La scelta di ritirarsi prima dal lavoro, approfittando dello strumento messo in campo dal governo, deve basarsi su un’analisi costi/benefici. Ma quali sono i fattori da valutare? Si cominciare da requisiti di accesso e da alcuni paletti
di Carlo Giuro

Le analisi costi/ benefici in questo periodo vanno di moda ed è proprio questo l’approccio con cui andrà affrontata la scelta se optare o meno per Quota 100 per chi ne ha diritto. Ma andiamo per ordine. Il decreto collegato alla manovra finanziaria approvato dal Consiglio dei ministri introduce una serie di significative novità nell’ordinamento previdenziale italiano, dalla sterilizzazione dell’adeguamento alla speranza di vita per il pensionamento anticipato (rimangono fermi i requisiti dei 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne), al ripristino di opzione donna, alla proroga di un anno della sperimentazione dell’Ape sociale fino al 31 dicembre 2019, alla revisione della governance degli enti previdenziali in chiave collegiale. Vi è poi la previsione della pensione di cittadinanza che si propone un’integrazione per un pensionato che abbia un assegno inferiore ai 780 euro mensili, indicati come la soglia di povertà individuata dall’Istat, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza. Il fulcro (e il simbolo) della strategia previdenziale del Governo del cambiamento è però rappresentata da quota 100.

Uscire prima. La misura, che a seguito della delicata trattativa sulla Legge di Bilancio con la Commissione europea assume natura sperimentale nel triennio 2019-2021 (l’intenzione esplicitata dall’Esecutivo è quella di favorire una staffetta con il pensionamento con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età), si propone di rappresentare una possibilità ulteriore di flessibilità in uscita per i lavoratori che vogliano abbandonare anticipatamente il mercato del lavoro, superando l’inasprimento dei requisiti previdenziali determinato dalle ultime riforme. Con riferimento a tale profilo va evidenziato come dai recentissimi dati Inps pubblicati pochi giorni fa coglie una contrazione delle pensioni liquidate rispetto agli analoghi valori riferiti all’anno precedente a causa dello scatto dell’ultimo scalone della Legge Fornero per le lavoratrici dipendenti che ha portato l’età pensionabile da 65 anni e sette mesi a 66 anni e sette mesi (e dal 2019 a 67 anni). Si registra poi un innalzamento dell’età media di pensionamento a 66,4 anni per la pensione di vecchiaia (rispetto ai 65,9 dell’anno precedente) mentre rimane invariata quella per la pensione anticipata, 60,7 anni in media per entrambi i generi.
Tornando a quota100, un ulteriore proposito dell’esecutivo è quello che possa favorire un ricambio generazionale (in una sorta di trade off virtuoso tra pensionamenti e occupazione giovanile) da parte delle aziende per fronteggiare processi di turnover per affrontare le sfide dell’innovazione e della competitività. È opportuno ricordare che il meccanismo delle quote, intese come somma di requisiti anagrafici e contributivi, non rappresenta una novità assoluta nel nostro sistema essendo stato introdotto nel 2007 per superare lo scalone previsto dalla riforma Maroni che sarebbe dovuto entrare in vigore. Le quote furono poi superate dall’avvento della riforma Fornero. Quota 100 rappresenta allora nel triennio di sperimentazione un ulteriore canale di pensionamento possibile (secondo le stime del Governo si rivolgerebbe a una platea di 1 milione di lavoratori nel triennio) che si affianca al pensionamento anticipato e di vecchiaia e alle altre vie presenti nel sistema italiano (si pensi all’Ape volontario e aziendale, che proseguono la sperimentazione nell’anno in corso, alla stessa Ape sociale, a opzione donna).
Come funziona? I requisiti di accesso sono rappresentati dal mix di due vincoli minimi rappresentati dall’avere 62 anni di età e 38 di contributi versati (si prevede che per raggiungere questi 38 anni è possibile cumulare periodi contributivi in gestioni differenti). Va ancora rimarcato come il requisito anagrafico dei 62 anni successivamente sarà adeguato all’incremento della speranza di vita. Per accedere materialmente al pensionamento occorre poi attendere il decorso di una finestra mobile (che viene reintrodotta, era presente come meccanismo prima della riforma Fornero) di tre mesi per i dipendenti privati e di sei mesi per i dipendenti pubblici (per cui esiste anche un obbligo di preavviso di sei mesi).

