Covid a scuola? Basso rischio Ma l’Italia non manda i suoi dati

Il report di ecdc sui paesi europei e l’incertezza dei dati
di Emanuela Micucci

Premessa: questo rapporto non considera l’andamento epidemiologico di covid-19 in relazione alle nuove varianti del virus, come quella inglese, per le quali non sono ancora disponibili prove solide sul potenziale impatto nelle strutture scolastiche. Il centro europeo Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) lo ripete più volte nel documento «Covid-19 in children and the role of school settings in Ccovid-19 transmission», pubblicato il 23 dicembre, con cui fornisce un aggiornamento sul ruolo di bambini e ragazzi nella trasmissione del virus e su quello delle scuole nella pandemia in base all’esperienza nell’Unione europea da agosto a dicembre 2020.
Seconda premessa: solo 17 Paesi dell’Unione Europea dei 32 coinvolti (compreso il Regno Unito) hanno risposto all’apposita indagine dell’Ecdc sui casi covid-19 e sui cluster educativi, contenuta nel rapporto. Paesi tra cui manca proprio l’Italia. Ma sono assenti anche Germania, Francia, Regno Unito. Mentre ha aderito la Spagna. L’Ecdc nel documento sostiene che, sebbene meno del 5% dei casi di covid-19 nei Paesi Ue riguardi persone minori di 18 anni, il ruolo dei ragazzi nella trasmissione del virus rimane poco chiaro, così come non è possibile distinguere tra contagi avvenuti dentro o fuori dalle scuole. Contrastanti anche le evidenze sull’impatto della chiusura/riapertura delle scuole sulla diffusione dell’infezione.

L’incidenza del covid-19 negli ambienti scolastici, infatti, sembra essere influenzata dai livelli di trasmissione nella comunità. Se esiste un consenso generale sul fatto che mantenere le scuole aperte è importante e che la loro chiusura è una politica di ultima istanza quando si tratta di controllare la pandemia di covid-19. Tuttavia, è anche riconosciuto che alti livelli di trasmissione di Sars-Cov2 nella comunità, in combinazione con carenze nel sistema sanitario, può richiedere che vengano considerate tutte le possibili misure non farmacologiche, comprese le chiusure delle scuole e /o il passaggio alla didattica a distanza. Così come, osserva l’Ecdc, è importante notare che la ricerca su Sars-Cov2 è in rapido aumento e come vengono alla luce nuove prove, le decisioni sulle scuole potrebbero dover essere riviste di conseguenza. Ancora. Cluster sono stati segnalati nella scuole materne, primarie e secondarie dell’Unione europea. Ma il rilevamento di più casi all’interno di una scuola non implica automaticamente che la trasmissione sia avvenuta all’interno dell’istituto scolastico.

Il 71% dei Paesi europei riferisce di aver rilevato cluster scolastici nella primaria e nella secondaria, mentre 10 li avevano rivelati alla materna. In totale si tratta di 283 cluster nelle scuole dell’infanzia, 739 nelle primarie e 1.185 nelle secondarie. Per il 24% dei Paesi questi dati non erano disponibili o lo Stato non li conosceva. Di fatto, in tutti i Paesi coinvolti i cluster hanno incluso sia gli studenti che gli insegnati, tranne la Danimarca che ha indicato che solo gli alunni sono presenti nei cluster.

Normalmente i casi vengo segnalati alle autorità sanitarie e queste li prendono in carico. Solo in Croazia i presidi e i funzionari sanitari locali assumono un ruolo più attivo nell’identificazione dei casi e nel follow-up con casi positivi e famiglie. In generale però l’Ecdc nota che il numero di cluster riportato dai Paesi deve essere interpretato con cautela. Infatti, i dati raccolti nel rapporto potrebbero non costitutore tutti i cluster visti in quei Paesi. Inoltre alcuni dati forniti erano approssimativi poiché numeri esatti potrebbero non essere disponibili.

La letteratura scientifica, spiega il rapporto, porta a concludere che la trasmissione di SarCov2 nelle scuole è relativamente rara. Tuttavia, osserva l’Ecdc, una limitazione di questi rapporti e di altre indagini su focolai in contesti scolastici è che spesso non si considerano i casi asintomatici. Inoltre, è difficile accertare se la trasmissione dei casi è avvenuta all’interno della scuola o in contesti comunitari. In alcuni casi, è incompleta la verifica dei casi indice dei loro contatti, rendendo così difficile determinare la trasmissione.

Probabilmente, poi, esiste anche un alto grado di sottostima degli eventi di trasmissione negli ambienti scolastici, date le strozzature nella capacità di tracciamento dei contatti e dei test diagnostici che molti Paesi hanno sperimentato. Il personale educativo e gli adulti all’interno dell’ambiente scolastico non sono generalmente considerati a più alto rischio di infezione rispetto ad altre occupazioni, sebbene i ruoli educativi che mettono in contatto uno con bambini più grandi e/o molti adulti possano essere associati a un rischio più elevato. È il caso della Svezia, dove è emerso un rischio maggiore tra i presidi.

Lo studio svedese però non distingue tra docenti dei bambini dai 6 ai 12 anni e quelli di ragazzi tra i 13 e i 15 anni, inoltre copre soprattutto la prima ondata di pandemia, che potrebbe non essere significativo per la seconda ondata. In Norvegia invece si è registrato un rischio moderatamente aumentato nel personale dei servizi dell’infanzia. Solo 5 Paesi, infine, hanno una panoramica dell’assenteismo degli insegnati e del personale scolastico, rendendo così difficile valutare se questo sia aumentato dall’inizio della pandemia.

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