L’Ivass bacchetta le compagnie

di Anna Messia
Il voto per le compagnie è stato nel complesso positivo ma i margini di miglioramento sono ancora ampi. È il giudizio dell’Ivass, l’Istituto di vigilanza sul settore assicurativo presieduto da Salvatore Rossi che ha analizzato i report presentati dalle imprese lo scorso anno sull’Own Risk and Solvency Assessment, ovvero la relazione di valutazione dei rischi e della solvibilità che le imprese devono redigere e presentare al regolatore in base alle regole di Solvency II. È il cuore della nuova normativa Ue, visto che dal report dovrebbe emergere la capacità dell’assicuratore di identificare e gestire i potenziali rischi. L’istituto di controllo ha condotto un’analisi comparativa dei documenti giunti in Via del Quirinale, dai quali sono emerse luci (le imprese sono sempre più consapevoli dei rischi) ma anche ombre, che richiedono manovre correttive. L’Ivass tra gli elementi da migliorare ha per esempio sottolineato che «è necessario il miglioramento della rappresentazione dei presidi e delle valutazioni effettuate per il monitoraggio, gestione e controllo dei titoli governativi», si legge nell’analisi dell’Istituto, «anche con informazioni più dettagliate sulle possibili strategie esaminate e sulle verifiche condotte per valutare la vulnerabilità della compagnia rispetto a tali esposizioni». Un’osservazione che non può essere presa sotto gamba visto che le assicurazioni attive in Italia sono da sempre grandi investitori in titoli del debito pubblico, tanto da avere più di 360 miliardi di euro investiti in Bot e Btp. Non solo.

Per l’Ivass bisogna migliorare la coerenza tra gli scenari di stress ipotizzati nei report Solvency II e i piani strategici delle imprese. Se da una parte l’autorità ha osservato che l’analisi Orsa rafforza qualitativamente il disegno e lo sviluppo degli scenari di stress test, allo stesso tempo ha aggiunto che ci sono evidenti margini di miglioramento. In particolare «vanno considerati scenari di stress più severi sui rischi cui le compagnie sono esposte», suggerisce l’autorità di controllo e va anche «irrobustita la coerenza delle ipotesi effettuate con il piano strategico dell’impresa». Dall’analisi dei documenti pervenuti all’Ivass emerge poi che i principali rischi del settore sono quelli finanziari, legati alla struttura del portafoglio delle imprese. Gli stress test effettuati dalle compagnie contemplano di conseguenza quasi sempre la riduzione dei corsi azionari, l’aumento degli spread del credito, la diminuzione dei tassi d’interesse o l’aumento dei riscatti delle polizze vita. Scenari che però «risultano adottati a livello di singolo rischio mentre non vengono disegnati scenari combinati su più rischi», puntualizzano dall’autorità di controllo. Insomma se da una parte le imprese italiane non sembrano avere problemi legati alla loro dotazione patrimoniale visto che l’ultimo dato medio di Solvency II del sistema comunicato da Ivass il giugno scorso era il 229%, ovvero 2,29 volte il minimo richiesto dalla regolamentazione, dall’altra sono state richiamate a lavorare di più nell’analisi e nella comunicazione dei rispettivi rischi all’autorità e al mercato.

«Il processo di definizione delle soglie di tolleranza ai rischi non risulta ancora adeguatamente robusto, con la conseguenza di una spiccata variabilità delle soglie di tolleranza da un anno all’altro», aggiungono ancora dall’Ivass dove osservano anche differenze tra le imprese che hanno adottato un modello per il calcolo del requisito di capitale e quelle che hanno utilizzato la formula standard. Per le prime (a oggi in Italia sono Generali , Unipol , Allianz e Axa ) l’autorità ha riscontrato che è stata alzata l’attenzione, rispetto al passato, al rischio di liquidità, a quello reputazionale o al rischio sistemi, mentre le seconde raramente hanno formulato un’analisi circostanziata dei rischi non ricompresi nella formula standard, o anche specifici approfondimenti dei rischi operativi. E l’Ivass li ha richiamati all’ordine. «Tutte le imprese devono porre la necessaria attenzione ai rischi significativi non ricompresi nel calcolo del requisito patrimoniale di solvibilità, con specifica attenzione al rischio di liquidità», hanno puntualizzato dall’Istituto. (riproduzione riservata)
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