La previdenza complementare deve investire sul lavoro

di Renato Giallombardo

La previdenza complementare in Italia cresce costantemente dal punto di vista delle nuove adesioni, del patrimonio gestito e dei rendimenti. Riguarda però solo il 20% della forza lavoro, 8 milioni di iscritti con un incremento di oltre 500 mila unita nel solo anno 2016, conta oltre 450 forme pensionistiche e un patrimonio gestito di circa 150 miliardi di euro. Anche sotto il profilo dei rendimenti, la performance dei fondi pensione ha superato ampiamente la rivalutazione del tfr. Dal 2008 al 2017 il rendimento medio dei fondi è stato del 36%, mentre il tfr si è rivalutato del 22%. A fronte di questi risultati, il Paese ha comunque attraversato la più grande crisi nel mondo del lavoro dal dopoguerra ad oggi. Per questo tutto il comparto della previdenza e in primis gli enti previdenziali privati dovranno affrontare un problema nuovo. Prendere atto che la garanzia di una pensione dignitosa potrà essere data solo se l’intera economia rimarrà in salute. Ma quale potrà essere il contributo dei 150 miliardi da investire? Ebbene in primo luogo quello di orientare le proprie risorse immaginando un tertium genus di finanza. Una finanza progettata per la previdenza, diversa sia da quella a matrice bancaria o dei gestori di portafoglio, sia da quella, ormai in estinzione, che investe in titoli cassetto o a capitale garantito. Negli ultimi anni si è parlato molto di investimenti in economia reale intendendo investimenti in infrastrutture e imprese del nostro Paese. Ed effettivamente il tema degli investimenti in economia reale è grave alla luce del netto ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Ma al di là delle definizioni.

Tutto ciò che non è gioco o surreale è economia reale. E ciononostante c’è qualcosa di ancora più tangibile delle infrastrutture e delle imprese. Il lavoro. Ebbene oggi è necessario immaginare una finanza che investa direttamente sulle economie del lavoro. Investire sulla creazione di nuovo lavoro e di nuovi lavori è la priorità, aggiornando anche il software delle proprie competenze. Senza lavoro i professionisti guadagneranno meno e contribuiranno meno e i lavoratori dipendenti percepiranno meno e avranno meno risorse per poter investire sul proprio futuro e in ultima analisi percepiranno pensioni più povere. Ebbene il lavoro si genera in un solo modo. Investendo in innovazione. Il che non vuol dire investire esclusivamente in start up innovative, ma significa anche cominciare ad investire in beni e strutture funzionali a far crescere il reddito delle proprie comunità di riferimento, degli aderenti al proprio fondo o dei professionisti del proprio ente. Ed è proprio quest’ultimo il punto nevralgico. Il terzium genus, quello che qualifica una finanza previdenziale, rispetto a tutte le altre. In ultima analisi, si dovrà investire direttamente sul capitale umano, su progetti che abbiano un impatto settoriale, che siano in grado di generare innovazione e migliorare la quantità e la qualità del nostro lavoro.

Anche in Europa con la recente approvazione della Direttiva Iorp2 si è riconosciuta la funzione sociale e il rapporto trilaterale tra lavoratore, datore di lavoro ed ente previdenziale e la necessità che le scelte di investimento non possano prescindere da una valutazione d’impatto a lungo termine in riferimento a fattori ambientali e sociali, oltre che di governance. La finanza previdenziale è quindi un investimento su sé stessi, sul sistema sociale e di welfare della propria collettività. E il rendimento non è mai una derivata dell’investimento ma sempre una derivata del lavoro. Nelle ultime settimane si è parlato spesso di difesa dell’italianità. E se devono venire prima gli italiani. Bene, bisogna pensare ad investire innanzitutto sulle proprie comunità. (riproduzione riservata)
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