Due soluzioni contro inondazioni e siccità

Gaudenzio Fregonara
Il 2021 è stato un altro anno di record funesti: intere regioni dell’Europa occidentale sono state scosse da inondazioni mortali che hanno visto i fiumi raggiungere livelli mai visti da 500 a 1.000 anni. Nel frattempo un’ampia fascia degli Stati Uniti sudoccidentali è caduta in una mega-siccità, il secondo periodo più secco negli ultimi due decenni. Mit Technology Review, il media della prestigiosa università statunitense, ha dedicato un intero numero all’acqua. Uno dei servizi del suo The Water Issue riguarda l’infrastruttura idrica ed è stato scritto da Sandra Postel, autrice di «Replenish: The Virtuous Cycle of Water and Prosperity» vincitore dell’ultimo Stockholm Water Prize.

Secondo Postel, il cambiamento climatico provocherà inondazioni sempre più disastrose e siccità estesa. Ed è necessario cambiare passo perché le dighe e gli argini si sono rivelati una soluzione insufficiente. Si pensava che le strutture idriche presenti negli Usa e altrove avrebbero salvaguardato la società da tali eventi catastrofici: attualmente, a livello globale circa 60 mila grandi dighe catturano e immagazzinano acqua consentendo agli ingegneri di aprire e chiudere il rubinetto dei fiumi. Ogni anno le città del mondo utilizzano collettivamente l’equivalente di 40 fiumi lunghi come il Po attraverso reti di condutture e canali. E migliaia di chilometri di argini artificiali proteggono città e fattorie dalle inondazioni dei fiumi.

Per molti versi è difficile immaginare che una popolazione globale di 8 miliardi di persone e 85.000 miliardi di dollari di beni e servizi annuali possa essere privata della protezione delle opere idriche. Il Cairo, Phoenix e altre grandi città situate in un deserto non avrebbero mai potuto raggiungere le dimensioni attuali. La soleggiata Central Valley della California non sarebbe diventata un importante produttore di verdure, frutta e noci.

Tuttavia quando si tratta di acqua il passato non è una buona guida per il futuro. Postel ricorda che il primo allarme è suonato nel 2018, quando Città del Capo (Sudafrica) è stata quasi costretta a chiudere i rubinetti dell’acqua potabile di 4 milioni di residenti. Tre anni consecutivi di siccità avevano prosciugato i serbatoi. I funzionari della città hanno annunciato il «Day Zero», la data in cui l’acqua non sarebbe più fluita ai rubinetti domestici. Le misure intraprese hanno aiutato Città del Capo a esorcizzare il Day Zero e poi fortunatamente le piogge sono tornate. Gli scienziati hanno determinato che il cambiamento climatico aveva reso 5-6 volte più probabile volte una siccità estrema a Città del Capo.

Siccità, inondazioni e altri disastri legati al clima hanno un prezzo elevato, ricorda Postel: nel 2017 tre grandi uragani negli Stati Uniti sono stati la causa principale di danni record per 306 miliardi di dollari, oltre sei volte la media annuale dal 1980. Sebbene quello del 2017 sembri un valore anomalo gli scienziati del clima si aspettano che i costi annuali di eventi catastrofici di quella portata saranno comuni alla fine del secolo.

La soluzione non è piegare ulteriormente la natura alla volontà umana costruendo versioni più imponenti di infrastrutture di ingegneria idrica, ma lavorare di più con i processi naturali piuttosto che contro essi e rivitalizzare il ciclo dell’acqua piuttosto che continuare a interromperlo. Postel indica che tali approcci possono creare sistemi di gestione meno fragili e aiutare a spezzare il circolo critico di acqua, clima e biodiversità a costi accettabili. Man mano che le inondazioni diventano più minacciose, per esempio, invece di aumentare l’altezza degli argini, che spesso intensifica le inondazioni a valle, si possono prendere in considerazione modi per ricollegare strategicamente i fiumi alle loro pianure alluvionali naturali. In tal modo è possibile mitigare le inondazioni, catturare più carbonio, ricaricare le acque sotterranee e costruire habitat per pesci, uccelli e fauna selvatica.

