di Anna Messia

Chiusa la fusione di UnipolSai e avviata, da lunedì 6, la quotazione del titolo a Piazza Affari (che ieri ha perso il 6%), c’è già un altro dossier sulla scrivania dell’amministratore delegato del gruppo Carlo Cimbri in attesa di rapida soluzione.

Si aggiunge alla già complicata partita per la cessione di 1,7 miliardi di premi entro il 15 gennaio come chiesto dall’Antitrust (altro articolo): si tratta dell’azione legale promossa dagli azionisti di risparmio di categoria gli azionisti FonSai di risparmio categoria A, ora Unipol Sai, rappresentati dall’avvocato Dario Trevisan, che si ritengono lesi dall’aumento di capitale da 1,1miliardi deciso da FonSai a giugno 2012. Un intervento necessario al salvataggio della compagnia e alla successiva integrazione con Unipol, ma che ha diluito gli azionisti di risparmio A e soprattutto, a causa del raggruppamento della azioni, ha ridotto sensibilmente i loro diritti di partecipazione ai dividendi.

 

Per chiudere la questione gli azionisti hanno chiesto una contropartita ben precisa: la conversione delle azioni di risparmio A in azioni di risparmio B nel rapporto di 1 a 177, previo pagamento di 13 euro per ogni azione di risparmio A. Una questione che è già stata portata in giudizio a giugno davanti al tribunale di Torino ma che si spera venga risolta fuori dalle aule giudiziarie. Del resto nell’ultimo prospetto informativo per la fusione, pubblicato a fine dicembre, è stata la stessa società a dichiararsi pronta a verificare «la percorribilità di ipotesi di semplificazione della struttura del capitale sociale con riferimento alle diverse categorie di azioni, avuto riguardo alla fattibilità sotto il profilo tecnico giuridico, alla congruità sotto il profilo finanziario nonché al rispetto degli interessi di tutti gli azionisti». Insomma, la volontà di risolvere la questione c’è, come del resto annunciato in passato da Cimbri, che riferendosi alle diverse tipologie di azioni diFonSai e alla complicata distribuzione dei dividendi aveva parlato di una situazione «bizantina», che avrebbe necessitato di una semplificazione. Ma nello stesso prospetto, subito dopo, è stato anche precisato che «le richieste avanzate dal rappresentante comune (l’avvocato Trevisan, ndr) non rispecchiano le sopra richiamate condizioni (di fattibilità finanziaria e giuridica, ndr)».

 

Come dire che ci sarà bisogno di trovare una mediazione tra le parti in causa, che appaiono accora piuttosto distanti.

Anche perché sul tavolo non c’è solo la questione dividendi: il rappresentante degli azionisti di risparmio, che raccoglie il 35-40% del flottante, composto per circa l’80% da investitori istituzionali, è pronto a sollevare anche un altro nodo. Quello del convertendo da 201,8 milioni, con scadenza 31 dicembre 2015, riservato alle banche creditrici del gruppoUnipol. Secondo il rappresentante comune, come si legge ancora nel prospetto informativo, l’emissione del convertendo pregiudicherebbe i diritti degli azionisti di risparmio di categoria A perché determinerebbe un effetto diluitivo «provocando una riduzione proporzionale del dividendo per azione di coloro i quali non avranno beneficiato dell’aumento». Il 12 dicembre l’assemblea degli azionisti rnc categoria A ha dato mandato all’avvocato per verificare se le delibere del cda sul convertendo avrebbero dovuto richiedere l’approvazione dell’assemblea speciale degli azionisti di risparmio con la delega ad assumere ogni iniziativa opportuna, anche giudiziale, per difendere i loro interessi. Per Unipol si tratta anche in questo caso di contestazioni «inconsistenti e prive di giuridico fondamento». (riproduzione riservata)