Risarcire il cancro da cellulare

di Domenico Cacopardo

Settimana dopo settimana, mese dopo mese ci allontaniamo sempre di più dal mondo e dagli stessi principi fondatori della comunità nazionale, come enunciati nella Carta costituzionale.
L’ultimo esempio è la sentenza della Corte di appello di Torino che, confermando la decisione di primo grado del Tribunale di Ivrea, ha condannato l’Inail a erogare una rendita vitalizia da malattia professionale al cittadino che si era rivolto, a questo fine, alla giustizia.
Il ragionamento della Corte (e del Tribunale) è presto detto: «Ci sono solidi elementi per affermare un ruolo causale tra l’esposizione… alle radiofrequenze da telefono cellulare e la malattia insorta…», giacché dalle consulenze tecniche richieste dai giudici si evince che i «campi elettromagnetici ad alta frequenza» sono «concerogeni possibili per l’uomo». Onestamente, tra il «possibili» e il «solidi» c’è di mezzo un mare di dubbi e di riflessioni scientifiche e non, ma tant’è: almeno sino a una decisione della Cassazione questa è la sentenza che va rispettata e onorata.
Del resto, il discorso è vecchio e adusato nelle aule nazionali e si muove tra i due estremi: non si procede all’abbattimento degli ulivi colpiti da Xylella perché non è dimostrata l’endemicità del batterio, si procede alla condanna di produttori che non sono riusciti a dimostrare che un certo procedimento, una certa emissione non influiscono sulla salute umana.
Dietro queste posizioni, c’è un atteggiamento agiuridico: trattandosi della salute umana, quando si tratta di essa, non basta (non basterebbe) il dubbio sul nesso di causalità, ma ci vuole una dimostrazione inoppugnabile di assenza del nesso. Un orientamento contrario alla scienza e al diritto. Alla scienza, visto che in tanti casi, compreso quello di Torino, mancano le evidenze scientifiche in ordine al nesso di causalità. Al diritto, perché è principio ordinamentale (peraltro il principio più violato nelle procure italiane, insieme a quello della compatibilità) che, in mancanza di una prova evidente e conclusiva a nessuno potrà essere attribuita una responsabilità penale. Non dovrebbe in alcun caso valere un principio di probabilità nella condanna.
Nel caso dei cellulari, quanti miliardi di cellulari sono in funzione nel mondo? E quanti casi di cancro?
Se il cancro degli utilizzatori di telefonini si colloca in percentuali normali rispetto alla totalità dei cittadini, non solo non c’è evidenza di un nesso di causalità, ma anzi c’è l’evidenza della mancanza del nesso. Peraltro, non c’è tribunale in Italia che si preoccupi dei riflessi sociali o economici delle sue sentenze o, addirittura, dei riflessi internazionali delle stesse. Accadde di recente che i sismologi siano stati imputati per la mancata previsione del terremoto dell’Aquila. Mentre dal Giappone all’Indonesia (terre ballerine per eccellenza) la gente che aveva letto la notizia italiana si sganasciava dalle risate, la comunità scientifica si preoccupava per l’onda di oscurantismo antiscientifico che stava per sommergere il bel Paese.
Allora caviamocela con il ricorso alla macrofenomenologia: i magistrati fanno tutti il loro dovere in scienza e coscienza. Sul punto il giudice (dicevano i latini) «est peritus peritorum», il più esperto degli esperti. Se la cosa andava bene ai nostri avi, perché non può andare bene ai nostri giorni? È indiscutibilmente vero che Galileo Galilei stava per andare a processo (e a morte) per avere affermato che la terra è rotonda. Ma è anche vero che Galileo, per salvare la pelle, abiurò.
Perciò, è meglio allinearsi e non criticare mai nessun giudice in nessuna sede. Tanto un assegno Inail che sarà mai? Qualche migliaio di euro l’anno, non di più. Salvo che domani o dopodomani non scendano in azione migliaia di italiani usi a usar il telefonino.
E mentre il mondo ci piglierà per i fondelli, queste migliaia di ricorrenti riceveranno congruenti assegni e che sarà mai se da alcune migliaia di euro passeremo a qualche milione o miliardo?
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