E ad Aviva l’istituto pugliese può costare 50 milioni

di Anna Messia

Rischia di arrivare a 50 milioni di euro il conto che la compagnia inglese Aviva si troverà a pagare per la Popolare di Bari. A tanto ammonta l’investimento che l’assicurazione realizzò nel 2016 quando firmò l’accordo distributivo con l’istituto presieduto da Marco Jacobini e ora affidato ai commissari nominati da Bankitalia Enrico Ajello e Antonio Blandini. La partnership di cinque anni ha previsto il collocamento delle polizze vita e danni della compagnia agli sportelli della Popolare e, a differenza delle classiche joint venture bancassicurative, prevedeva l’ingresso di Aviva nel capitale dell’istituto per un totale di 50 milioni, metà destinati a un aumento di capitale di pari importo (3.333.333 titoli al prezzo di 7,5 euro) e altri 25 milioni per comprare titoli nel sistema di negoziazione interno della banca. L’accordo distributivo scadrà nel 2023 (nel frattempo è stato esteso di un ulteriore anno) e dal punto di vista commerciale non è andata male: nonostante i periodi non facili della banca, la raccolta vita ha viaggiato su una media di 200 milioni l’anno e a questo si è aggiunta la distribuzione delle polizze danni. Male invece l’investimento nel capitale. Grazie a quei 50 milioni la compagnia inglese è arrivata a detenere il 3,7% dell’istituto, ora alle prese con il maxi piano di ricapitalizzazione da 1,4 miliardi con discesa in campo del Fondo interbancario di tutela dei depositi e del Mediocredito Centrale. Quelle azioni rischiano quindi di non valere più nulla e le uniche carte che potrebbe giocare la compagnia, che in questi anni non ha mai chiesto di avere un rappresentare nel board della banca, dipenderanno dai risultati dell’inchiesta aperta dalla procura di Bari. Dal punto di vista del giro d’affari le masse raccolte tramite gli sportelli della Popolare di Bari rappresentano una quota residuale rispetto ai circa 6 miliardi che il gruppo assicurativo inglese raccoglie in Italia. La Penisola è un asset strategico per il gruppo Aviva, come dimostra anche la recente nomina alla presidenza della holding italiana di Carlo Salvatori (ex Banca Intesa, Unicredit e Allianz) e come ribadito dal nuovo ceo del gruppo, Maurice Tulloch, arrivato a marzo, che ha annunciato a livello globale un maxi piano di risparmi di 300 milioni di sterline l’anno (circa 340 milioni di euro) fino al 2022. L’Italia è tra i sei Paesi in cui il gruppo vuole crescere e il primo semestre 2019 si è chiuso con un utile operativo di 108 milioni, +24%. La compagnia nel 2018 ha completato la vendita della joint venture che aveva in piedi con Banco Bpm (passata a Cattolica) e anche una rete di agenti. (riproduzione riservata)

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