A livello globale Coface si attende nel 2026 un leggero aumento a livello globale delle insolvenze d’impresa (+2,8%), in un contesto di graduale riduzione dei costi di finanziamento. In Italia, il trend sarà in controtendenza, con un calo contenuto (-2%) dopo anni di forte crescita delle insolvenze. In questo caso però si tratta di un’evoluzione più congiunturale che strutturale, legata alle attuali condizioni dell’economia.

Il 2026 dovrebbe offrire una tregua più che un vero miglioramento. Il numero di insolvenze non diminuirà: semplicemente smetterà di accelerare. Se i tassi dovessero ridursi meno rapidamente del previsto, tale stabilizzazione si perderebbe subito,” afferma Jonathan Steenberg, economista Coface per i paesi del Nord Ovest (Regno Unito, Irlanda, Benelux e Paesi nordici).

2026: una stabilizzazione ingannevole

Dopo tre anni di aumenti sostenuti, nel 2026 dovremmo assistere a una fase di relativa calma. Le insolvenze continueranno a crescere, ma a un ritmo più contenuto, favorite dalla riduzione dei tassi e dal progressivo allentamento delle condizioni di credito. Questa stabilizzazione resta tuttavia precaria: i livelli di indebitamento sono ancora elevati, i margini sono sotto pressione e i settori più esposti continuano a mostrare segnali di tensione.

Italia: insolvenze in lieve calo dopo anni di aumenti

 In Italia ci si attende una leggera riduzione delle insolvenze (–2% su base annua) dopo i forti aumenti registrati nel 2024 e nel 2025. Tale dinamica va però interpretata con cautela: più che un miglioramento strutturale della solidità finanziaria delle imprese, riflette piuttosto una progressiva contrazione del tessuto imprenditoriale, derivante dall’evoluzione demografica negativa del Paese. Inoltre, i dati sono in parte influenzati dalle recenti riforme legislative.

Altri paesi europei: stabilizzazione fortemente connessa al costo del credito

La Germania (+1% di insolvenze nel 2026), il Regno Unito (+2%) e la Francia (+2%) dovrebbero mantenersi su livelli elevati, mentre la Spagna (–3%) approfitterà di un contesto macroeconomico più dinamico. Nei Paesi Bassi, l’aumento(+4%) si inserisce in un graduale ritorno a livelli prossimi a quelli pre-pandemia. In generale, l’Europa resta estremamente sensibile ai costi di finanziamento, che saranno determinanti nell’evoluzione del 2026.

Nord America & Asia-Pacifico: relativa tregua ma dinamiche divergenti

 In Nord America emergono traiettorie divergenti: negli Stati Uniti (+4%), le imprese continueranno a risentire del rallentamento economico e dell’aumento dei dazi, mentre il Canada (–5%) registrerà una significativa fase di riduzione dopo un lungo ciclo di crescita. Nell’area Asia-Pacifico, il Giappone (+7%) continuerà a essere penalizzato da livelli dei tassi ancora elevati e dalla vulnerabilità di alcuni comparti, mentre l’Australia (+0,5%) dovrebbe stabilizzarsi dopo la marcata normalizzazione post-pandemia. Tali dinamiche confermano che nel 2026 eventuali shock a carattere locale – monetari, settoriali o regolamentari – continueranno a influenzare l’andamento delle insolvenze.

Basterebbe un aumento di 25 punti base per invertire il trend

La stabilizzazione prevista nel 2026 dipenderà da una progressiva riduzione dei tassi, ma è un equilibrio precario: dopo anni di forte indebitamento, le imprese sono ancora molto sensibili al costo del credito. Un incremento di 25 punti base dei tassi di finanziamento potrebbe riportare la variazione delle insolvenze globali intorno a +4-5%, in linea con le dinamiche del 2025. Uno scenario di cui risentirebbero in particolare le economie europee, più esposte all’indebitamento a tasso variabile, e i settori con minore capacità di servizio del debito, come costruzioni, chimica e tessile. Questa maggiore vulnerabilità ricorda che nel 2026 l’evoluzione delle insolvenze dipenderà non tanto dalla crescita economica quanto piuttosto dal ritmo di adeguamento monetario, facendo dei costi di finanziamento il vero ago della bilancia dell’anno in corso.

Il 2026 si presenta ancora come un anno delicato: anche in presenza di segnali di stabilizzazione, le aziende continuano a muoversi con margini e liquidità compressi. In parallelo, la maggiore prudenza del sistema bancario rende più rischioso affidarsi in modo strutturale al credito di terzi: quando il finanziamento si fa più selettivo, basta un imprevisto nei tempi di incasso per mettere sotto stress l’operatività. In questo scenario, la tenuta passa da una gestione rigorosa del cash flow e da un controllo puntuale del rischio cliente”, commenta Pietro Vargiu, Country Manager Coface Italia.