L’italiano Del Vecchio e l’italianità di Mediobanca-Generali

di Angelo De Mattia

La risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà all’interrogazione sui rischi di «scippo» dall’estero del controllo di Mediobanca e Generali non ha soddisfatto l’interrogante. Il ministro ha comunicato – cosa del resto nota – che la Delfin di Leonardo Del Vecchio non risulta aver chiesto il superamento del 10% in Mediobanca, di cui è già primo azionista con il 9,88%. In più Del Vecchio, come noto, detiene il 3,2% di Generali. Il ministro ne trae la conseguenza che Delfin possa presentare liste per l’elezione di propri candidati nei cda dei due intermediari, ma che l’entità dei pacchetti azionari posseduti non determini a priori la vittoria di queste liste né consenta altre forme di presenze maggioritarie negli organi aziendali. L’aspetto più interessante della risposta sta nell’aver chiarito che, almeno per ora, Del Vecchio non ha chiesto alla Vigilanza accentrata l’autorizzazione a superare il 10%. Se si ricordano le cronache e le supposizioni dei mesi scorsi, che davano quasi per scontata la presentazione di tale istanza, si può constatare come questa materia possa essere distorta da illazioni e fake news. Resta però da capire perché da un eventuale aumento della partecipazione di un imprenditore italiano in Mediobanca – e dalle connessioni con la quota in Generali – si possa far derivare il pericolo di scalate estere che attentino all’autonomia degli intermediari e addirittura pongano un problema di sicurezza per lo Stato. Se di tale rischio si trattasse, allora bisognerebbe fornire maggiori indizi che possano suffragarlo.
È possibile comunque che Del Vecchio o esponenti del suo gruppo abbiano avuto contatti informali con le autorità di Vigilanza e stiano valutando le decisioni da assumere, che verosimilmente non dipendono solo dalla corrispondenza dell’iniziativa che si fosse progettata alle norme che disciplinano il superamento del 10%. Se così fosse, non si potrebbe ritenere, andando ben oltre le informazioni rese dal ministro, che Delfin abbia desistito dall’intento di accrescere la partecipazione e si accontenti di vedere attuata qualcuna delle modifiche prospettate per Mediobanca. Quantomeno una tale conclusione sarebbe precipitosa. Né si può pensare che Delfin sia stata scoraggiata dal rigore dei presupposti che debbono ricorrere per l’incremento del pacchetto. Notizie, che a volte sono apparse diffuse ad arte sull’idoneità del partecipante secondo la normativa europea e nazionale appaiono infondate, se non altro per i richiami a casi di precedenti «privati» che pure sono stati autorizzati ad acquisire il controllo di una banca.
In ogni caso l’interrogativo centrale che suscita questa vicenda riguarda perché anche una eventuale scalata italiana debba ritenersi un attacco alla sicurezza dello Stato. La difesa del controllo di un istituto finanziario spetta innanzitutto agli azionisti. Questi non possono fruire di una sorta di protezione per la quale la competizione nella proprietà e nel controllo ha dei limiti che si riflettono a vantaggio degli azionisti stessi. Si deve tutelare l’italianità, ora tornata di moda dopo che tante teste d’uovo l’hanno demonizzata? Anche nei confronti di chi, come nel caso dell’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, non l’aveva mai nominata, ma aveva sempre sostenuto la necessità di una competizione ad armi pari in Italia e all’estero da parte delle banche italiane? (riproduzione riservata)

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