Comana: la chiave è la crescita dei volumi nell’investment banking

di Giuliano Castagneto
Mario Comana, docente di Economia degli intermediari finanziari alla Luiss Guido Carli di Roma, tra gli analisti e osservatori del sistema finanziario italiano è uno di quelli che vantano la maggiore esperienza, visto che dagli anni ‘80 segue l’evoluzione del settore tra privatizzazioni, aggregazioni e anche periodiche incursioni degli operatori esteri, ai quali fa sempre gola la consistente mole del risparmio italiano.
Dato che l’eventuale aggregazione Intesa -Generali è giustamente considerata un evento epocale, Comana è uno degli esperti che meglio è in grado di fare un confronto con le prime alleanze tra banche e assicurazioni della prima metà degli anni Novanta. L’accademico ne ha parlato con MF-Milano Finanza in questa intervista, in cui giunge a una conclusione per certi versi inaspettata.

Domanda. Un’aggregazione Intesa -Generali riporterebbe in auge bancassurance. Un modello che non prodotto grandi risultati, perché era molto facile l’insorgere di conflitti di interesse, soprattutto in seno agli istituti di credito.
Risposta. Attenzione, un’operazione di questa portata va molto al di là della semplice vendita di un prodotto assicurativo presso uno sportello bancario. In questo caso si rimarrebbe confinati al mondo del retail.

D. Dove, tra parentesi, sta prendendo piede l’acquisto online delle polizze.
R. Certo, e il senso dell’operazione Intesa -Generali va anche al di là della creazione di un polo del risparmio gestito, il cui driver principalesarebbero le sinergie di costo.

D. Quindi in cosa il Leone di Trieste farebbe davvero la differenza per la Ca’ de Sass?
R. Nella possibilità di aumentare molto la base ricavi. In realtà, conquistando Generali , Intesa raggiungerebbe due obiettivi. Il primo è la possibilità di espandere, e non di poco, la capacità di credito. Il secondo è il raggiungimento di una dimensione internazionale che la banca attualmente non ha e che il gruppo assicurativo ha raggiunto da tempo.

D. Espandere la capacità di credito?
R. Esatto. Intesa con Generali erogherebbe credito in modo nuovo. Non dimentichiamo che adesso le società di assicurazioni possono finanziare il mondo delle imprese, anche sottoscrivendo quote di fondi che investono in strumenti creditizi, come può essere il caso dei fondi di private debt (i minibond, ndr). Ma finanziare le imprese vuol dire anche sottoscrivere quote di prestiti sindacati finalizzati a grandi acquisizioni. Intesa sarebbe in grado di erogare credito potendo contare, ai fini della solidità patrimoniale, non solo sulle proprie riserve ma anche su quelle delle Generali . In tal modo Intesa avrebbe anche la possibilità di aumentare i volumi su prodotti di gestione a margine ben più alto rispetto ai prodotti più tradizionali e standardizzati come i fondi comuni. In altri termini, per il secondo gruppo bancario italiano la compagnia triestina è l’occasione per spingere i volumi di attività nell’investment banking, in un periodo in cui i margini sul retail banking si sono ridotti all’osso.

D. Vede rischi nell’operazione?
R. Dal punto di vista operativo non si può ancora dire perché un vero piano industriale ancora non c’è. Può esserci un rischio di natura finanziaria, cioè non si può dare affatto per scontato che l’aggregazione vada in porto. Dipende molto dal’’appetibilità dei termini dell’offerta.
D. L’antitrust può essere un ostacolo?

R. Non direi. Generali non ha una grande presenza nell’asset management, mentre Intesa non ha un grande peso nel settore più propriamente assicurativo. E ovviamente Generali non eroga credito. Quindi l’aggregazione delle due realtà non sposterebbe più di tanto gli equilibri nelle varie aree di business. (riproduzione riservata)
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