I tempi. Per accedere a quota 100 dal 1 aprile che è la deadline fissata dal decreto occorre avere maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2018, per chi li raggiunge dal 1 gennaio 2019 opera la finestra mobile. Per i dipendenti pubblici invece il primo pensionamento in base a quota 100 scatta dal primo agosto (primo settembre per il personale della scuola). Sono esclusi dall’accesso a tale canale di pensionamento i lavoratori che si trovino in un programma di esodo volontario (come l’isopensione o l’assegno straordinario di solidarietà erogato dai fondi settoriali). Nella prospettiva di favorire il turnover generazionale si prevede poi il possibile concorso dei fondi di solidarietà bilaterali che possono erogare un assegno straordinario per il sostegno al reddito a lavoratori che raggiungano i requisiti previsti per l’eventuale opzione per l’accesso alla pensione a quota 100 nei successivi tre anni. L’assegno però può essere erogato solo in presenza di accordi collettivi di livello aziendale o territoriale sottoscritti con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nei quali è stabilito, a garanzia dei livelli occupazionali, il numero di lavoratori da assumere in sostituzione dei lavoratori che accedono a tale prestazione. Il decreto dispone poi che i fondi di solidarietà provvedono, a loro carico e previo versamento della relativa provvista da parte dei datori di lavoro (deducibile dal reddito di impresa) anche della contribuzione correlata a periodi, utili per il conseguimento di qualunque diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, riscattabili o ricongiungibili precedenti all’accesso ai fondi di solidarietà.
I paletti. Per chi si pensiona con quota 100 si prevede il divieto di cumulo pensione-reddito valido fino alla maturazione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia, a meno che non si tratti di redditi da lavoro occasionale (massimo 5 mila euro lordi).

Conviene davvero? Per chi vanti i requisiti è un’opportunità da valutare, con la premessa che la scelta del pensionamento non va condotta sulla base di considerazioni emotive ma di una scelta razionale in ottica di analisi costi/benefici. Se è vero che non si prevedono in senso strettamente giuridico penalizzazioni è però vero che la pensione si calcola o in misura integrale (per chi rientra nel contributivo) o in parte (per il misto per i contributi versati dal 1997 o dal 2012 per chi era nel retributivo) con il metodo contributivo.
La logica di tale meccanismo di calcolo è di tipo assicurativo con una somma virtuale dei contributi versati, rivalutati ogni anno in base alla media del pil degli ultimi cinque anni (si scontano quindi anche gli effetti della crisi economica) ottenendo un montante che viene poi convertito in rendita applicando degli specifici coefficienti di trasformazione. Due considerazioni allora. Andare in pensione a 62 anni significa versare cinque anni di contributi in meno. Andando ai coefficienti di trasformazione va evidenziato come, rappresentando un riflesso attuariale dell’andamento demografico della popolazione, sono più vantaggiosi ad età pensionabile più elevata in ragione di una speranza di vita più contenuta. Va aggiunto che nel 2019 è stato operato l’adeguamento automatico dei coefficienti di trasformazione all’incremento della speranza di vita in senso riduttivo (l’Istat nel proprio accertamento trasmesso ai ministeri competenti ha rilevato come a 65 anni la speranza di vita arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013) per cui a 62 anni il coefficiente sarà a 4,79 (è 4,856 fino alla fine di quest’anno) mentre quello di uscita a 67 anni sarà a 5,604. Il montante più basso quindi si moltiplicherà per un coefficiente più basso, riducendo l’importo della futura pensione.

Va anche considerata la previsione del divieto di cumulo per cui occorrerà considerare nella propria pianificazione previdenziale di dover vivere con la pensione senza far conto su altre possibili attività che non siano di tipo occasionale. Tra i pro il fatto che bisogna tenere conto sul fronte dei benefici del recupero del proprio tempo e dei propri equilibri personali e familiari per dedicarsi ai propri hobby in senso qualitativo e a coltivare gli affetti familiari. Last but not least, da non sottovalutare il godere per più tempo della percezione del trattamento previdenziale. In sintesi quota 100 è una espressione di libero arbitrio previdenziale da ponderare soggettivamente sulle proprie esigenze/ aspettative, non esiste una risposta univoca alla domanda sul «se conviene». (riproduzione riservata)

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