In casa del Leone la costruzione del nuovo deve essere coerente e percepibile

di Angelo De Mattia
Oggi nel cda Generali si discuterebbe la formazione di una long list di candidati agli organi deliberativi e di controllo nelle votazioni assembleari di aprile, dopo la decisione dei mesi scorsi di presentare una lista del consiglio stesso. Ma è probabile che, dopo le improvvise dimissioni dal cda di Franco Caltagirone, finora vicepresidente del Leone, e di Romolo Bardin (rappresentante di Leonardo Del Vecchio), non si mancherà di riflettere su tale decisione e di definire una posizione -dopo quella sintetica che ha respinto le contestazioni- nei confronti delle dure critiche rivolte dall’imprenditore romano all’operare dell’organo nei propri confronti. Ciò che Caltagirone ha scritto rassegnando il mandato, muovendo da comportamenti che avrebbero impedito e osteggiato la propria azione, fino ad adombrare un’influenza non «ab intus», bensì «ab extra» sull’organo, non può affatto essere accantonato o sottovalutato. All’opposto, i rilievi in questione non possono non essere oggetto di interventi, innanzitutto miranti a chiarire la loro portata, sia dell’Ivass, sia della Consob. Se si pensa che le Autorità di vigilanza di norma contestano anche la poca dialettica, ove si manifesti, negli organi collegiali, nel caso in questione, tutto da accertare, saremmo ben oltre questa ipotetica circostanza. Non ci sarebbe da stupirsi se interventi volti a chiarimenti fossero già stati dispiegati dalle competenti autorità. Ci sarebbe, invece, da meravigliarsi se non vi fossero in tempi brevi interventi dati, solo per ragioni di esperienza, per scontati. Intanto si attende il responso della Consob, dopo la consultazione pubblica, sulla formazione, in una spa, della lista del consiglio di amministrazione, ammessa dalla legge e, nel caso delle Generali, anche dallo statuto, ma a proposito della quale vanno chiariti condizioni, vincoli, prevenzione di conflitti di interessi, rischi di commistioni varie. D’altro canto, quello di Caltagirone è il secondo caso di autonome dimissioni nella storia delle Generali, dopo quelle rassegnate a suo tempo da Cesare Geronzi, decise per sottrarsi a contrasti nel consiglio, ai quali era estraneo, pur potendo resistere e dare battaglia con appoggi assicurati. Ricordo perchè si mediti che il «casus belli», all’epoca, deflagrò allorché, con una nota di poche righe diretta agli amministratori delegati del tempo, il presidente Geronzi sottolineava che le informazioni che i consiglieri chiedevano alla struttura e agli stessi amministratori delegati avrebbero potuto avere , come prescritto dal codice civile, risposte soltanto nel consiglio e a beneficio di tutti i componenti di quest’ultimo. Per gli altri casi di dimissioni, vi sono stati storicamente sempre schieramenti contrari a colui che si è dimesso, formati anche su estemporanee convergenze, per non andare ancor più a ritroso e ricordare il lungo ruolo decisivo in proposito del primo azionista Mediobanca , in particolare con Enrico Cuccia, quando la carica di presidente delle Generali aveva durata annuale, proprio per rendere più agevole la rimozione o, eufemisticamente, il non rinnovo dell’incarico. Se oggi sarà discussa nel consiglio e delineata la «long list», allora suonerà la campana per Caltagirone e gli altri due componenti il Patto di consultazione (Leonardo Del Vecchio e Fondazione Crt) perché avviino la formazione della lista alternativa e, con essa, il programma strategico e operativo per i prossimi anni del Leone. Si tratta di rendere chiara la posta in gioco ai risparmiatori, agli investitori, a tutti gli stakeholder, alla clientela in genere, al Paese. Le diversità di qualità, contenuti, organizzazione devono essere nette per essere coerenti con la decisione di incamminarsi per una strada diversa e per non lasciare argomento a chi potrebbe sostenere che si tratti di un mero contrasto tra specifici poteri. Si può agire sull’apprezzabile qualità e dedizione del personale, anche rafforzando in maniera adeguata la stabilità degli incarichi in posizioni di maggiore responsabilità, ed evitando un andirivieni che non è ciò che occorre per una lunga prospettiva dei porogrammi aziendali. Il bonum societatis deve essere in primo piano e non si sfugge a una pur non facile proposta: quella di un aumento di capitale che sembra un concetto vietato nella recentissima storia della compagnia. Si deve parlare ai fondi e alla massa che, con essi, rappresenta oltre il 60% del capitale, ora non in mano alle due parti della contesa. Rompere incrostazioni e assetti non più sostenibili non è facile. E’ però meno difficile di quanto lo sia, poi, la costruzione del nuovo che, tuttavia, deve essere coerente e percepibile. Insomma, da questa vicenda si può uscire con un generale avanzamento. E’ a questo obiettivo che bisogna mirare.

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