Preparate il tappabuchi

Con il Jobs Act i lavoratori rischiano di avere più periodi non coperti dai contributi previdenziali. Ecco allora come correre ai ripari per evitare che i risparmi per la vecchiaia finiscano prima del previsto

di Roberta Castellarin e Paola Valentini 

Con determinazione Matteo Renzi è riuscito nell’intento di portare a casa la tanto attesa riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs Act. Ma il premier non ha tirato fuori la stessa decisione nel caso dei fondi pensione, visto che non è stato preso alcun provvedimento per rilanciare i questi strumenti che servirebbero oggi più che mai a integrare le pensioni pubbliche, che in futuro saranno più magre rispetto a oggi. 
Una situazione destinata a peggiorare proprio con il varo del Jobs Act. Il provvedimento infatti inserisce nel mercato del lavoro italiano elementi di maggiore flessibilità dando la possibilità alle aziende di licenziare con più libertà rispetto a quanto è stato possibile finora. Questa è stata una riforma richiesta a gran voce dall’Europa per rilanciare il sistema Italia alla prese con la crisi economica e un debito pubblico di dimensioni maxi. Ma, visto dalla parte dei lavoratori, il Jobs Act rischierà di rendere le carriere più intermittenti. Ciò vuol dire che i dipendenti avranno più periodi di vuoti contributivi, nei quali cioè non verseranno contributi perché appunto non lavoreranno.

Tutto ciò in un sistema previdenziale come quello attuale, ossia di tipo contributivo, può provocare effetti importanti sull’entità dell’assegno pensionistico finale. La società di consulenza indipendente Progetica ha stimato quale percentuale dello stipendio un lavoratore dovrebbe mettere in previdenza complementare per coprirsi dal rischio di veder ridotto l’assegno pensionistico pubblico a causa di un gap contributivo. 
Per profili di 30enni, 40enni e 50enni, dipendenti o autonomi, con un reddito netto mensile di 2 mila euro (ma i risultati percentuali sono molto simili anche per gli importi da 1.500 e 3 mila euro), «abbiamo simulato la riduzione dell’assegno pensionistico a seguito di un anno di buco contributivo e il versamento necessario in previdenza complementare per coprire la conseguente riduzione del valore dell’assegno», spiega Andrea Carbone di Progetica. Le stime di Progetica suggeriscono che per un buco contributivo di un anno (per esempio nel 2016) «porterebbe a una riduzione percentuale dell’assegno pensionistico di circa il 2%. Per coprirsi da tale buco contributivo il lavoratore dovrebbe versare da oggi al momento della pensione tra lo 0,5 e il 2% dello stipendio: in questo modo sarebbe protetto. Naturalmente all’aumentare del numero di anni di buco contributivo le percentuali crescerebbero in modo conseguente», afferma Carbone. In queste elaborazioni, dunque, «la previdenza complementare viene vista non solo come un modo per integrare il reddito al tempo della pensione, ma anche come una modalità per gestire e non subire uno dei rischi della previdenza pubblica e della vita in generale: in questo caso, la precarietà lavorativa». 
Che ha impatti diretti sulla pensione attesa.

Nel sistema contributivo, che con la riforma Fornero ha applicato a tutti da inizio 2012 (seppur in forma pro-quota per chi a quella data ricadeva nel sistema retributivo), i lavoratori percepiranno una pensione pubblica pari ai contributi versati, rivalutati in base al pil italiano. Invece il vecchio sistema retributivo prevedeva che la pensione venisse calcolata in base alle ultime annualità di stipendio prima del ritiro dal lavoro. Ecco perché nel retributivo, che in generale è più generoso, i vuoti di contribuzione non hanno effetti sull’assegno finale, se non per il calcolo dei requisiti anagrafici (anni di lavoro) per accedere alla pensione. Inoltre i lavoratori nell’ambito del sistema contributivo, a differenza di quelli che ricadono nel retributivo, non avranno maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo e quindi non riceveranno alcun aggiunta alla pensione che si sono costruiti con i contributi versati. Mentre attualmente a beneficiare dell’aggiunta pubblica sono quasi 7 milioni di prestazioni, pari al 30% del totale delle pensioni erogate. «I pensionati del futuro dovranno fare affidamento esclusivamente sulla propria capacità di risparmio e di programmazione previdenziale, ma se non si è stati previdenti da giovani, sarà molto complicato avere entrate adeguate da anziani», spiegano da Axa Mps citando la ricerca internazionale The Future of Retirement di Hsbc e Cicero Group, che ha interpellato oltre 16 mila lavoratori in tutto il mondo sul tema dell’accumulo per la pensione. Dallo studio emerge che la totalità degli intervistati prevede che i propri risparmi per il periodo pensionistico finiranno prima del previsto e che in media dureranno 12 anni. Il 66% degli interpellati ha registrato un calo del reddito al momento del pensionamento, il 22% lo ha visto scendere oltre la metà. Più in generale, sottolinea Axa Mps, «la ricerca non delinea un quadro roseo per chi crede di avere altre entrate in futuro e la vita in pensione è più costosa di quanto si pensi. Un pensionato su cinque assiste a un calo delle entrate maggiore del 50%. Allo stesso tempo più della metà dei pensionati (52%) afferma che continua a spendere come o addirittura più di prima». Non solo. C’è anche da considerare che «la consuetudine di ricevere un’eredità dopo la scomparsa dei genitori potrebbe finire. Infatti l’allungamento della vita ha come conseguenza la progressiva erosione delle somme risparmiate durante al vita a causa della necessità di sostenere spese per assistenza e cure mediche. Inoltre, sempre più genitori provvedono al sostentamento dei figli anche quando diventano adulti, con regali e prestiti significativi per far fronte all’aumentato costo dell’educazione e dell’abitazione, diminuendo di fatto il valore di un’eventuale eredità», sottolinea Mark Twigg, direttore esecutivo di Cicero.

