Ci sono 151 morti ogni 100 nati

di Gianfranco Morra
Nell’ottobre 2018 l’Istat ha avviato il primo censimento annuale (permanente). Risultato: al 31 dicembre 2014, data di massimo popolamento del nostro Paese, gli italiani ammontavano a 60,8 milioni. Ma quanti siamo oggi? L’ultima ricognizione statistica riguarda l’anno 2019 e fotografa la perdita di 1,2 milioni in meno (che, tenendo conto del Corovis, sono 1,4 milioni in meno a due terzi del 2020). Siamo entrati nel percorso della perdita di abitanti, che i demografi considerano un percorso necessario. Con previsioni molto pessimiste: il calcolo del 2021 scenderà a 59 milioni di abitanti.

Le previsioni sono nere: si prevede che a fine secolo il totale di italiani sia di 40 milioni. Cosa non certo solo italiana, ma europea. Nell’Unione Europea, nel 2019, sono nati 4,15 milioni di bambini; rispetto ai quali sono morte 4,65 milioni. Da noi nel 2019 sono nati 420.000 bambini e morti 634,000. E’ un rapporto funereo: 151 morti ogni 100 nascite. E si parla del 2019, quando la pandemia era appena agli inizi. Delle 106 province italiane 23 hanno avuto un numero di morti più del doppio dei nati. E l’affermazione del sud come terra di nati è stata corretta: dieci province meridionali hanno contrapposto a 100 nati 200 morti.

La prima causa è la molto diminuita fertilità delle donne, nel quale l’Italia occupa uno dei primi posti per la denatalità: siamo alla pari con la Spagna. Nell’Unione Europea la media di figli per donna è di 1,56 (7 nascite annuali ogni 1000 abitanti, mentre nell’Unione Europea sono 9,6). Da noi invece è l’1,17 (che la partecipazione delle donne straniere porta a 1,27; ma anch’esse sono sulla via della contrazione).

La diminuzione della fertilità occidentale va paragonata con la fertilità mondiale. Sulla terra ci sono 7,8 miliardi di abitanti. Sono i paesi dell’Africa subsahariana che vi contribuiscono. Più un paese è sottosviluppato, tanto più rapidamente cresce di popolazione, mentre la denatalità è strettamente proporzionale al benessere economico.

Oggi quasi la metà della popolazione del mondo, nella misura in cui risolve i problemi di miseria e agricoltura scarsa, assiste ad una diminuzione della natalità. Negli ultimi quarant’anni il numero medio di figli nel mondo è sceso dal 3,5 di ogni donna al 2,5. E le previsioni sono di un una continua diminuzione.

Per ora il sovrappopolamento è ancora in atto. Un tempo i paesi dove l’attesa di vita era più corta erano l’Africa e l’Asia. Oggi l’Asia ha superato l’Europa e Africa e America sono anch’esse su questa via. Esso è legato anche alla continua diminuzione della mortalità, soprattutto di quella infantile e di quella a cinque anni di età, diminuite del 50 % a partire dagli anni 50. Ed ha prodotto un ringiovanimento delle popolazioni, che sono sempre più dotate di giovani. La media mondiale della durata di vita è 72,3 anni. Ma anche i paesi cosiddetti sottosviluppati hanno una speranza di vita di 64,7 anni.

Ancora esistono in molti paesi drammi e negatività come conflitti, povertà, terrorismo e squilibri ecologici. Ma la tendenza complessiva dei movimenti demografici è verso un appianamento delle disuguaglianze e disparità. E molte nazioni hanno un eccesso di popolazione in età lavorativa rispetto alle loro capacità produttive (come il Bangladesh e le Filippine). Esse costituiscono un grande aiuto, per nazioni di scarsa presenza giovanile, come l’Europa, il Giappone, la Russia, per sostituire l’eccesso delle morti sulle nascite e fornire grandi quantitativi di mano d’opera.

Mentre la popolazione dei paesi ricchi non solo diminuisce. Ma quelli di molte nazioni occidentali rivela una formazione per classi di età molto negativa per il lavoro e il benessere generale. In Italia abbiamo una forte eccedenza degli adulti e dei vecchi sui giovani.

La nostra popolazione, a causa della forte denatalità, ha perso 175.000 individui. Per molti anni abbiamo avuto meno di un anziano per ogni bambino, mentre oggi per ogni bambino ci sono cinque vecchi. L’indice di vecchiaia è aumentato progressivamente, giungendo nel 2019 al 180 %. La Regione più vecchia è la Liguria (262% anziani), quella più giovane la Campania (135 %). Non cresciamo e invecchiamo sempre più.

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