Il passato nelle mani del futuro

I dati dell’Osservatorio Domina. L’aumento dell’età anagrafica traina la crescita delle badanti
Sono due milioni i lavoratori domestici, il 58% irregolari
Pagina a cura di Antonio Longo

Sono circa 2 milioni i lavoratori domestici in Italia e producono oltre un punto percentuale del pil, pari a 18,8 miliardi di euro di valore aggiunto. In base ai dati Inps, sono oltre 859 mila i lavoratori domestici regolari, il 53% svolgono l’attività di colf, il 47% di badanti, al cospetto di un tasso di irregolarità pari al 58%. Queste alcune delle evidenze che emergono dal Rapporto annuale sul lavoro domestico realizzato dall’osservatorio di Domina – Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico, in collaborazione con la Fondazione Leone Moressa.
Sempre più italiani. Oltre il 40% dei lavoratori domestici proviene dall’Est Europa, mentre la seconda componente è quella italiana, con il 28,6% del totale, pari a circa 246 mila lavoratori. Seguono, nell’ordine, Filippine (8%), Sud America (6,8%) e Asia orientale (5,4%). Ma, in base alle risultanze del report, negli ultimi sei anni il numero di lavoratori domestici regolari è diminuito del 15,2%. Infatti, tutte le componenti di origine straniera hanno subito un calo, mentre è stata proprio la componente italiana che ha fatto registrare un +29,6%, passando da 190 mila a 246 mila unità. Quasi la metà dei lavoratori domestici riceve meno di sei mila euro annui, sono molti i lavoratori che lavorano soltanto poche ore a settimana. Per i lavoratori domestici regolari, le famiglie italiane hanno speso nel 2018 oltre 7 miliardi di euro: 5,7 miliardi per le retribuzioni, 976 milioni di contributi previdenziali e 421 milioni di tfr. Considerando anche gli irregolari, la spesa delle famiglie raggiunge 14,9 miliardi di euro. La gestione «in famiglia» consente allo Stato di risparmiare quasi 10 miliardi di euro, aumenterebbe, infatti, di tale importo la spesa pubblica se gli anziani accuditi in casa fossero affidati a strutture pubbliche.
Più tasse e contributi che oneri per lo Stato. Secondo la fotografia scattata da Assindatcolf, Associazione nazionale datori di lavoro domestico, e dal Centro studi e ricerche Idos nel focus «Lavoro domestico e programmazione dei flussi di ingresso», gli stranieri versano tasse e contributi generando introiti che ammontano a 25 miliardi di euro, una cifra superiore a quella che lo Stato spende per farsene carico. Il rapporto evidenzia come la componente straniera venga penalizzata per una mancanza, ormai pluriennale, di quote dedicate a ingressi effettivi di lavoratori stranieri stabili all’interno dei cosiddetti «decreti flussi». Lo studio rileva che sul totale di 859.233 colf e badanti regolarmente censiti negli archivi Inps a fine 2018, 613.269 erano immigrati. «Un numero», dichiara Andrea Zini, vicepresidente Assindatcolf, «in costante calo dal 2012 ad oggi, quando i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. In sette anni si sono, dunque, persi 210 mila posti di lavoro a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro “nero” o “grigio” che nel settore ha percentuali altissime: si stima, infatti, che sei domestici su dieci siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori».
L’ageing society. Tali tendenze si inseriscono in dinamiche demografiche che evidenziano un progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Infatti, in base al citato report, se nel 1981 i bambini (0-14 anni) erano oltre il 20% della popolazione e gli anziani (over 64) circa il 13%, oggi questo rapporto si è invertito, con gli anziani che rappresentano il 22,6% della popolazione. L’incidenza degli anziani è destinata ad aumentare, raggiungendo il 26,9% nel 2030 e il 33,8% nel 2055. Di conseguenza, i badanti passeranno da 402 mila del 2018 a 685 mila nel 2055 (+70%). Sulla scorta delle indicazioni scaturite in occasione del recente convegno «Family care: nuove prospettive per l’Ageing society», organizzato da The European house – Ambrosetti e Openjobmetis, si aprono, quindi, sempre nuove e crescenti opportunità professionali soprattutto per i badanti. Oggi in Italia ci sono quasi 14 milioni di ultrasessantacinquenni e di questi 10 milioni hanno più di 70 anni. Più di un anziano su tre non può svolgere attività domestiche, uno su dieci non è autosufficiente. Dal focus emerge che cresce la spesa degli italiani per i servizi di assistenza a domicilio, mentre diminuisce la spesa per le soluzioni residenziali per anziani. La «Silver economy» in Italia ha un valore stimato di 620 miliardi di euro, pari a circa il 40% del pil, e coinvolge settori come sanità, industria farmaceutica e biomedicale, edilizia, tecnologia, trasporti, industria culturale e del tempo libero. Seguendo le proiezioni degli over 65 in Italia, si può stimare che la Silver economy supererà gli 860 miliardi di euro nel 2058. L’invecchiamento della popolazione e il cambiamento culturale delle famiglie italiane hanno generato un aumento della domanda di badanti in Italia negli ultimi anni. Diversamente, la riduzione della ricchezza dei cittadini generata dalla crisi economica del 2008 ha portato a una riduzione della domanda di colf in quasi tutte le regioni italiane, ad eccezione di Puglia e Lombardia. Lo studio sottolinea che oltre il 60% delle selezioni avviene per vie «informali», ossia il passaparola tra amici e conoscenti, la conoscenza diretta e la segnalazione da un altro lavoratore domestico.
Cresce la «sandwich generation». Un lavoratore dipendente su tre si fa carico della cura di un familiare anziano o non autosufficiente e nel 77% dei casi il lavoro di cura lo occupa spesso o quotidianamente diventando praticamente una seconda occupazione. Il 25% deve gestire, contemporaneamente al familiare non autosufficiente, anche figli piccoli o adolescenti (il 25% fino a 16 anni, il 75% oltre i 16 anni). È quanto emerge dal report «I caregiver e il welfare aziendale», ricerca condotta da Jointly in collaborazione con il Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’università Cattolica di Milano. L’indagine, basata su un campione di oltre 30 mila lavoratori di aziende italiane medio – grandi, evidenzia come l’impatto dei cosiddetti «caregiver» sui costi aziendali sia rilevante, tanto in termini di assenteismo e uscita anticipata dal mondo del lavoro quanto per ciò che riguarda il rischio di burnout legato a maggiore stress, preoccupazione e fatica emotiva. Emerge, quindi, la crescita della cosiddetta «sandwich generation», ovvero quella di coloro i cui figli non hanno ancora raggiunto l’autonomia e che devono iniziare a prendersi cura, organizzativamente ed economicamente, di familiari anziani o non autosufficienti. In Italia sono circa otto milioni le persone che si occupano di familiari non autosufficienti.
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