Di qui la necessità di correre ai ripari con soluzioni come i fondi pensione, che aiutino il lavoratore a mettere da parte risorse per la vecchiaia. Certo, quando i lavoratori non hanno occupazione sono in difficoltà anche nel reperire risorse da versare al fondo. Ma anche in questo caso, proprio per il suo obiettivo di lungo termine, il risparmio previdenziale offre una maggiore flessibilità rispetto ad altre forme di accumulo. Come ricordano da Axa Mps, «i fondi pensione non prevedono una versamento minimo o fisso; c’è libertà di scegliere le modalità di versamento che più si adattano alle propri necessità». Da sottolineare però che i contributi versati fino a 5.164 euro annui sono deducibili dall’Irpef, incluso l’eventuale contributo del datore di lavoro, mentre il Tfr non concorre alla formazione dell’importo deducibile. La deduzione massima comporta un risparmio fiscale che oscilla tra 1.187 e i 2.220 euro (col versamento annuo di 5.164 euro). L’assegno che si riceve dal fondo pensione è inoltre tassato da un massimo del 15% a un minimo del 9% (diminuisce dello 0,3% per ogni anno successivo al 15° di iscrizione), mentre chi opta per anticipazioni o riscatti può essere tassato fino al 23%.

Capitolo a parte merita il tema dei rendimenti, che il governo Renzi ha voluto tassare di più aumentando dall’11,5 al 20% l’aliquota del prelievo fiscale sui risultati conseguiti dai fondi pensione, tranne che per la parte investita in titoli di Stato che è al 12,5% (prevedendo comunque un credito di imposta per gli investimenti in attività a medio-lungo termine). Di fatto si tratta di un raddoppio impositivo che a partire da quest’anno renderà più difficile la vita ai gestori previdenziali già alle prese con rendimenti delle obbligazioni ai minimi e con la volatilità del mercato azionario. Un primo assaggio dell’inasprimento fiscale c’era già stato lo scorso luglio, quando il premier, nell’ambito della revisione della tassazione delle rendite finanziarie, aveva alzato dall’11 all’11,5% l’asticella dell’aliquota di prelievo fiscale sui fondi pensione. Lo scorso anno in ogni caso i fondi pensione si sono difesi bene. In base ai dati Covip dei primi nove mesi del 2014, i fondi pensione aperti hanno messo a segno un rendimento netto del 5,9% e le unit linked legate ai pip del 5,1%. E i rendimenti per tutto il 2014 sono in ulteriore miglioramento. Dall’analisi di MF-Milano Finanza, che ha raccolto i risultati dell’intero 2014 di un campione di fondi negoziali, il rendimento medio lo scorso anno per questi comparti è stato del 6,9%, ben superiore al Tfr che nel periodo ha reso l’1,3% al netto del prelievo fiscale dell’11% (che dal 1° gennaio 2015 è stato aumentato al 17%). La liquidazione che resta in azienda infatti viene rivalutata in base a un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’indice di inflazione Istat, che nel periodo è stata pressoché nullo.

Proprio in tema di Tfr, è ai nastri di partenza un’altra operazione fortemente voluta da Renzi, ovvero la possibilità di trasferire il Tfr (anche quello depositato nei fondi) in busta paga. Un provvedimento che ha ricevuto aspre critiche anche dal prossimo presidente dell’Inps Tito Boeri e che va nella direzione opposta rispetto all’auspicata incentivazione dell’adesione ai fondi pensione. Renzi spera che, rendendo più costoso risparmiare, spingerà gli italiani a consumare di più. I quali per ora continuano a dimostrarsi più formiche che cicale, come segnala il rapporto Eurisko Prometeia sui risparmi delle famiglie nel 2014, che stima un raddoppio della capacità di accumulo: dai 75 miliardi del triennio 2011-13 (in media 25 miliardi l’anno), nel bel mezzo della crisi, l’analisi indica una ripresa della propensione al risparmio a 190 miliardi nel triennio 2014-2016.

Oltre al problema delle pensioni di chi sarà assunto con i nuovi contratti, resta il nodo di chi, a causa della legge Fornero, ha visto allontanarsi di anni la data del pensionamento. Il ministro Poletti nei giorni scorsi ha dichiarato che è necessario introdurre nella normativa previdenziale uno strumento flessibile che consenta di andare in pensione a chi è vicino alla pensione e ha perso o rischia di perdere il lavoro. Per il ministro in assenza di interventi sulla riforma Fornero l’Italia rischia di avere un problema sociale. In particolare, Poletti ha affermato: «Il tema è posto. Noi sappiamo che esiste un problema che riguarda in particolare quelle persone che sono vicine alla pensione e che nella situazione attuale di difficoltà hanno perso o possono perdere il posto di lavoro e non hanno la copertura di ammortizzatori sociali sufficiente fino a maturare la pensione. Credo che dovrà essere introdotto uno strumento flessibile che aiuti queste persone a raggiungere i requisiti, altrimenti il Paese si ritroverà con un grave problema sociale». (riproduzione riservata)