di Anna Messia
Le Generali non solo sono un pezzo dell’economia e della storia italiana ma sono state anche la prova dello spirito pionieristico degli italiani. Nel 1989 furono il primo assicuratore occidentale ad avviare una joint venture in un Paese dell’Europa dell’Est ancora a regime comunista, l’Ungheria. E nel 1996 il Leone fu tra le prime compagnie ad aprire un ufficio di rappresentanza a Pechino per ottenere, quattro anni dopo, l’autorizzazione a operare in Cina. Mosse come queste hanno consentito al gruppo di crescere e diventare un leader mondiale delle assicurazioni, come racconta il Tempo del Leone, la pubblicazione che ricorda la storia della compagnia dal 1831 a oggi, presentata proprio in questi giorni dal presidente Gabriele Galateri di Genola. E ironia della sorte, proprio questi sono giorni in cui le Generali si trovano davanti a passaggi cruciali e a scelte che potrebbero cambiare profondamente l’attuale conformazione, segnando una netta discontinuità rispetto al passato e alla storia del gruppo nei suoi 186 anni di esistenza.

L’uscita allo scoperto di Intesa Sanpaolo , che mettendo fine ai rumor ha fatto sapere al mercato di guardare a «possibili combinazioni industriali con Assicurazioni Generali » e di essere interessata a crescere nel settore del risparmio gestito, del private banking e in «quello dell’assicurazione in sinergia con le proprie reti bancarie, anche con possibili partnership internazionali», ha aperto a nuovi scenari per il Leone. I partner internazionali citati da Intesa , a quanto sembra, sarebbero i tedeschi di Allianz che potrebbero approfittare degli inevitabili paletti che l’Antitrust imporrebbe alla banca guidata da Carlo Messina, prendendo i pezzi di Generali in eccesso. E questa volta il boccone per il gruppo guidato da Oliver Baete sarebbe sicuramente più appetitoso di quello preso nel 2014, quando Allianz rilevò la Milano Assicurazioni che Unipol fu costretta a cedere come chiesto dall’autorità alla concorrenza dopo l’acquisizione di FondiariaSai . A questo punto, quel che appare evidente è che tutti i colossi assicurativi europei si sono messi in stato di allerta. Nonostante Axa abbia smentito per bocca del nuovo group ceo, Thomas Buberl, di essere interessata a una fusione con Generali , perché la compagnia francese, ha detto, è «già grande a sufficienza», è quanto meno improbabile che resti ferma a guardare l’espansione del suo più diretto concorrente europeo, Allianz , senza pensare a contromosse. La crescita della compagnia tedesca passerebbe evidentemente anche per l’Italia (per le inevitabili sovrapposizione di Generali Assicurazioni e Intesa Sanpaolo Vita), mercato in cui Axa non ha mai fatto mistero di volersi sviluppare per raggiungere una posizione in linea con sua dimensione internazionale. Insomma i giochi si sono apertissimi e più volte in questi giorni la compagnia ha lasciato trapelare il messaggio che l’attuale assetto è quello migliore per consentire al gruppo di lavorare in autonomia, di crescere raggiungendo gli obiettivi, annunciati e apprezzati nell’ultimo investor day di Londra dello scorso novembre nel corso del quale è stato confermata l’intenzione di pagare 5 miliardi di dividendi entro il 2018, nonostante il contesto di mercato, per il settore assicurativo si sia fatto decisamente più complicato, rispetto a qualche anno fa.

Ma se si va a guardare le capitalizzazione di borsa delle principali assicurazioni europee oggi il Leone, nonostante il rimbalzo degli ultimi giorni sospinto dalle voci speculative sul riassetto di capitale, vale meno di 25 miliardi rispetto ai circa 75 miliardi di quotazione di Allianz oppure ai 57 miliardi di Zurich. E il titolo, venerdì 28 gennaio, quotava 15,4 euro, rispetto ai 19 euro superati a marzo 2015 con le quotazioni del titolo che sono andate peggio dei più diretti competitor, e in particolare proprio di Axa e di Allianz (si veda grafico in pagina). Non solo. Quei 5 milardi di dividendi promessi al mercato e indubbiamente apprezzati dagli azionisti rischiano di distrarre risorse dalla crescita della compagnia che come visto in passato è stata determinate per creare un colosso delle polizze. Proprio a Londra, Generali ha annunciato profondi piani di riorganizzazione con l’uscita da15 Paesi considerati meno produttivi che dovrebbero portare 1 miliardo di flussi da reinvestire per la crescita nel mercati più promettenti. Ma a oggi non ci sono ancora stati riassetti.

Dentro il Leone, però, di valore ce n’è tanto. E non è solo perché in Generali ci sono 70 miliardi di euro di titoli di Stato italiani ma anche perché il gruppo controlla gioiellini come Banca Generali (51%) o Alleanza (100%) ed è il secondo assicuratore tedesco con una forte presenza in Francia, Spagna e in Europe dell’Est, oltre che nel Sud America e in Cina. asset che fanno gola. Uno spezzatino del Leone, hanno osservato gli analisti di Jefferies, potrebbe far crescere il valore complessivo del gruppo fino al 30% (per Ubs addirittura del 50%). Ma allo stesso tempo, aggiungono da Moody’s, un’operazione di Intesa Sanpaolo che portasse all’integrazione dei loro business assicurativi avrebbe un impatto negativo per il merito di credito della compagnia assicurativa. Perché ci sarebbero sì sinergie, che tuttavia avrebbero una minore incidenza rispetto alla «riduzione della significativa diversificazione geografica di Generali , che è attualmente una delle maggiori forze della compagnia».

In ogni caso, a prescindere dagli eventuali riassetti sul capitale del Leone, che hanno ancora i profili sfocati, in questi giorni la compagnia ha già vissuto un cambiamento importante della governace con l’uscita del direttore generale e cfo, Alberto Minali e l’accentramento dei poteri nelle mani del group ceo, Philippe Donnet. La divisione di poteri non ha evidentemente funzionato ma ora anche il nuovo modello dovrà dimostrare di essere vincente. (riproduzione riservata)
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