopopolari c’è «ampia disponibilità» a trovare soluzioni in un «percorso condiviso».

La riforma avviata dal governo, invece, «comporta il rischio che nel capitale delle banche popolari» possano entrare «soggetti caratterizzati da connotati fortemente speculativi, volti a trarre vantaggio dalle circostanze, con logiche decisamente opportunistiche» e «a pagare conseguenze pesantissime non sarebbero solamente le banche, ma l’intero sistema del paese».

Il giudizio di Assopopolari è stato rafforzato dal parere emerso mercoledì dal Comitato economico e sociale europeo (Cese) sul ruolo di popolari e bcc nella coesione territoriale. Da esso emerge che va tutelata la «biodiversità» di questi istituti, senza che questo implichi arbitrarietà nell’applicazione delle norme.

Il Cese, nelle sue conclusioni, sollecita l’utilizzo di parametri oggettivi che giustifichino una regolamentazione specifica per ogni modello di attività bancaria. I parametri sono i risultati economici e finanziari, il contributo all’economia reale, la gestione del rischio e la governance.

Il Cese lancia un appello per un ritorno all’attività tradizionale. L’esperienza, conclude il parere, ha dimostrato che la diversità, la dispersione e la ripartizione dei rischi sono fattori positivi per il sistema finanziario europeo. «Per questo motivo è opportuno riservare un trattamento speciale alle casse di risparmio e alle banche cooperative al momento di applicare le norme prudenziali, tenuto conto del fatto che questi istituti costituiscono il modello di banca chiesto dai cittadini europei».

Giudizio positivo sul decreto è invece venuto dal d.g. dell’Ania, Dario Focarelli, secondo cui «le finalità del provvedimento si inquadrano nel processo avviato da alcuni anni, sono perciò giuste e i singoli provvedimenti sono condivisibili», ma «serve un salto di qualità».

Critici, infine, i sindacati. Per Agostino Megale (Fisac-Cgil), «non esiste alcun elemento d’urgenza o di stato di necessità da giustificare l’utilizzo di uno strumento come il decreto legge» per trasformare le popolari in spa. Secondo Massimo Masi (Uilca-Uil), «il decreto dovrebbe essere ritirato o comunque profondamente rivisto dopo un necessario percorso di valutazione tra i soggetti sociali interessati, riprendendo le proposte che già si stanno formulando per una riforma delle banche popolari». La Fiba Cisl ha espresso forti preoccupazioni riguardo all’impatto sociale del decreto. Sergio Girgenti, a nome della Fiba Cisl, ha sottolineato che l’obbligo alla trasformazione in spa provocherebbe una grave crisi occupazionale del settore credito: le fusioni porteranno ad almeno 20 mila esuberi. Una nota distensiva è venuta dal ministro dell’economia, Gian Carlo Padoan, secondo cui il governo non intende emanare un decreto legge sulle Bcc e vede positivamente un’autoriforma. Tuttavia, di popolari e Bcc «ce ne sono troppe e quelle che ci sono troppo piccole».

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