Postel ricorda che i Paesi Bassi, rinomati per l’ingegneria idrica avanzata, hanno evitato gravi danni dalle storiche inondazioni nel luglio 2021 grazie al nuovo sistema di controllo che garantisce ai fiumi lo spazio per espandersi durante gli eventi alluvionali. Lo scorso luglio il fiume Mosa ha raggiunto la massima portata dal 1993 ma ha causato meno danni rispetto alla inondazione di allora grazie anche progetto che ha deviato le acque alluvionali in una zona umida di 1.300 acri che ha trattenuto l’acqua e ha abbassato i livelli del fiume di 30 centimetri. La zona umida sequestra anche CO2 e funge da riserva naturale, offrendo preziosi benefici al clima e alla fauna selvatica nonché opportunità ricreative. Attraverso il programma «Room for the River» gli olandesi stanno realizzando questi progetti naturali di controllo delle inondazioni in tutto il Paese.

Un altro esempio citato dall’esperta per Mit Technology Review è la contea di Napa (California), che ha adottato un approccio simile durante la riprogettazione del sistema di controllo delle inondazioni per il fiume omonimo. All’inizio del XX secolo gli ingegneri raddrizzarono e scavarono in profondità il canale di Napa e riempirono le sue zone umide e le paludi salate costiere. Dopo 11 gravi inondazioni tra il 1962 e il 1997 i funzionari locali chiesero all’US Army Corps of Engineers di collaborare a una strategia di «fiume vivente» che avrebbe ricollegato la Napa con la sua storica pianura alluvionale, messo case e attività commerciali fuori pericolo, rivitalizzato zone umide e paludose e costruito argini e canali in posizioni strategiche. I residenti votarono per aumentare l’mposta locale sulle vendite di mezzo centesimo per pagare la loro parte: 366 milioni di dollari. Da lì si sono sviluppate anche le attività escursionistiche e la città di Napa ha beneficiato di oltre 1 miliardo di dollari di investimenti privati che hanno rivitalizzato il centro cittadino.

Le pratiche agricole che ripristinano la salute del suolo, secondo Postel, offrono un’altra strategia. Globalmente i terreni possono contenere otto volte più acqua di tutti i fiumi del mondo messi insieme, ma raramente si pensa ai suoli come a un serbatoio d’acqua. Gli scienziati hanno scoperto che aumentare la materia organica nel suolo di un punto percentuale può incrementare la capacità di trattenere l’acqua del suolo fino a 168 mila litri per ettaro offrendo resistenza sia alle piogge intense sia ai periodi di siccità. Ciò significa che la rigenerazione dei suoli, attuata per esempio con la semina di colture di copertura durante la bassa stagione, può non solo aumentare i raccolti e ridurre i costi ma anche migliorare la gestione equilibrata dell’acqua e mitigare i cambiamenti climatici. Come bonus aggiuntivo, le colture di copertura riducono il deflusso delle aziende agricole, il che significa meno azoto e fosforo che inquinano fiumi, torrenti e falde. Ciò a sua volta significa meno fioriture algali tossiche che minacciano l’acqua potabile, la pesca costiera e i laghi interni in tutto il mondo. Lo Stato del Maryland condivide con gli agricoltori il costo della semina di colture di copertura, il 29% dei terreni agricoli dello Stato viene piantato in colture di copertura contro il 6% medio dei terreni agricoli statunitensi.

Postel ricoconosce che soluzioni del genere non sono semplici, proprio perché richiedono di pensare e agire al di fuori dei comparti burocratici e professionali. Ma sono la chiave per un futuro vivibile. La sua conclusione? «Anche se è troppo tardi per evitare gli impatti dei cambiamenti climatici possiamo scongiurarne le conseguenze peggiori investendo con convinzioni in iniziative che rispettino il comportamento naturale dell’acqua». (riproduzione riservata)
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